"Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto"Genesi 2:2, 2:3
Sin dalla sua comparsa su questa Terra, l'uomo ha distinto i fenomeni osservabili in due categorie: la sfera del Profano, regno delle attività quotidiane di tipo utilitaristico, dalla sfera del Sacro, che riguarda invece il soprannaturale, l'eccezionale e lo straordinario. Allorché egli ha cominciato, per sopravvivere, a riunirsi in piccoli gruppi e a fondare comunità ha avvertito la necessità di amministrare queste due sfere del proprio scibile così da permettere la coesione e la sopravvivenza stessa del gruppo. Da questo bisogno di coesione sociale sono dunque nate la Politica, ossia quell'insieme di istituzioni preposte alla gestione del Profano, e la Religione, istituzionalizzata in Chiese atte a gestire il Sacro. Mentre dunque Sacro e Profano sono attributi in base ai quali l'individuo distingue i fenomeni che osserva, Politica e Religione sono dei fatti eminentemente sociali, in quanto vengono a configurarsi come dei sistemi condivisi di credenze che uniscono in un'unica comunità coloro che vi aderiscono.
I riti religiosi agiscono sull'individuo in un duplice senso: se da una parte infatti consentono a livello personale di gestire il Sacro, rivelano altresì tutta la loro forza sociale in quanto le religioni si pongono come regola per mantenere insieme la società alimentando la credenza che esista una tavola di valori metasociali sui quali si pone l'ordine delle cose esistenti. Ciò comporta che manifestandosi essa nel contesto sociale attraverso i riti religiosi, gli uomini in realtà celebrino a loro insaputa il potere della società.
Partendo da questa breve analisi è possibile spiegarsi la variegata proliferazione di culti differenti non solo nel tempo, dalle origini dell'uomo ad oggi, ma anche nello spazio, ossia è possibile comprendere come la gestione del Sacro assuma connotati differenti a seconda della cultura di volta in volta presa in considerazione. Di più. Partendo da questo presupposto è anche possibile leggere l'evoluzione storico-sociale di ogni singolo culto, anche stavolta sia temporalmente che spazialmente.
Le Religioni sono dunque degli insiemi di credenze istituzionalizzate e socialmente condivise preposte alla gestione del Sacro. In Occidente la razionalizzazione di matrice greco-romana ha prodotto un'organizzazione sociale complessa che ha condotto verso una personificazione antropomorfica del Sacro, identificato di volta in volta con questo o quel dio (l'Olimpo greco, gli dei romani) e successivamente all'avvento del Cristo con un unico dio (Dio, Allah). Così come non va dimenticato che già società complesse come quelle degli egizi, dei babilonesi, dei maya, degli aztechi avevano prodotto sistemi di credenze molto simili. In Oriente invece il diverso percorso storico-evolutivo ha condotto verso religioni più spiritualistiche, in cui manca la figura del dio (cosa spesso inconcepibile per noi occidentali) ma che piuttosto insegnano all'individuo a gestire personalmente il proprio rapporto con il Sacro in maniera più diretta, anche se pur sempre mediata da istituzioni religiose.
Il Sacro dunque può essere identificato, come già accennato, al soprannaturale, allo straordinario e all'eccezionale. Per antonomasia possiamo asserire che l'atto della Creazione sia quanto di più straordinario ed eccezionale si possa immaginare. Non a caso tutte le religioni propongono la loro versione dell'Atto Creativo Divino e la pongono come pilastro della propria esistenza stessa e come fondamento dei propri precetti. Il primo libro della Bibbia, solo per fare un esempio che sia comprensibile ai più, è non a caso la Genesi.
Sacro e Profano tuttavia non sono delle caratteristiche proprie dei fenomeni e delle cose, quanto piuttosto degli attributi che la nostra mente associa ad essi. Accade così che i due concetti si evolvano nel corso del tempo e che le istituzioni religiose entrino in crisi, in quanto necessitano di altro tempo per assimilare, elaborare ed accomodare tali evoluzioni all'interno del proprio sistema di credenze. Se vi riescono sopravvivono mutando non più di quanto occorra però per mantenere la propria identità. In caso contrario periscono lentamente. Sono questi i due possibili risultati della tanto decantata secolarizzazione.
La storia del genere umano è costellata di queste evoluzioni concettuali. Basti pensare al fuoco, elemento soprannaturale ed inspiegabile per i primi uomini che noi oggi dominiamo razionalmente senza patemi e che dalla sfera del Sacro è migrato in quella del Profano. O hai fulmini, manifestazione dell'ira divina sino a poco tempo fa, che oggi sappiamo essere dei fenomeni atmosferici generati dall'incontro di cariche elettriche.
Tuttavia con l'avvento del moderno sistema scientifico i confini del Sacro si stanno sgretolando ad un ritmo sconosciuto ai nostri avi. L'uomo si avvia a rapidi passi verso la sua meta ultima: essere Dio.
Il dominio della Ragione porta con se la fine del Sacro, o meglio conduce ad una sua ridefinizione.
Oggi è la scienza che spiega. E lo fa in maniera così vasta, toccando tutti i campi della conoscenza, da rendere sempre più superfluo il ricorso alla sacralità. Di più, essa stessa assume quei connotati sacri prima attribuiti all'Ente Divino.
Il passo decisivo è avvenuto nel 1973, troppo di recente per avvertirne oggi la vera portata. In quell'anno la scienza ha infatti abbattuto l'ultimo tabù che impediva una piena identificazione tra uomo e dio; è riuscita a compiere i primi passi per riprodurre artificialmente la vita, caratteristica questa sino ad allora ascrivibile soltanto agli dei. La biotecnologia ha consentito di giungere alla creazione di organismi geneticamente modificati (OGM), ossia di organismi sottoposti a modificazione di tratti della catena genomica. Si è cominciato clonando un singolo gene all'interno di un batterio e da li si è proseguito verso la creazione artificiale di un intero essere, pianta o animale. La possibilità di ricreare la vita in vitro e di modificare a piacimento dei tratti propri di ciascun essere vivente ha degli indubbi vantaggi: in campo medico permetterà di risolvere in un primo momento il problema della sostituzione di organi mal funzionanti, abbattendo le liste di attesa per i trapianti in quanto consentirà di riprodurre in laboratorio l'organo necessario; successivamente lo eliminerà del tutto permettendo di intervenire sull'embrione prevenendo le anomalie genetiche responsabili dell'insorgere delle malattie. In campo agroalimentare consente già di creare delle piante le cui caratteristiche nutrizionali vengono modificate tramite l'introduzione di geni propri di altre piante, ma non solo. Si modifica in laboratorio l'adattività della pianta ad un determinato ambiente, consentendo di impiantare colture proprie di determinati contesti in altri meno adatti. Non solo. Si modificano le proprietà proprie delle piante per, ad esempio, permettere agli alberi di assorbire dal terreno gli scarti industriali e riconvertirli. Stessi procedimenti cui vengono sottoposti gli animali, soprattutto quelli da allevamento.
Ma occorre, prima di proseguire troppo oltre e raggiungere il fatidico punto di non ritorno, porsi delle domande.
Anzitutto credo sia però necessario liberare il campo da un fraintendimento.
Quelli che la biotecnologia pone sono si dei problemi etici, ma quest'etica non è assimilabile a ciò che Weber intendeva con l'espressione etica dell'intenzione, che consiste nell'agire in maniera retta secondo i dettami politico-religiosi, quanto piuttosto al concetto di etica della responsabilità, che invece impone di valutare i risultati della propria azione prima ancora che essa venga posta in essere. E ancora ponendosi sul versante dell'etica della responsabilità è bene definire il campo di tale responsabilità. Non bisogna rifugiarsi nell'egoismo di specie che ci caratterizza, occorre comprendere che anzitutto questa responsabilità non si estrinseca verso noi stessi, quanto piuttosto verso l'ecosistema di cui siamo solo una parte.
La vera dicotomia che dovrebbe essere imperante all'interno del dibattito etico odierno non è quella Sacro vs Profano, quanto piuttosto quella che distingue Società vs Natura.
Sin dalla nascita dei primi aggregati umani, l'animale uomo ha perso progressivamente il contatto con la realtà naturale, indomabile e per molti versi inesplicabile, costruendone una sociale, artificiosa e per questo dominabile con la ragione. Nel corso dell'evoluzione sociale egli ha però perso di vista il fondamento della vita stessa, ossia l'equilibrio naturale delle cose, necessario alla sopravvivenza del pianeta Terra. L'uomo ha cominciato a comportarsi da parassita. Ha disboscato causando desertificazione, ha coltivato e allevato modificando gli ecosistemi che non hanno retto all'impatto delle sue attività, ha saccheggiato il sottosuolo causando certamente danni irreparabili nella crosta terrestre che prima o poi si riverseranno con furia catastrofica su di noi, ha inquinato alterando addirittura, e forse in modo irreparabile, la composizione chimica dei vari strati della nostra atmosfera. E adesso come se non bastasse aver alterato gli ecosistemi in maniera comunque pur sempre "naturale" immette nel pianeta organismi ricombinati geneticamente in maniera artificiale.
I rischi sono notevoli.
Anzitutto immettendo in natura ogm si devasteranno in maniera spropositatamente rapida gli equilibri dei vari ecosistemi. Si corre il rischio di vedere estinti da un giorno all'altro intere specie di esseri viventi, animali e vegetali, che non riusciranno più a competere con le super-specie prodotte in laboratorio. Poi ci saranno sicuramente delle conseguenze preoccupanti all'interno della catena alimentare, sia in generale per quanto riguarda l'ecosistema, sia in particolare per ciò che concerne ogni singola specie. Chi assicura infatti che un super pomodoro geneticamente modificato venga digerito correttamente dall'organismo che se ne nutre? E' vero che tutti gli organismi si evolvono geneticamente secondo il principio della selezione naturale, ma la selezione è un processo lento che si dipana nel corso dei millenni, motivo per cui al variare delle condizioni ambientali o di uno dei suoi cibi l'organismo si adatta lentamente a tali modificazioni. Cosa accadrà invece immettendo negli ecosistemi esseri le cui modificazioni sono di natura drasticamente a-temporale? E poi come se non bastasse, il rischio più grave è proprio quello di interferire con la selezione naturale, cosa che già la moderna medicina fa. Ma la biotecnologia consente di spingersi oltre; in futuro la medicina non sarà più necessaria in quanto si interverrà sul codice genetico degli individui prima ancora che essi nascano o addirittura vengano concepiti per modificarlo a seconda della moda (moda inteso in senso statistico, non di come sinonimo di costume) del momento.
Occorre una svolta nel senso di un ritorno verso la convivenza con il nostro ecosistema, che ci porti ad abbandonare i nostri modi predatorii che stanno irrimediabilmente distruggendo non tanto noi stessi, la qual cosa non sarebbe poi questo grave danno come ci danno da credere, quanto piuttosto e soprattutto il pianeta di cui siamo ospiti e tutte le specie che assieme a noi convivono su di esso. Un'utopia forse, ma già solo muovendo alcuni passi verso di essa è possibile migliorare le cose almeno in parte. Come al solito occorre iniziare nel nostro quotidiano, dalle nostre scelte di consumo e di vita. La rivoluzione, quella vera, parte dal basso.
Fino al 15 Novembre è possibile firmare una petizione promossa dalla Coalizione ItaliaEuropa Liberi da OGM che chiede uno sviluppo agroalimentare sano e una moratoria sugli organismi geneticamente modificati. Dato che non siamo ingenui va detto tuttavia che tale coalizione è formata da grossi gruppi imprenditoriali italiani ed europei che evidentemente promuovono l'iniziativa per salvaguardare i propri interessi economici. Ciò comunque non impedisce a noi cittadini di sfruttare un canale offertoci da chi ci sfrutta per far sentire la nostra voce.


