lunedì 22 ottobre 2007

Imbavagliamo la magistratura? Why Not!

La separazione dei poteri è uno dei principi fondamentali di uno stato di diritto. Già Aristotele distingueva tre momenti dell'attività dello Stato: quello in cui lo Stato detta le norme e le regole di condotta (momento primario); quello in cui lo Stato assicura l'osservanza delle norme attraverso la risoluzione delle controversie e l'attuazione coattiva; quello in cui lo Stato soddisfa bisogni collettivi attuando le norme da esso stesso poste.
In epoca relativamente moderna, il concetto di separazione dei poteri è stato formulato, nel XVIII secolo, da Montesquieu. Montesquieu inserisce il principio della separazione dei poteri come una caratteristica indispensabile di una forma di governo, per la realizzazione di uno Stato che garantisca la libertà dei singoli. L'idea alla base di questa separazione è di impedire che tutti i poteri dello Stato siano concentrati nelle mani di una sola persona o di un gruppo ristretto di persone. Questo metterebbe infatti a rischio il rispetto dei diritti dei cittadini. In tal modo, si cerca di attuare una costituzione in cui gli organi titolari delle tre funzioni si condizionino e si limitino a vicenda. Il principio della separazione dei poteri consiste nell'individuazione di tre funzioni pubbliche: legislazione, amministrazione e giurisdizione; e nell'attribuzione delle stesse a tre distinti poteri dello stato, intesi come organi o complessi di organi dello stato indipendenti dagli altri poteri: il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. In particolare nelle moderne democrazie: la funzione legislativa è attribuita al Parlamento, nonchè eventualmente ai parlamenti degli stati federati o agli analoghi organi di altri enti territoriali dotati di autonomia legislativa, che costituiscono il potere legislativo; la funzione amministrativa è attribuita agli organi che compongono il governo e, alle dipendenze di questo, la pubblica amministrazione, i quali costituiscono il potere esecutivo; la funzione giurisdizionale è attribuita ai giudici, che costituiscono il potere giudiziario.
Nella pratica, la separazione dei poteri non è mai totale. Nelle costituzioni in cui il Governo è di derivazione indiretta (viene eletto o approvato dal Parlamento, non dal popolo, come accade in Italia) il Parlamento deve avere una certa prevalenza, il che ha dato vita a meccanismi, a partire dalle costituzioni emanate nel primo dopoguerra, che rafforzano il rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, legame istituzionale necessario per l'esercizio del potere esecutivo.
La moderna teoria della separazione dei poteri nasce dunque come risposta teorica al problema di una libertà politica sempre più minacciata dal processo di concentrazione del potere in uno Stato centralizzato. Da Aristotele ai pensatori di epoca medievale Schmitt e McIllwain, da Montesquieu, Rousseau, Locke sino ai contemporanei Ackerman e Habermas la lezione che la politologia ci insegna consiste nella necessità di una indipendenza sostanziale dei tre poteri dello Stato pur se tuttavia all'interno di una virtuosa interdipendenza organica volta a garantire l'indissolubile unità dello Stato stesso.
Nel nostro Paese tuttavia è in corso oramai da decenni una serrata lotta che vede come protagonisti potere legislativo ed esecutivo da una parte versus magistratura dall'altra. Una lotta il cui fine ultimo è quello auspicato dalla P2 di Licio Gelli, ossia di assoggettare la magistratura al controllo del Parlamento, condotta da Bettino Craxi prima, portata avanti da Silvio Berlusconi poi e proseguita oggi da Clemente Mastella. A dire il vero sarebbe riduttivo additare i tre di cui sopra come unici fautori di questa battaglia, che sta logorando il Paese provocando lo sdegno della società civile e paralizzando la normale dialettica democratica che, in uno stato di diritto come l'Italia è, dovrebbe essere il cardine della vita pubblica della nostra nazione. Da dopo Tangentopoli infatti la lotta alla magistratura non ha conosciuto distinzioni di appartenenza politica. Il Parlamento si è dimostrato compatto nell'ostacolare, denigrare, diffamare l'operato dei giudici. Ancora una volta tutti uniti contro chi sfiora i loro interessi. Ma sempre divisi quando sul banco delle trattative vengono poste questioni che riguardano invece l'interesse di noi cittadini. Quando a governare è il centro-destra lo spauracchio assume il nome di "toghe rosse", quella magistratura di sinistra, secondo chi accusa, che tenta con le sue inchieste di sovvertire le preferenze elettorali espresse dai cittadini. Un'accusa gravissima che ha un nome ed un cognome: golpe di Stato da parte della magistratura. Un'accusa che se fosse stata vera avrebbe da tempo causato un terremoto di portata sconosciuta nella storia della nostra Repubblica, ma che non ha mai trovato riscontri nella realtà dei fatti. Quando a governare è il centro-sinistra la tattica di controllo della magistratura è più fine e sottile, non per sagacia politica ma per necessità di facciata, e si traduce in mancate riforme di riordino del sistema giudiziario verso una maggiore autonomia prima promesse e mai attuate se non quando nella rimozione dagli incarichi di quei giudici considerati scomodi. L'esempio di questo atteggiamento è da mesi sotto gli occhi dell'opinione pubblica e riguarda il pm della procura di Catanzaro Luigi De Magistris.
Nel 2005 De Magistris comincia ad indagare sull'utilizzo di finanziamenti pubblici e comunitari in Calabria. L’operazione è denominata Why Not, dal nome di una società di lavoro interinale con sede a Lamezia Terme che presta lavoratori alla Regione per servizi di gestione banche dati e altri servizi informatici. Proprio una lavoratrice della Why Not, la cui identità viene tenuta segreta, avrebbe dato il via alle indagini di De Magistris, che ha individuato un gruppo di potere trasversale, tenuto insieme da una loggia massonica coperta, la San Marino, usata come collante per l’attuazione del disegno criminoso. A questa loggia, una vera e propria lobby sospettata di aver influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’assegnazione di appalti, sarebbe iscritta una parte degli indagati. La loggia di San Marino ha rappresentato il collante che avrebbe unito gli indagati creando tra loro un vincolo che era la premessa per l’ attuazione del disegno criminoso su cui avrebbe fatto luce l’inchiesta. Il ruolo svolto dalla loggia, costituita in violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, sarebbe stato quello di una vera e propria lobby che ha influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’ assegnazione di appalti. I carabinieri hanno notificato informazioni di garanzia, emesse dal sostituto procuratore Luigi De Magistris, in cui si ipotizzano, a vario titolo, reati che vanno dall’associazione per delinquere, alla truffa, alla corruzione, alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete al finanziamento illecito dei partiti. Perquisizione dei carabinieri sono state svolte negli uffici del Consiglio Regionale della Calabria effettuata in alcuni degli uffici privati dei consiglieri e degli assessori regionali, disposta dalla Procura di Catanzaro. Anche il generale Paolo Poletti, della Guardia di Finanza, di 51 anni, attuale capo di Stato Maggiore delle Fiamme Gialle,
ha subito una perquisizione. Poletti è accusato di avere fatto parte all’epoca dei fatti in questione (cioè dal 2001 in avanti) di un presunto gruppo di potere che avrebbe gestito affari con truffe basate sull’utilizzo di finanziamenti pubblici, statali e comunitari. Secondo l’accusa sarebbe stato il punto di riferimento dell’imprenditore calabrese Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, le cui attività rappresentano uno dei filoni principali dell’inchiesta.
L'inchiesta procede: vengono scoperchiate magagne, messi in luce legami tra massoneria, servizi segreti, politica e imprenditoria. Poi la scorsa estate scoppia la prima bomba. Il 13 Luglio trapela dalla procura di Catanzaro la notizia che il Premier Romano Prodi è iscritto nel registro degli indagati. L'ipotesi di reato nei confronti del Presidente del Consiglio è di abuso d'ufficio in concorso con altri. Il pm De Magistris vuole accertare se il presidente del consiglio Prodi, fosse a conoscenza delle operazioni finanziarie e degli interventi per procurarsi finanziamenti della comunità europea da parte di alcuni suoi più stretti collaboratori, in particolare Pietro Scalpellini e l'ex presidente della Compagnia delle Opere del sud Italia, Antonino Saladino. A questo punto della vicenda entra in scena il Ministro della Giustizia (va bene, ridete pure!) Clemente Mastella che inizia una battaglia istituzionale e mediatica contro De Magistris. Già in Maggio il Guardasigilli spediva negli uffici della procura di Catanzaro i suoi (che poi dovrebbero essere i nostri!) ispettori che, a conclusione delle loro indagini,
avrebbero rilevato "gravi anomalie" nella gestione del fascicolo, contestando a De Magistris il suo rifiuto a riferire gli sviluppi dell'inchiesta al procuratore capo Lombardi. Il 20 di Settembre Mastella chiede al Consiglio Superiore della Magistratura il trasferimento cautelare d'ufficio di De Magistris. Ma l'8 Ottobre il CSM, vista l'ingente mole di carte procedurali e la rilevanza del caso decide di prendere tempo e stabilisce nel giorno 17 Dicembre la data utile per discutere della richiesta del Ministro, in quanto lo stesso Mastella, che aveva motivato l’azione disciplinare decisa il 20 Settembre documentando le sue accuse in riferimento solo alla gestione dell’inchiesta sulle Toghe lucane di De Magistris, il 4 Ottobre comunica di aver esercitato l’azione disciplinare per nuovi fatti che riguardano altre due inchieste iniziate dal pm: la Poseidone (che poi gli è stata sottratta da Lombardi) e la Why Not. Il 20 Ottobre scoppia la seconda bomba: trapela dalla procura catanzarese la notizia che Clemente Mastella risulta indagato nell'ambito dell'inchiesta Why Not per i reati di abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti, truffa all’Unione europea e allo Stato italiano. A questo punto le pressioni di Mastella aumentano d'intensità e il 22 Ottobre la procura generale del Tribunale di Catanzaro notifica al procuratore capo della repubblica catanzarese, Mariano Lombardi, il provvedimento con il quale è stato deciso di avocare l'inchiesta Why Not. La doverosità dell'iniziativa, secondo gli stessi ambienti, è stata motivata dai profili di incompatibilità emersi nei confronti del pm De Magistris dopo l'iscrizione nel registro degli indagati del ministro Mastella. Con l'iscrizione del ministro, infatti, si è determinato un conflitto di interessi da parte del pm in relazione alla richiesta del guardasigilli al Csm di disporre il trasferimento cautelare d'ufficio nei confronti del magistrato. Il primo atto della procura generale di Catanzaro, dopo l'avocazione dell'inchiesta Why Not, sarà quello di verificare se la competenza a procedere è del Tribunale dei ministri. La questione da accertare è se il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il ministro della Giustizia, che sono entrambi indagati nell'inchiesta, avrebbero commesso i reati ipotizzati nei loro confronti nella qualità di componenti del Governo. In tale caso, scatterebbe la competenza del Tribunale per i reati ministeriali, altrimenti sarebbe la Procura generale a portare avanti l'inchiesta.
Nel frattempo si è saputo che il pm De Magistris, per tutelarsi, sta tenendo aggiornato un memoriale (già di circa 400 pagine) in cui annota le pressioni che starebbe subendo da quando ha iniziato, nel 2005, a indagare su presunte lobby affaristiche calabresi e su politici. Parte del materiale è già stato consegnato alle autorità competenti, oltre che, “per sicurezza”, ad amici e consulenti.
Nel dossier il pm descrive le presunte ingerenze, che in alcuni casi considera “penalmente rilevanti”, da parte dei suoi superiori, e l’”isolamento istituzionale” che lo avrebbe colpito da quando ha iniziato a indagare sui poteri forti in Calabria. Proprio in quel periodo sarebbero iniziate le ispezioni alla procura di Catanzaro e numerosi colleghi (che sarebbero pronti a testimoniare) avrebbero segnalato a De Magistris che gli ispettori, nonostante il mandato generico, chiedevano, fuori verbale, informazioni su di lui. Per meglio spiegare il clima in cui ha dovuto lavorare per tre anni, De Magistris cita alcuni episodi: per esempio ricorda che prima delle perquisizioni al presidente della Regione Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Mariano Lombardi, e altri magistrati gli avrebbero consigliato di evitare quel provvedimento visto che Chiaravalloti lo considerava un pm ostile. In un altro capitolo De Magistris si sofferma sull’inchiesta Poseidone che aveva al centro presunti sprechi nella gestione dei fondi Ue per la costruzione di depuratori. Per il magistrato, quando lui e la collega Isabella De Angelis entrano nel vivo dell’indagine, Lombardi e l’aggiunto Salvatore Murone si sarebbero coassegnati il fascicolo, affiancando i due sostituti. Un caso? Per De Magistris, no.
Luigi De Magistris rilancia. Dopo l’avocazione della sua inchiesta da parte della Procura generale, il magistrato si dice fiducioso e asserisce che utilizzerà tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento giuridico affinchè il provvedimento di avocazione dell’inchiesta venga rivisto. Riporto integralmente un'intervista al pm De Magistris apparsa sul Corriere della Sera il 21 Ottobre scorso, a firma di Carlo Vulpio:

Allora, dottor de Magistris, c’è una strategia in ciò che sta accadendo?
«È evidente. C’è una strategia in atto. Una strategia ben nota all’Italia. Si chiama strategia della tensione».

Come fa a dirlo? «Le intimidazioni istituzionali, le pallottole, la richiesta di trasferimento da parte del ministro, e da ultimo l’avocazione di un’altra mia indagine e la fuga di notizie sull’iscrizione del ministro tra gli indagati, tutto questo è opera di una manina particolarmente raffinata».

Quale manina? «Poteri occulti. Massoneria, soprattutto. Coadiuvati da pezzi della magistratura, non solo calabrese, che in questa vicenda hanno svolto un ruolo fondamentale»

L’ultimo gol, secondo questo ragionamento, lo hanno fatto segnare al procuratore generale Favi? «Beh, è un dato di fatto che il dottor Favi, soprattutto negli ultimi mesi, sembra che abbia svolto soltanto un ruolo: una intensa attività epistolare in cui si è occupato di me, come magistrato e come persona fisica. Voleva togliermi anche l’inchiesta Toghe lucane. Finora non c’è riuscito, ma non è detto che non abbia già pensato di concludere il lavoro».

Per quali ragioni lei teme che si voglia spingere il Paese in un clima da anni di piombo? «Perché con questa avocazione, me lo lasci dire, torniamo alla magistratura fascista, forte con i deboli e debole con i forti. Davanti alla legge, i potenti non sono uguali come tutti gli altri. Questo è il messaggio. E il pericolo è che si apra la strada a un periodo buio: ognuno stia al suo posto e non si immischi, perché rischia ».

Lei rischia? «Certo. E non solo io. Anche tutti gli altri che si sono occupati di queste vicende. E tutti i cittadini».

Cosa si rischia? «Dopo un’avocazione di un’inchiesta del genere, distrutto lo Stato di diritto, rischi le pallottole e il tritolo».

Come le pallottole inviate a lei e al gip di Milano, Clementina Forleo, firmate Brigate rosse? «Ma quali Brigate rosse! Per fortuna, oggi siamo in un momento storico diverso, non c’è il terreno di coltura dell’ideologismo fanatico degli anni ’70 e c’è una grande attenzione al tema dei diritti. No, non c’è il rischio di iniziative violente da parte di improbabili sigle terroristiche vecchie e nuove. Quei proiettili inviati a me e alla collega Forleo provengono da settori deviati di apparati dello Stato, che già in passato hanno messo in pericolo le istituzioni e oggi cercano di riprodurre quel clima».

Dica la verità, lei ritiene che sia in atto un golpe giudiziario?«La parola golpe la usa lei. Certo è che è accaduta una cosa senza precedenti, della quale non so ancora ufficialmente nulla, poiché nulla mi è stato notificato. L’ho appreso dall’Ansa. No, non mi pare ci siano più le condizioni per fare il magistrato, specie in Calabria, avendo come punto di riferimento l’articolo 3 della Costituzione (principio di uguaglianza di tutti i cittadini, ndr) ».

Da quand’è che si trova sotto tiro?«Da quando ho cominciato a indagare sui finanziamenti pubblici europei. Da allora, è scattata la strategia delle manine massoniche. Questo di oggi è solo l’ultimo atto. Staremo a vedere quali saranno i prossimi, visto che ormai sono considerato un elemento "socialmente pericoloso"».

La accusano di aver iscritto Mastella nel registro degli indagati per ritorsione, per la storia del trasferimento. «Falso. Le indagini, come tutti sanno, avevano un loro corso, che non poteva essere intralciato da attività esterne. Nemmeno da una richiesta di trasferimento, che appunto è da considerarsi un’attività esterna. La domanda da fare è un’altra».

La faccia. «Mi chiedo: chi e perché ha fatto venir fuori la notizia dell’iscrizione di Mastella? E come mai è stata fatta pubblicare una cosa non vera, e cioè che Mastella fosse indagato anche per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete? ».

E che cosa si risponde?«Che è opera della stessa manina raffinata. Suggerisce qualcosa il fatto che prima ancora che le agenzie lanciassero la notizia, Mastella abbia dichiarato che con le associazioni massoniche lui non ha nulla a che fare?».

In questo scenario, le misure di sicurezza per lei sono state rafforzate? «Non ne so nulla. So che continuo a mettere di tasca mia la benzina a un’auto blindata che è un baraccone, tanto che non può spostarsi nemmeno fuori Catanzaro».

E la riunione di giovedì scorso del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica? «Come no. Mi hanno detto che vi ha preso parte anche il procuratore aggiunto Salvatore Murone (sul quale indaga la procura di Salerno, per fatti relativi a inchieste del pm de Magistris, ndr). La cosa un po’ mi inquieta, poiché ritengo che proprio Murone sia uno dei principali responsabili del mio isolamento istituzionale, oltre che uno degli autori dell’attività di contrasto nei miei confronti all’interno dell’ufficio giudiziario».

Allora è vero che quella di Catanzaro è un’altra «procura dei veleni»? «No. Non è così. Con la gran parte dei colleghi io ho un rapporto ottimo. Ma quando arrivo in Procura mi guardo lo stesso alle spalle. C’è nei miei confronti, e le vicende degli ultimi tre anni lo dimostrano, una precisa attività di contrasto, messa in atto verso ben precise indagini e svolta da parte di ben individuati soggetti».

Cosa pensa della telefonata dell’altro giorno tra i suoi indagati Prodi e Mastella che il premier ha definito «cordiale»? «Non parlo delle indagini in corso, lo sa». Dopo questa intervista, non l’accuseranno di aver avuto un «disinvolto rapporto » con la stampa? «Questo è davvero paradossale. Sono io che ho subito i danni creati dalle fughe di notizie. E poi, adesso basta. Il momento è troppo grave. E quindi ritengo di potermi svincolare dal dovere di riservatezza che mi ero imposto, mentre tutti gli altri facevano con me il tiro al bersaglio ».

Pensa che debbano intervenire capo dello Stato e Csm?«Sì. Lo spero. Non so perché il presidente Napolitano non sia ancora intervenuto. Confido che lo faccia il Csm, a tutela dell’autonomia e indipendenza di tutti i magistrati. Anche di quelli che lavorano in Calabria».

Alla luce di quanto esposto credo che ciascuno di voi potrà trarre da se le dovute conclusioni. Non mi sono occupato sino ad oggi della vicenda perché come molti di voi attendevo, prima di difendere De Magistris di conoscere i fatti, i capi d'accusa mossi contro di lui dagli ispettori del Ministero della Giustizia. Ma ad oggi appare evidente, come si evince facilmente dall'atteggiamento del CSM che in caso di gravi responsabilità del pm non avrebbe esitato a trasferirlo senza attendere mesi prima di prendere una decisione, che le accuse rivolte a De Magistris non hanno peso. Che ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi non differisce affatto da quanto accaduto al pool di Mani Pulite all'indomani di Tangentopoli. La differenza comunque è sostanziale in quanto l'isolamento dei pm di Milano è avvenuto a giochi fatti, oggi invece si stronca sul nascere qualunque tentativo di ridare dignità al nostro Paese, un Paese dove l'illegalità e diventata la legge dello Stato.




domenica 21 ottobre 2007

Enzo Rossi o sul contatto con la realtà

Accade ogni tanto che in questa Italia marcia, corrosa dagli interessi dei potenti, dalla nostra indifferenza, dall'imperativo del profitto ad ogni costo, giungano barlumi di speranza, esempi di virtù imprenditoriale ed umana che dovrebbero questi si essere inseriti nei testi di management.
Enzo Rossi, il signore nella foto, ha 42 anni. Vive in un paese di 1.700 anime, Campofilone, in provincia di Ascoli Piceno e di mestiere fa l'imprenditore, settore agroalimentare. Il signor Rossi è uno che viene dal nulla o quasi ma che non ha dimenticato le proprie radici e che soprattutto non ha dimenticato cosa significa vivere con poco. Nel 1993, nonostante fosse già un piccolo imprenditore, dovette ricorrere a dei prestiti per sostenere la propria famiglia e l'arrivo delle due figlie. Oggi la sua azienda
"La Campofilone", che produce pasta all'uovo, conta 19 dipendenti e un fatturato che nel 2007 è cresciuto del 30-40% giungendo a 1,8 milioni di euro, con investimenti in Europa, Stati Uniti ed Asia. Un'azienda locale quindi, che nell'era della globalizzazione è riuscita a sfruttare la rete per espandersi nel mondo, far conoscere i propri prodotti di qualità e al contempo mantenere un metodo di produzione tradizionale. Un raro esempio di valorizzazione della cultura e delle tradizioni locali in campo imprenditoriale.
Oltre ad essere un esempio imprenditoriale di successo, il signor Enzo Rossi è anche e soprattutto un uomo che ha mantenuto il contatto con la realtà. Una realtà che oramai per lui è altra, in quanto a buon diritto l'imprenditore marchigiano naviga da anni in ottime acque, ma che comunque per lui non ha perso di senso, tutt'altro! Il signor Rossi ha deciso un bel giorno di guardare a chi non fa parte, se non marginalmente, del suo mondo, ai suoi dipendenti e ciò che ha visto lo ha lasciato allibito. Di più! Avendo due figlie da buon padre ha deciso che fosse giusto che anche le sue figlie, per non rischiare di crescere senza conoscere il significato di privazioni e sofferenze, capissero cosa volesse dire vivere di stenti e imparassero a superare le difficoltà che l'indigenza economica provoca all'interno di un nucleo familiare, per far capire loro come vivono la maggior parte delle loro amiche. Per questo Enzo Rossi ha provato con tutta la famiglia a vivere per un intero mese con uno stipendio pari a quello percepito dai suoi dipendenti, 1.000 al mese lui 1.000 euro la moglie. In totale 2.000 euro, lo stipendio medio di una famiglia composta da quattro persone. Ha messo da parte i soldi per il mutuo, la rata della macchina, le bollette ed ha utilizzato il resto per le spese quotidiane. Risultato. Dopo 20 giorni il signor Rossi si è ritrovato senza il becco di un quattrino (come dicono nei western che guarda mio padre). Interrogato da una giornalista di Repubblica Rossi ha detto: <<
Mi sono vergognato, anche se ero stato attento a ogni spesa. Sa cosa vuol dire questo? Che in un anno intero io sarei rimasto senza soldi per 120 giorni, e questa non è solo povertà, è disperazione >>. E allora cosa fa il buon Rossi? Spulcia le stime Istat e scopre che il costo della vita è aumentato di 150 euro/mese e decide che da Gennaio in poi i suoi dipendenti troveranno in busta paga un aumento pari a 200 euro, accompagnando il suo gesto con una frase a là Robin Hood "è giusto togliere ai ricchi per dare ai poveri". Contrariamente a quanto si potrebbe pensare Enzo Rossi non è un marxista di sinistra, anzi. E' un ex di destra, come egli stesso dichiara, ex perché secondo lui quelli per cui ha votato non sono nemmeno in grado di fare l'opposizione. E' semplicemente un uomo che ha avuto il coraggio di non chiudere gli occhi e tapparsi il naso di fronte al sudiciume generalizzato che imperversa nel nostro Bel Paese, e che ha tentato con successo di recuperare il contatto con la realtà che lo circonda. << Stiamo tornando all'800, quando nella mia terra c'erano i conti e i baroni da una parte ed i mezzadri dall'altra, e si diceva che i maiali nascevano senza coscia perché i prosciutti dovevano essere portati ai padroni. Negli ultimi decenni il livello di vita dei lavoratori era cresciuto e la differenza con gli altri ceti era diminuita. Adesso si sta tornando indietro, e allora bisogna rimediare >>.
L'esempio che Enzo Rossi ci ha fornito dovrebbe divenire paradigmatico. Occorrerebbe che uomini di coscienza come il signor Rossi ne seguissero l'esempio. Occorrerebbe che i nostri parlamentari compissero lo sforzo di recuperare il contatto con la nostra realtà, come un vero regime democratico impone! L'Italia non è quella raffigurata nei sondaggi. L'Italia non è Roma, Milano, Torino. L'Italia è Poggibonsi, è Zagarolo, è Casal Pusterlengo, è l'Italia dei comuni con meno di 15.000 abitanti. Questa è la vera Italia! E' li che si dovrebbero fare interviste, sondaggi d'opinione, ricerche di economia demografica, perché la nostra realtà è questa! Il divario tra chi sta bene e chi vive in uno stato che non è solo povertà, ma disperazione sta aumentando paurosamente. Siamo l'Italia dei 7.500.000 di poveri e di almeno il doppio della popolazione che vive alle soglie della povertà. E' questa la priorità del Paese! Non il MOSE, non il Ponte sullo Stretto. Occorre passare ad una politica attiva, la cui agenda sia redatta tenendo conto dei veri bisogni della popolazione. Occorre che chi ci governa riacquisti il contatto con la realtà che ci è propria. Ma aspettare che le cose seguano il loro corso e cambino progressivamente è solo un'illusione che ha accompagnato le generazioni che ci hanno preceduto. Dobbiamo essere noi ad urlare il nostro disgusto, ad imporre che si parli dei nostri bisogni. Dobbiamo smetterla di essere elettorato e cominciare ad essere cittadini. Informiamoci, impariamo la legge, non lasciamoci mettere i piedi in testa, cominciamo dal nostro quotidiano, impariamo a partecipare attivamente e portiamo i nostri bisogni, le nostre proposte, le nostre soluzioni alla ribalta.
Educhiamoci alla democrazia, sarebbe anche ora!

mercoledì 17 ottobre 2007

Il Fatto #5

Come ogni settimana ritorna l'appuntamento con "Il Fatto(ne)", l'evento che con la sua carica ha smosso le acque della settimana passata. Archiviato del tutto oramai il mio buon proposito di non concentrarmi su di un'unica categoria, quella politica, mi vedo costretto ad ammettere che il "meglio" del nostro essere italiani viene quotidianamente estrinsecato dai nostri onorevoli rappresentanti, che non perdono occasione per dar prova della loro supremazia intellettuale.
A differenza delle volte precedenti, questa settimana non c'è stata lotta. Non ho dovuto nemmeno sforzarmi di vagliare e scegliere tra diversi avvenimenti e diversi protagonisti, in quanto a fugare ogni mia possibile perplessità è intervenuto il senatore Francesco Storace, leader de La Destra. Ma veniamo al Fatto!
Mercoledì 3 Ottobre in Senato si vota sul caso Visco. Una seduta importante in quanto la sfiducia a Visco potrebbe portare al crollo del Governo Prodi. Data la risicata maggioranza della coalizione di centro-sinistra al Senato determinante, ancora una volta, risulta il voto dei senatori a vita. L'indomani sul suo blog, Francesco Storace sferra il suo primo attacco contro i senatori a vita, riservando un particolare riguardo al premio Nobel per la medicina del 1986 Rita Levi Montalcini, asserendo che: <<
Il voto dei senatori a vita di ieri al Senato sul caso Visco è stato semplicemente vergognoso.[...] Noi non siamo più disponibili a tollerare che il governo si regga per il voto di chi sta al Senato nel disprezzo assoluto della volontà popolare. Come italiani abbiamo avuto molta ammirazione per la ricercatrice Rita Levi Montalcini, come italiani proviamo un pò di pena per la senatrice Rita Levi Montalcini>>. Le accorate parole di Storace risvegliano la creatività dei giovani di La Destra che, guidati dal braccio destro dell'ex ministro ed ex Presidente della Regione Lazio, Fabio Sabbatini Schiuma, inscenano una protesta simbolica avvertendo di voler inviare a domicilio delle stampelle ai senatori a vita, prima fra tutti la Montalcini. Nelle intenzioni di queste simpatiche canaglie le stampelle rivestono un duplice significato: servono a sostenere gli anziani che con i loro voti sostengono il, e quindi fanno da stampelle al, governo Prodi. Forte del sostegno ricevuto via mail sul suo blog, interrogato l'8 Ottobre sul fatto Storace attacca: <<Che si vadano a leggere le mail che arrivano al mio sito la gente non ne può più di questo governo tenuto in piedi dai novantenni>> e all'intervistatore che lo punzecchia, additando la trovata come di chiara matrice fascista, risponde: <<Ma quale fascista, è un'idea goliardica, so´ragazzi. Io, comunque, non ce l'ho con la Levi Montalcini scienziata, anzi, da connazionale, ne sono orgoglioso. Provo pena, invece, per la sua attività al Senato. E´ intollerabile che questi votino tutto, non solo la fiducia al governo, ma anche le mozioni e gli ordini del giorno, com'è successo con il caso Visco>>.
La risposta della Montalcini non tarda ad arrivare. L'indomani giunge a Repubblica una lettera aperta della senatrice a vita, che riporto integralmente:

<< Caro direttore,
ho letto su Repubblica di ieri che Storace vorrebbe consegnarmi, portandomele direttamente a casa, un paio di stampelle. Vorrei esporre alcune considerazioni in merito. Io sottoscritta, , in pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, continuo la mia attività scientifica e sociale del tutto indifferente agli ignobili attacchi rivoltimi da alcuni settori del Parlamento italiano. In qualità di senatore a vita e in base all’articolo 59 della Costituzione Italiana espleterò le mie funzioni di voto fino a che il Parlamento non deciderà di apporre relative modifiche. Pertanto esercito tale diritto secondo la mia piena coscienza e coerenza.
Mi rivolgo a chi ha lanciato l’idea di farmi pervenire le stampelle per sostenere la mia “deambulazione” e quella dell’attuale Governo, per precisare che non vi è alcun bisogno. Desidero inoltre fare presente che non possiedo “i miliardi”, dato che ho sempre destinato le mie modeste risorse a favore, non soltanto delle persone bisognose, ma anche per sostenere cause sociali di prioritaria importanza.
A quanti hanno dimostrato di non possedere le mie stesse “facoltà”, mentali e di comportamento, esprimo il più profondo sdegno non per gli attacchi personali, ma perché le loro manifestazioni riconducono a sistemi totalitari di triste memoria >>.

Pubblicando la lettera della scienziata sul suo blog, e siamo al 10 Ottobre, Storace non si lascia sfuggire l'occasione per rincarare la dose: <<Non pretendiamo che alla nobile e veneranda età di 98 anni ci sia capacità di ironia, pur se nel pieno delle facoltà mentali, come rivendica oggi Rita Levi Montalcini, chiamata da Repubblica a difendersi da stampelle inesistenti. Questa gagliarda signora non è solo la ricercatrice che abbiamo conosciuto, bensì si è trasformata nello strumento micidiale di sostegno del governo Prodi, diventando, così, persona di parte. Perciò, anche lei dovrà tenersi tutte le critiche più dure. Tra i privilegi dei senatori a vita non è prevista l’immunità per essersi schierati pregiudizialmente da una parte>>. Qualche giorno dopo, il 12 Ottobre, in occasione di un impegno istituzionale cui partecipava anche la Montalcini, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano si schiera a difesa della senatrice:
<<
Mancare di rispetto, infastidire, tentare di intimidire la senatrice Rita Levi Montalcini, una donna dall’alto sentire democratico, che ha fatto e fa onore all’Italia, è semplicemente indegno>>. Storace mal digerisce il richiamo del capo dello Stato e imperterrito continua a testa bassa: <<Non so se devo temere l’arrivo dei corazzieri a difesa di Villa Arzilla, ma una cosa è certa: Giorgio Napolitano non ha alcun titolo per distribuire patenti etiche. Per disdicevole storia personale, per palese e nepotistica condizione familiare, per evidente faziosità istituzionale. E’ indegno di una carica usurpata a maggioranza>>. Da questo momento in poi la polemica invade il campo della giurisprudenza ed il 15 Ottobre la Procura della Repubblica di Roma chiede al ministro della Giustizia (lo so che fa ridere, ma così è!) Clemente Mastella l'autorizzazione a procedere nei confronti di Francesco Storace indagato per il reato di offesa all'onore e al prestigio del Presidente della Repubblica, autorizzazione concessa due giorni dopo. Da parte sua Storace non si scompone commentando che: <<Non avevo dubbi che il regime autorizzasse un processo a un parlamentare dell'opposizione. Mastella tutela solo il presidente del Consiglio, cacciando De Magistris>>.
Ripercorrendo la vicenda una domanda mi arrovella la mente. Perché?
Non vi è alcun dubbio che il primo a strumentalizzare la vicenda sia proprio Storace che ha sfruttato l'occasione per farsi un bel pò di pubblicità a pochi giorni dalla costituente del suo nuovo partito, La Destra. Solo così si spiega l'uso di determinati toni, questi si populisti, per intervenire su una vicenda di notevole portata politica. Infatti scandalizzerà i più, ma epurate le frasi di Storace dal populismo di destra che le hanno contraddistinte, mi vedo costretto a professare il mio accordo circa il vero nocciolo della questione, ossia circa la deriva democratica che porta oggi il governo italiano a sorreggersi sui voti dei senatori a vita. Il vero problema intendiamoci non sono i senatori a vita, il cui diritto al voto e sancito dall'art. 59 della nostra Costituzione, né è rappresentato dal Presidente Napolitano, che esprimendo la sua solidarietà alla professoressa Montalcini ha non smesso la veste di arbitro super partes come asserito da Storace, quanto piuttosto espresso la solidarietà di un intero popolo ad una sua autorevole rappresentante.
Il vero problema si chiama legge 270/2005.
Dopo quasi mezzo secolo di sistema proporzionale la legge elettorale venne modificata nel 1993 a seguito di un referendum popolare dalla legge Mattarella, che aveva istituito un sistema elettorale di tipo misto. Nel Dicembre 2005 il governo Berlusconi, sempre attento nel monitoraggio dell'elettorato, decide di prevenire una possibile sconfitta elettorale modificando le regole, cancellando il volere popolare espresso nel 1993 e ristabilendo il sistema proporzionale, ma con dei premi di maggioranza assegnati solo a determinate condizioni. E qui giungiamo al nocciolo della questione.
Va notato infatti che al Senato non è assicurata la maggioranza dei seggi alla coalizione che ha ottenuto più voti, poiché i singoli premi regionali potrebbero neutralizzarsi a vicenda e può sia lasciare uguale, sia aumentare che diminuire il numero dei seggi ottenuti da una certa coalizione. Non è nemmeno garantito, quindi, che nei due rami del Parlamento si formi la stessa maggioranza. Infatti, nel caso del senato, il premio di maggioranza rende il risultato dipendente da un elevato numero di fattori variabili che lo rendono di fatto imprevedibile, seppur deterministico. Alla luce dei risultati delle ultime consultazioni politiche, qualsiasi coalizione avesse vinto si sarebbe trovata nella condizione nella quale si trova adesso il governo Prodi. Appare palese dunque come la responsabilità non debba essere attribuita ai senatori a vita, che ad ogni modo a mio avviso sostenendo una maggioranza votata dal popolo stanno espletando il loro dovere, quanto piuttosto a chi ha deciso di modificare le regole del gioco per propri interessi personali, facendo il male del Paese. Storace è un uomo furbo. Cavalca, a suo modo, l'onda di indignazione popolare sfociata con veemenza dalla società civile e attacca delle istituzioni che, come lui sa bene, non godono della simpatia e del sostegno della gente. Storace sa che l'aspetto fondamentale del problema è la legge elettorale 270/2005, non è uno sprovveduto, ma sa anche che a battere su questo chiodo non si racimolano consensi e voti. Questa è la ragione che ha spinto il senatore verso una strada più affollata, la strada del mercato nel quale ciascuno mostra la propria mercanzia al proprio pubblico suscitando la curiosità degli astanti e, da bravo imbonitore, utilizza il linguaggio del pubblico che intende conquistare. E' questa la politica contro la quale abbiamo espresso il nostro disagio. Una politica che ha perso di vista la sua ragion d'essere e che si è ridotta ad essere il teatro all'interno del quale viene quotidianamente rappresentato il dramma di quanto di peggio caratterizza la nostra italianità.

martedì 16 ottobre 2007

Peace Keapers: che la pace sia con voi

Il ruolo delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale ha subito una profonda evoluzione nel corso del decennio successivo alla fine della guerra fredda, in seguito al cambiamento di una serie di fattori legati alla politica estera delle maggiori potenze. Durante la guerra fredda il Consiglio di Sicurezza è stato spesso teatro di duri confronti ideologici tra le due superpotenze, americana e russa, che non hanno esitato ad usare lo strumento del veto per impedire la creazione di operazioni in zone ritenute strategiche o particolarmente rilevanti nell’ambito dello scontro geopolitico. Le operazioni di peacekeeping sono lo strumento che più ha beneficiato dei cambiamenti della situazione internazionale, essendo aumentati sia il numero delle missioni istituite che il loro ruolo strategico. Le operazioni di peacekeeping tradizionali sono caratterizzate da alcuni elementi, rimasti sostanzialmente invariati nel tempo, quali l’istituzione da parte del Consiglio di Sicurezza, il ruolo del Segretario Generale nel reperimento delle forze da impiegare e nel coordinamento, il fine pacifico dell’operazione e il consenso dello stato nel cui territorio devono operare le forze delle Nazioni Unite.
L’istituzione delle operazioni da parte del Consiglio avviene sempre mediante l’approvazione di una risoluzione nella quale vengono indicati, in maniera più o meno dettagliata i compiti che la missione è chiamata a svolgere. In alcuni casi le divisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza hanno determinato la messa a punto di mandati estremamente ridotti, fondati su un accordo, che riducono l’efficacia delle operazioni. A ciò va aggiunta, in alcuni casi, l’impossibilità per il Consiglio di modificare il mandato in un secondo momento per rispondere ai cambiamenti avvenuti sul campo e per dotare le operazioni di strumenti più flessibili per la risoluzione dei problemi, dovuta all’opposizione di uno o più membri permanenti. Stabilito il contenuto e la durata del mandato, interviene il Segretario Generale al quale spetta il compito di concludere accordi con gli stati membri delle Nazioni Unite relativi alle forze che dovranno prendere parte alle operazioni.
Dal punto di vista operativo le forze partecipanti alle operazioni di peacekeeping possono ricorrere all’uso della forza solo per legittima difesa, ovvero per tutelare l’incolumità personale dei partecipanti alla missione o impedire che azioni violente siano d’ostacolo all’adempimento del mandato. Va segnalato che le capacità di reazione delle forze di peacekeeping sono state limitate sia dall’inadeguatezza delle armi a disposizione che dall’impossibilità per i comandanti militari di prendere decisioni operative in maniera tempestiva ed efficace. Dal punto di vista storico il concetto di legittima difesa delle prime operazioni era strettamente limitato alla risposta ad attacchi armati rivolti contro le forze internazionali e solo in seguito si è affermata le legittimità di azioni prese in difesa del mandato della missione. Nel caso in cui l’azione armata delle forze internazionali ecceda i limiti dell’autodifesa non si parla più di peacekeeping, ma di peace-enforcement, per sottolineare il ruolo "attivo" finalizzato al ristabilimento della pace. L’evoluzione determinata dalla fine della guerra fredda, a cui si accennava in precedenza, ha condotto ad un ampliamento delle funzioni delle missioni di pace tale da rendere insufficiente il modello di peacekeeping tradizionale. Le operazioni della nuova generazione sono state definite multifunzionali e sono stati sviluppati concetti quali peace making e peace building, più adatti a descrivere le funzioni attribuite alle missioni di pace. La suddivisione delle operazioni in tre generazioni, operata dalla dottrina, fa rientrare le operazioni tradizionali nella prima generazione, quelle multifunzionali nella seconda e quelle che hanno previsto un ricorso all’uso della forza oltre il limite della legittima difesa nella terza.
Una delle prime caratteristiche che emerge dall’analisi delle operazioni multifunzionali è il ruolo determinante che in esse viene svolto dalle forze di polizia civile.
Questo genere di intervento di forze di polizia internazionali è di carattere transitorio, limitato cioè al periodo di tempo necessario per la ricostituzione di autorità nazionali legittime e ha sollevato alcune questioni relative alla sovranità dello stato e alla giurisdizione domestica. L’intervento della comunità internazionale in un settore così strettamente legato al concetto di sovranità, qual è il mantenimento dell’ordine pubblico, è stato giustificato dalla crescente esigenza di tutelare in maniera più efficace i diritti delle popolazioni coinvolte nei conflitti, minacciate da pericolose situazioni di anarchia. Legata al tema della polizia civile vi è la questione della separazione sempre più frequente nelle operazioni multifunzionali tra forze militari appartenenti ai paesi membri di un’organizzazione regionali e la componente civile. Oltre che in funzioni amministrative le componenti civili delle operazioni di pace sono state sempre più coinvolte in altri settori quali il monitoraggio elettorale, il sostegno allo sviluppo della democrazia, l’assistenza umanitaria, la ricostruzione economica, il monitoraggio e la protezione dei diritti umani.
E' possibile individuare alcuni fattori che hanno reso le operazioni di pace più rischiose rispetto al passato. Gli interventi sono stati a volte imposti alle parti di un conflitto prima della fine degli scontri militari come risultato della pressione internazionale e ciò ha indebolito il sostegno alla presenza delle forze di pace. Il furto di aiuti umanitari, insieme con i traffici illeciti di stupefacenti, pietre preziose e altri beni di valore, rappresenta una delle fonti di finanziamento per i gruppi coinvolti in conflitti locali e le missioni internazionali sono state impegnate in azioni di forza per arginare tali fenomeni che destabilizzano l’ambiente in cui la missione stessa si trova ad operare. Infine vanno considerate altre variabili in grado di condizionare il successo dell’attuazione degli accordi di pace, ovvero le cause del conflitto, il numero delle parti in lotta e delle vittime e l’entità delle distruzioni provocate dalla guerra. Le guerre determinate da fattori etnici e religiosi rendono più difficili i negoziati di pace, rispetto a quelle motivate da obiettivi economici o politici e, come è facilmente intuibile, più elevato è il numero di parti coinvolte in un conflitto e i danni da esso causati, più la riconciliazione richiede tempo e maggiori sforzi da parte delle presenze internazionali. Accade però che all'interno del Consiglio di Sicurezza vi siano Paesi, in particolare alcuni di quelli aderenti alla NATO, che spinti dall'atteggiamento tenuto dalle amministrazioni USA chiedano di mantenere il controllo delle missioni di peace keeping sotto il comando NATO, delegando all'ONU il controllo della componente civile delle operazioni multifunzionali. In tal modo i comandi militari operanti nelle situazioni di crisi internazionali ottengono una maggiore libertà d'azione di quella di cui disporrebbero sotto il controllo dell'ONU, trasformando le missioni di peace keeping in vere e proprie guerre. E' accaduto nel 1991 in Iraq, con la guerra del Golfo, è accaduto tra il 1994 e il 2000 nei Balcani e continua ad accadere oggi in Afghanistan.
Al di là delle mie considerazioni personali circa la necessità, finita la guerra fredda, o meno di tenere ancora in piedi il Patto Atlantico e la NATO piuttosto che rafforzare il campo d'influenza ed i poteri dell'ONU così da istituire un vero governo mondiale, ciò che credo sia importante mettere in evidenza è il fatto che la realtà storica ci sbatte con violenza in faccia le nostre responsabilità. Gli interventi nelle crisi internazionali degli ultimi decenni, volendo considerare quelli non predisposti dall'ONU, si sono in realtà risolti in guerre d'interessi. E nel corso di queste guerre chi ufficialmente avrebbe dovuto portare la pace si è invece macchiato di crimini contro l'umanità, il più grave dei quali ritengo sia l'uso di armi ad uranio impoverito.
La vicenda dell'uranio impoverito è nota ai più grazie alle testimonianze dei nostri militari impegnati nelle missioni all'estero. Molti ragazzi partiti in missione per credo ideologico, o per necessità economiche, o in vista di un avanzamento di grado sono rientrati in patria contaminati dall'uso, da parte degli eserciti impegnati nelle missioni di peace keeping, dell'uranio impoverito. Nel corso di un'audizione davanti alla commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito del Senato, tenutasi all'inizio di questo mese, il ministro della Difesa Arturo Parisi ha spiegato che, secondo i dati della Direzione di sanità militare, tra i militari impegnati in Iraq, in Afghanistan, nei Balcani ed in Libano tra il 1996 ed il 2006 solo 225 hanno contratto malattie tumorali e di questi 37 sono morti. Il ministro asserisce che il nostro esercito non ha mai fatto uso di armi all'uranio impoverito e che inoltre non risulta ai nostri comandi militari che nelle zone in cui i nostri militari sono stati impegnati siano state utilizzate da altri simili armi <<[...] a meno di dichiarazioni mendaci degli utilizzatori stranieri, che non voglio neppure ipotizzare>>, puntualizza il buon Parisi. Ma...L'Osservatorio militare, un'associazione che assiste gli appartenenti alle forze armate e le loro famiglie e che in questi anni si è battuta con forza per non far cadere nel silenzio il caso uranio impoverito, replica che secondo gli stessi dati ufficiali della Difesa i malati di cancro nello stesso periodo siano non 225 bensì 2.500 e che i morti non sarebbero 37 ma almeno 150. Migliaia di soldati, uomini e donne, partiti per portare la pace in regioni devastate dai conflitti sono rientrati in Patria chi dentro i bara, i più fortunati, chi con la vita rovinata per sempre. E i responsabili di questo crimine sono i nostri stessi alleati! La situazione è esplosa a livello mondiale, in quanto ciò che è accaduto ai nostri militari è successo anche ai soldati di tutti gli eserciti delle nazioni impegnate nelle missioni.
Questo è solo un aspetto del problema, quello che da un punto di vista morale ed etico è di minore rilevanza. Ovviamente la solidarietà e l'appoggio a chi subisce le conseguenze della contaminazione da uranio impoverito per aver indossato una divisa ed essere partito fucile in spalla è incondizionata, senza se e senza ma. Parliamo di uomini e donne, ragazzi e ragazze, padri, madri, fratelli, sorelle e delle loro famiglie che vivono quotidianamente l'incubo delle malattie tumorali. Questo però non deve farci dimenticare che un militare che va in guerra (perché le missioni di pace si svolgono su territori martoriati dalla guerra) conosce i rischi cui va incontro e li accetta. Ciò non equivale a liquidare l'accaduto con un "te la sei cercata", ma è indispensabile per giungere al vero nocciolo del problema, a quel crimine contro l'umanità che coincide con la contaminazione della popolazione civile e del territorio in cui queste armi vengono utilizzate.
I soldati di qualunque nazionalità, sia quelli che hanno subito la contaminazione da uranio impoverito che quelli che ne sono usciti immuni, erano stranieri in terra straniera, rimanevano nelle zone contaminate per pochi mesi e poi tornavano a casa e per di più godevano di coperture sanitarie adeguate o comunque non paragonabili a quelle per lo più inesistenti di cui invece potevano usufruire le popolazioni locali. I nostri militari e loro famiglie devono essere rimborsati del danno subito e sostenuti nel loro quotidiano da chi ne ha causato la contaminazione.
Ma chi risarcirà e sosterrà le popolazioni autoctone contaminate e le future generazioni?
I principali indiziati di un simile orrendo crimine sono le amministrazioni degli Stati Uniti d'America. E a porli sul bando degli accusati sono alcuni dei loro stessi dipendenti, tra i quali il prof. Major Doug Rocke.
Ufficiale medico e specialista di fisica nucleare dell'esercito US, Rocke ha preso parte alla guerra del Golfo del 1991 col compito di ripulire Arabia Saudita e Kuwait dall'uranio impoverito.
Dal marzo al giugno 1991 ha stilato un elenco di armamenti e attrezzature contaminate sul campo di battaglia, rispedito parte di esse negli USA e diretto l’interramento di altre ancora nel deserto dell’Arabia Saudita. È stato il capo del progetto sull’uranio impoverito al Pentagono tra l’Agosto 1994 e il Novembre 1995.
Le munizioni all’uranio uccidono e distruggono tutto quello con cui vengono a contatto. Tornando alla guerra del Golfo e anche prima, il Pentagono ha deciso di utilizzare degli armamenti che sono assolutamente efficaci in battaglia. Alla fine della guerra del Golfo, quando gli fu assegnato il compito specifico di ripulire il casino fatto dall’uranio, il prof. Rocke ricevette una nota scritta da un colonnello dei laboratori nazionali di Los Alamos in New Mexico. In questa nota era scritto: “ Nonostante sappiamo che ci siano degli effetti sulla salute e l’ambiente, deve fare in modo che noi possiamo sempre usare munizioni all’uranio in battaglia, perché sono molto efficaci. Quindi deve mentire sugli effetti che l’uso dell’uranio ha sulla salute e sull’ambiente”.
Il motivo per cui si chiede di mentire è di evitare ogni responsabilità per l’uso deliberato di munizioni all’uranio in Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, nei Balcani e nelle varie basi degli Stati Uniti. Di nuovo, lo scopo della guerra è uccidere e distruggere. Le munizioni all’uranio sono assolutamente distruttive. Ma cosa è accaduto agli abitanti di Kuwait, Iraq e Arabia Saudita a causa della dispersione di 400 tonnellate di polvere di uranio? Gli effetti riscontrati in donne, bambini ed altri abitanti della regione sono dovuti almeno in parte alla contaminazione da uranio che vi è stata lasciata. Rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, scienziati e personalità indipendenti di tutto il mondo si sono recati in zona, hanno verificato il livello di contaminazione e constatato che essa non era stata rimossa come previsto dalle direttive del Dipartimento della Difesa. Il Professor Harry Shalimer, uno dei maggiori esperti mondiali sull'argomento, ha detto che almeno 100.000 abitanti di Bassora sono stati colpiti dal cancro a partire dal 1991. Secondo il professor Rocke << l’uso delle munizioni all’uranio durante la guerra è un crimine contro Dio, un crimine contro l’umanità, e dovrebbe essere considerato crimine di guerra. Non si possono prendere delle scorie radioattive di uranio, gettarle nel cortile di qualcuno, rifiutarsi di prestare le cure mediche e di completare la bonifica ambientale necessaria per non mettere a repentaglio la salute e la sicurezza dei cittadini del mondo >>. Le Nazioni Unite hanno deciso il 10 settembre 2001 che le munizioni all’uranio vanno considerate armi di distruzione di massa. Il Parlamento Europeo ha proclamato che le munizioni all’uranio dovrebbero essere vietate in tutto il mondo. L’uso che gli USA fanno dell’uranio impoverito non si limita alla distruzione totale degli obiettivi, ma si estende dunque alla distruzione dell’ambiente e della vita in generale nelle regioni colpite. In queste regioni l’uomo non potrà abitare per milioni di anni. Il problema fondamentale consiste nel determinare come effettuare la bonifica. Per ogni singolo veicolo colpito da una munizione all’uranio occorre prendere l'intero veicolo e rimuoverlo fisicamente. Poi una ruspa deve scavare 10 cm di terreno per almeno 100 metri e rimuovere il tutto per rendere l’area di nuovo sicura, e questo per ogni singolo veicolo. La contaminazione rimarrà nella zona, a meno che non venga fisicamente e completamente rimossa, per 4,5 miliardi di anni e oltre. Uno dei problemi fondamentali è che il Dipartimento della Difesa USA non ha identificato tutte le zone dove sono state usate munizioni all’uranio.
Le malattie sviluppatesi nel sud dell’Iraq e le deformità dei neonati porteranno ulteriori complicazioni per le generazioni future. Quando degli individui vengono esposti all’uranio i cambiamenti nell’RNA e nel DNA, i cambiamenti genetici che avvengono, sono la causa di questi effetti sui neonati.
Il problema non riguarda solo l'Iraq.
Degli studi hanno concluso che, dalle aree contaminate dei Balcani, la polvere di uranio ha viaggiato più di 1000 km e ha raggiunto svariate capitali europee. Ricordate come ebbe inizio l'attuale guerra in Iraq, all'indomani dell'attentato alle Twin Towers dell'11 Settembre 2001? Una relazione degli osservatori statunitensi in Iraq, poi dimostratasi del tutto falsa, confermava la presenza nel territorio iracheno di armi chimiche e biologiche di distruzione di massa. Fu per prevenire e debellare questa possibile minaccia che venne deciso l'intervento militare in Iraq. E per impedire appunto che le nostre democrazie potessero essere minacciate da un attacco chimico si è deciso di contaminare il territorio "nemico" e la sua popolazione con l'uranio impoverito, di cui i maggiori produttori mondiali sono Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Quando verranno attribuite le responsabilità ai veri criminali? La Storia prima o poi pretenderà una risposta.





lunedì 15 ottobre 2007

Back to the Future o sulla nascita del PD

La giornata di ieri, Domenica 14 Ottobre 2007, è stata caratterizzata dalla fondazione ufficiale del Partito Democratico e dalle elezioni primarie che hanno portato Walter Veltroni ad essere il primo segretario del neonato partito. Un passo importante verso il futuro: un futuro diverso, nuovo per la politica italiana, dicono i protagonisti di quest'avventura. Ma quanto c'è di vero in questa affermazione?
Per tentare un'analisi corretta bisogna partire da lontano, dal 1992 e dalla stagione di Tangentopoli. Tutto ha inizio il 17 Febbraio 1992 con l'arresto di Mario Chiesa, politico socialista milanese e presidente di uno dei più importanti ospizi della città, il Pio Albergo Trivulzio. Le dichiarazioni rese da Chiesa al pool di magistrati della procura milanese, diedero il via a numerose inchieste per corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti su tutto il territorio nazionale, che noi meglio conosciamo come Mani pulite. Tali inchieste portarono alla luce un panorama di diffusa corruzione dal quale nessun settore della politica nazionale o locale appariva immune. La diretta conseguenza del coinvolgimento di larga parte della classe politica in questo sistema marcio e corrotto fu la delegittimazione del sistema politico italiano. La Democrazia Cristiana, prima forza politica del Paese dal secondo dopoguerra sino al 1992 appunto, perse in poco più di un anno oltre la metà della propria base elettorale; Il potente Partito Socialista Italiano, guidato da Bettino Craxi, decapitato dagli avvisi di garanzia ricevuti dai suoi più alti rappresentanti, sparì in breve tempo; Il Partito Comunista Italiano venne sciolto e una sorte non certo migliore toccò al Partito Liberale Italiano, al Partito Repubblicano Italiano e al Partito Social Democratico Italiano. L'assetto politico-istituzionale dominante crollò in blocco, gettando il Paese in uno stato di confusa indignazione che portò alla fine della cosiddetta Prima Repubblica. Così, siamo già al 1994, forze politiche nuove si affacciarono sulla scena, nel tentativo di colmare quel vuoto istituzionale seguito al periodo di Tangentopoli. Dalle ceneri dei vecchi partiti ne sorsero di nuovi, o sarebbe meglio dire che i vecchi partiti assunsero nuove denominazioni, in quanto i volti dei protagonisti rimasero (e sono!) pressoché immutati. La Lega Nord, nata dall'unione di numerosi gruppi politici locali del nord-est del Paese operata da Umberto Bossi, divenne il primo partito del settentrione per base elettorale. Ma la novità più rilevante fu senza ombra di dubbio l'irruzione sulla scena politica italiana di uno dei più grandi imprenditori del Paese, Silvio Berlusconi. Colmando quel vuoto che si era venuto a creare al centro dello schieramento politico italiano, con la fine della Dc, Berlusconi, con il suo nascente partito Forza Italia, ottenne alle elezioni politiche del 1994 la maggioranza elettorale che gli permise di formare il suo primo Governo. Molti italiani, indignati dalla corruzione della vecchia classe politica, videro nell'imprenditore milanese il volto nuovo su cui puntare. Per tanti l'uomo venuto dal nulla e divenuto uno dei maggiori affaristi della nazione era la persona giusta per traghettare l'Italia verso l'era della Seconda Repubblica. Ma il clima politico e sociale, piuttosto che rilassarsi ed avviarsi verso una fase di normalizzazione, subì un ulteriore inasprimento: da una parte infatti furono avviate numerose indagini giudiziarie sulle aziende di Berlusconi, che risultarono ampiamente implicate in quel sistema che l'inchiesta Mani pulite portò alla luce; dall'altra vi era un governo, il cui Capo di Gabinetto era uno dei maggiori inquisiti nell'ambito dell'inchiesta, che mandava ispettori negli uffici dei giudici milanesi alla ricerca di irregolarità. Si instaurò un regime di tensione tra classe politica e magistratura, che a tutt'oggi permea il nostro Paese. Tra il 1995 e il 2001 a governare fu la coalizione di centro-sinistra dell'Ulivo ma il clima non mutò in quanto, sotto l'attenta guida di Massimo D'Alema, vennero di fatto ignorate le richieste del sistema giudiziario e promosse invece riforme giudiziarie che resero ancora più lenti i tempi già penosamente lunghi dei processi italiani. Di fatto cioè si instaurò una tacita (?) alleanza dell'intero sistema politico in opposizione alla magistratura e venne portato avanti il tentativo di allungare i tempi dei processi così da far cadere i reati scovati nel periodo di Tangentopoli in prescrizione. Dal 2001 sino allo scorso anno Berlusconi riottiene la maggioranza e da subito l'atteggiamento generale dei media e dell'opinione pubblica nei riguardi del pool di magistrati della procura di Milano cambia radicalmente: adesso sono loro i cattivi, coloro i quali col loro intervento hanno destabilizzato la vita politico-sociale del Paese.
In questi ultimi anni il centro-destra sotto la guida di Silvio Berlusconi ha vissuto un periodo di notevole stabilità politica: Forza Italia, Alleanza Nazionale, UDC e Lega Nord convivono, tra alti e bassi ma sempre stabilmente, all'interno del Polo prima, Casa delle Libertà adesso. La leadership dell'alleanza, se non di recente, non è mai stata messa in dubbio e a muoverne le fila è una sorta di ristretto direttivo formato da Berlusconi, Fini, Casini e Bossi. Il potere è concentrato nelle mani di pochi uomini e ciò contribuisce sicuramente alla già citata stabilità di cui il centro-destra gode.
Il centro-sinistra invece non ha saputo trovare un leader o un direttivo capaci di assicurare unità d'azione alla coalizione. Ciò a causa del frazionamento e della miriade di piccoli e medi partiti che formano la coalizione. Nessuno a sinistra sino ad oggi ha goduto di una base elettorale talmente ampia da assicurargli il potere necessario a gestire la coalizione, com'è invece accaduto nel centro-destra, rimanendo così esposta ai ricatti interni ed ai giochi di potere. Una soluzione venne prospettata nel 2003 dal giornalista ed economista nonché allora deputato diessino, Michele Salvati, che delineò un ipotetico nuovo partito comune alle forze socialiste, liberal-democratiche e cristiano-democratiche. Ma è solo nell'estate dello stesso anno, allorché l'allora presidente della Commissione Europea Romano Prodi patrocina l'idea di formare una lista unitaria, L'Ulivo, in vista delle elezioni europee del 2004 e con la vittoria elettorale ottenuta nelle stesse con il 31,1% di preferenze, che l'idea di un partito unitario di centro sinistra comincia seriamente a prendere corpo. L'intuizione viene rafforzata anche dalle successive elezioni politiche del 2006 che riportarono il centro-sinistra alla guida del Paese.
Cosa accade? Accade che a sinistra (?) ci si rende conto che manca nello schieramento un grande partito capace di guidare la coalizione e mantenerne la stabilità. Succede così che pur di assicurarsi il dominio della scena politica nazionale ciascuno cede le proprie "quote di Potere" al nascente partito, quote che verranno poi redistribuite agli stessi titolari al suo interno. La "grande intuizione" che ha portato alla nascita del Partito Democratico appare più come un back to the future nel quale la restaurazione dell'establishment che ha caratterizzato il periodo della nostra Prima Repubblica viene riproposta come un salto verso il futuro della politica nostrana.
La nascita del Partito Democratico infatti appare come una mossa propria della logica partitica che ha informato il nostro sistema politico dall'unità ad oggi. Quali sono le novità millantate dai fautori di questa svolta politica? Analizziamole una per una.
Innanzitutto è stato detto con enfasi che il Partito Democratico nasce per rispondere alla necessità della gente di partecipare attivamente alla vita politica del Paese. E', sempre a detta dei fautori del progetto, la risposta della politica all'antipolitica manifestatasi di recente sotto le mentite spoglie della partecipazione popolare diretta.
Nulla di più falso! Innanzitutto perché il progetto che ha portato alla creazione del Pd risale al 2003 ed ha un percorso che si snoda lungo i successivi quattro anni; non si vede quindi come e perché dovrebbe essere la risposta ad un bisogno manifestato solo un mesetto fa. La concezione del desiderio di partecipazione diretta dei cittadini alla vita politica appare poi molto distorta. Non vi è stata una "spinta dal basso", da parte dei cittadini, verso l'unificazione delle correnti politiche che (in)formano il Pd.
Il partito nasce da accordi e bisogni interni più alla logica partitica. L'unico momento nel quale è stata consentita la partecipazione popolare ha riguardato la scelta del leader del movimento. Ma... Invero appare chiaro come anche quest'unico momento di apertura alla base elettorale (che invece in un sistema politico democratico dovrebbe costituire il motore primo della politica) sia stato attentamente manipolato dai vertici politici per mezzo della scelta dei criteri attraverso cui esprimere la propria preferenza. Le primarie, per l'ennesima volta sono state una bufala. Come alla vigilia delle politiche del 2006, anche stavolta sin da subito è parso chiaro chi sarebbe stato il vincitore. L'unico vero rivale nella marcia di avvicinamento alla leadership del partito da parte di Walter Veltroni era Rosy Bindi! L'ex democristiana ha lottato con tenacia finendo per apparire ciò che non è mai stata: una tenace oppositrice allo status quo. Perché, mi chiedo, restringere il lotto dei candidati a un esiguo numero? La gente avrebbe dovuto poter scegliere in maniera libera il proprio candidato ideale. E perché una volta deciso di presentare un lotto ristretto di candidati l'unico personaggio noto è stato Veltroni? Perché non D'Alema, Fassino, Rutelli o lo stesso Prodi? Perché tutto era già stato deciso. Perché ancora prima che i vaffanculo degli italiani accelerassero il processo di costituzione del Pd, Veltroni era stato designato come successore di Prodi a capo della coalizione di centro-sinistra. E allora perché le primarie? Forse perché l'euro versato da chi è andato a votare ha portato nelle casse del nuovo partito, nel giorno della sua nascita, oltre 3.500.000,00 di euro! Come se ciò non bastasse basta dare un'occhiata ai nomi dei rappresentanti politici che formano le varie correnti interne al nuovo partito per capire come di nuovo non ci sia proprio nulla. Un rapido elenco:

Riformisti:

Massimo D'Alema, figlio del deputato del Partito Comunista Italiano
Giuseppe D'Alema;
Piero Fassino, nipote di uno dei fondatori del Partito Socialista Italiano.

Popolari:

Franco Marini, iscritto alla Democrazia Cristiana dal 1950 e dal 1965 autorevole rappresentante della CISL di cui sarà segretario a partire dal 1985. Eletto nelle file della Dc nel 1992, attuale Presidente del Senato;
Giuseppe Fioroni, ex Dc e attuale Ministro della Pubblica Istruzione;
Ciriaco de Mita, eletto nelle file della Dc nel lontano 1963, ex segretario e presidente della Democrazia Cristiana nonché Presidente del Consiglio nel 1988.

Democratici Rinnovatori:

Francesco Rutelli, ex Radicale con pannella, poi Verdi, sindaco di Roma e fondatore della Margherita;
Paolo Gentiloni, braccio destro di Rutelli.

Cristiano Sociali:

annoverano tra le loro fila personaggi del mondo cattolico, esponenti della vecchia Dc.

A Sinistra:

Massimo Brutti, senatore dal 1992 eletto nelle fila del Partito Democratico della Sinistra di Occhetto;
Livia Turco, eletta deputata nel 1987 nelle fila del Partito Comunista Italiano.

Ambiente, Innovazione, Lavoro:

composta da veltroniani di lunga memoria, annovera tra le sue fila Giuliano Amato, membro importante del Partito Socialista Italiano di Craxi dal 1983 al 1994;

Ecologisti Democratici:

corrente ambientalista composta in larga parte da ex-Federazione dei Verdi.

Veltroni e Prodi, all'indomani delle primarie gioiscono e si lanciano in disgustosi proclami: "non sarà un partito delle correnti o del leader ma delle persone", nasce "un partito che raccoglie la sfida di rinnovare la politica", "abbiamo portato la politica alla gente da cui arriva una richiesta di unità, coesione e buona politica". Disgustosi perché: non sarà un partito delle correnti, ma al suo interno ce ne sono almeno due che hanno un peso politico rilevante, quella socialista e quella democristiana, e di certo la tensione esploderà nel momento in cui si dovrà decidere se aderire al Partito Socialista Europeo o al Partito Democratico Europeo; non sarà un partito del leader, ma di certo sarà un partito con un direttivo "oscuro" forte, in quanto pare poco probabile che D'Alema, Fassino, Amato, Rutelli, Prodi, Dini, Follini, Letta e gli altri signori della Sinistra si facciano improvvisamente da parte; sarà un partito che raccoglie la sfida di rinnovare la politica, ma lo fa annoverando tra le sue fila esponenti della Prima Repubblica del calibro di Amato, De Mita e Occhetto, solo per citarne alcuni. Avrete anche portato la politica alla gente, ma la vera sfida sarebbe stata quella di portare la gente alla politica!
Un ultima considerazione prima di chiudere.
Guardare al panorama politico italiano a partire dal 1992 può apparire un scelta "ingenua", in quanto si finisce per trascurare tutta l'epoca della Prima Repubblica di cui la Seconda Repubblica è una diretta emanazione più che un modello alternativo. Ma anche volendo partire dal periodo della Costituente, cioè dal 1947, si cadrebbe in errore in quanto per comprendere gli attuali sviluppi politico-istituzionali del nostro Paese sarebbe necessario far partire l'analisi almeno dal periodo precedente all'unità d'Italia. La mia scelta analitica è volta a semplificare il quadro d'analisi e a rendere meno corposo l'intervento. Un altro modello d'analisi parallelo a quello scelto avrebbe dovuto prendere in considerazione l'importanza della massoneria in Italia, vero centro di confluenza degli interessi politici, economici, finanziari e militari del Paese ed in particolare della Loggia Propaganda 2, meglio nota come P2, e dell'uomo che più di ogni altro ha influenzato la vita politica della nazione dal 1969 ad oggi, Licio Gelli. Il programma della P2
infatti prevedeva, tra l'altro, di portare il Consiglio Superiore della Magistratura sotto il controllo dell'esecutivo, separare le carriere dei magistrati, rompere l'unità sindacale e abolire il monopolio della RAI. Non vi sembra che i governi della Seconda Repubblica siano quantomeno in linea con il programma della P2? Rileggere la Storia della Politica italiana dagli anni di Piombo sino ad oggi tenendo in primo piano l'attività della P2, i suoi legami con la CIA ed i Servizi Segreti italiani, col terrorismo di matrice politica, gli interessi economici dei suoi membri, i mutamenti politico-istituzionali seguiti a Tangentopoli sarebbe un esercizio di notevole importanza storica. Non tutte, ma molte delle questioni irrisolte circa gli avvenimenti salienti della storia del nostro Paese degli ultimi decenni, troverebbero delle risposte.







martedì 9 ottobre 2007

Il Fatto #4

Passano le ore, passano i giorni, passano le settimane e il motivo per il quale i nostri onorevoli rappresentanti hanno deciso mesi fa, in occasione dello scandalo suscitato dal servizio del programma televisivo Le Iene sull'assunzione di droghe da parte dei parlamentari, di non sottoporsi a seri controlli anti-droga mi appare sempre più palese. La mia intenzione nell'inaugurare questa rubrica era quella di scovare il Fatto(ne!) tra le maglie sociali del nostro Paese, senza concentrarmi su di un unica categoria. Ma il mio proposito sta andando a farsi benedire! Sono sempre loro, i politici, ad alzarsi una spalla sopra tutti gli altri settimanalmente e ad occupare di diritto questo spazio. E lo fanno in maniera politically correct, rispettando il principio della par condicio. Non è infatti frutto di una mia scelta consapevole il fatto che all'interno della rubrica, sino ad oggi, si siano alternati con preoccupante regolarità esponenti di entrambe le parti politiche. La par condicio, intesa come lo si fa nel nostro Paese, è una stronzata non un principio. Motivo per cui non mi interessa rispettarla. Ma loro...Loro la rispettano eccome. Hanno livellato le loro capacità intellettive tutti sullo stesso piano, senza distinzione di appartenenza politica, così da trovarsi in un regime non tanto formale, quanto sostanziale di pari condizioni. E così questa settimana ha visto concorrere per il titolo settimanale del Fatto più candidati: Tommaso Padoa Schioppa, di cui già avevo però parlato nel post La società dei Bamboccioni e al quale non ho ritenuto opportuno dedicare maggiore spazio; Clemente "il Ceppalonicus" Mastella, che ho scartato perché non saprei in che categoria professionale inserire; alla fine mi sono convinto che il vincitore della settimana non poteva che essere il Ministro per lo Sviluppo Economico, Pier Luigi Bersani. Ma veniamo al Fatto!
Il 10 Settembre scorso la Federazione regionale Emilia Romagna degli ordini dei medici Chirurghi e degli Odontoiatri indirizza agli enti locali della Regione (al Presidente della Regione, ai presidenti delle provincie ed ai sindaci delle città; agli assessori alla sanità e all'ambiente regionali, provinciali e comunali) la seguente lettera:

"Gent.mi Signori

in nome e per conto della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri dell'Emilia Romagna, visto l'inoltro alla Procura della Repubblica di Modena di un esposto relativo al raddoppio del termovalorizzatore della stessa città e di analoghe ulteriori iniziative sul territorio regionale da parte di gruppi di medici, nonché a seguito dell'incontro avvenuto il 3 Luglio u.s. tra la Federazione e il Prof. Benedetto Terracini, coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico preposto all'espressione di giudizi di fattibilità dei progetti di ricerca finanziati dalla Regione Emilia Romagna per la valutazione dell'impatto sulla salute delle popolazioni insistenti negli intorni dei nove inceneritori presenti in Regione, si richiede alle SS.LL. di non procedere alla concessione di nulla-osta alla costruzione di nuovi termovalorizzatori-inceneritori.
Come è noto questa Federazione intende rispettare il proprio Codice Deontologico e si fa dunque carico di invitare gli organi politi preposti a tenere conto delle forti preoccupazioni insorte a proposito del supposto impatto negativo sulla salute delle popolazioni residenti a causa della immissione nell'aria dei fumi derivanti dall'incenerimento dei rifiuti urbani.
La Federazione è certa dell'attenta valutazione da parte delle SS.LL. delle preoccupazioni espresse.
rimane in attesa di un Loro riscontro.
E' gradita l'occasione per inviare i saluti più cordiali.

Il Presidente
Dott. Giancarlo Rizza"

Il 4 ottobre giunge dall'Ansa la notizia che il Ministro per lo Sviluppo economico, Pier Luigi Bersani non gradendo l'iniziativa dei medici Emiliani/Romagnoli, invia a sua volta una missiva ai colleghi ministri Livia Turco (Sanità) e Clemente Mastella (Giustizia) per chiedere un'indagine sulla Federazione. Scrive Bersani (fonte Ansa):
<< Sottopongo alla vostra valutazione, in qualità di Ministri vigilanti, l'apprezzamento se l'iniziativa in esame possa costituire un inammissibile sviamento dalle finalità istituzionali e, comunque, dagli ambiti di attività consentiti dalla legge, ai fini dell'eventuale adozione di tutte le misure ritenute necessarie, anche non solo disciplinari, nei confronti dei responsabili. [...] Appare, infatti, evidente la netta differenza fra la legittima libera manifestazione del pensiero di uno o più professionisti, anche riuniti e la richiesta in esame, proveniente da una Federazione di Enti pubblici (gli Ordini) vestiti dell'autorevolezza derivante dalla vigilanza nell'esercizio della professione sanitaria, e suscettibile di paralizzare l'attività di altri Enti pubblici rappresentativi, questi ultimi, delle Comunità locali secondo il principio democratico sancito dalla Costituzione. [...] La nota, che non riporta nessuna motivazione sostanziale non appare suffragata da alcun fondamento tecnico-scientifico riconosciuto, atteso che la realizzazione degli impianti in esame e il loro funzionamento sono disciplinati dalle norme comunitarie e nazionali di tutela della salute e dell'ambiente. La descritta richiesta prescindendo dal merito, esorbita totalmente, comunque, dall'ambito delle attribuzioni degli ordini professionali di cui la suddetta Federazione regionale è espressione ed appare ultronea anche rispetto alle iniziative di prevenzione menzionate nell'articolo 5 del codice deontologico della Federazione nazionale dei medesimi ordini. La medesima richiesta appare altresì suscettibile di procurare un grave allarme nella popolazione interessata di ostacolare gravemente il legittimo esercizio delle competenze amministrative di una vasta pluralità di enti pubblici locali >>.
Accade in Italia che la società civile sta prendendo sempre più coscienza della propria forza. Fino a quando a mobilitare erano i sindacati ed i partiti ci si sentiva "guidati" nelle proteste. Ultimamente invece le coscienze troppo a lungo assopite si stanno lentamente risvegliando e i cittadini cominciamo a muoversi da soli, ad organizzarsi prescindendo dall'appartenenza partitica o sindacale, ad agire non più come aderente ad un partito o iscritto ad un sindacato ma ad agire da cittadino! In questo clima che gli pseudo-intellettualoidi del regime partitocratico continuano a definire di anti-politica l'iniziativa popolare spiazza le istituzioni che arrancano nel tentativo di reagire, producendo come effetto perverso della loro stessa reazione un moto sempre più ampio di malcontento e di imbarazzo nei loro confronti da parte della società civile. La vicenda di Bersani ne è un ulteriore esempio. La lotta agli inceneritori ed ai termovalorizzatori viene portata avanti da anni nel nostro Paese, ma a livello locale. Ogni comunità nella quale un simile impianto è sorto o nella quale è stato progettato si è battuta contro questi eco-mostri. Senza distinzioni, nessuno vuole sul proprio territorio gli inceneritori. Una politica sana, centrata sui bisogni della popolazione e sulle sue richieste avrebbe da tempo abbandonato i progetti di espansione di simili impianti e favorito politiche alternative alla soluzione dei rifiuti solidi urbani. A nessuno interessa se gli inceneritori o i termovalorizzatori verranno costruiti rispettando le normative nazionali e comunitarie circa la sicurezza e l'emissione di sostanze tossiche. Nessuno li vuole a priori! E a ragion veduta. Gli abitanti delle aree in cui tali impianti sono già sorti ne pagano lo scotto in termini di salute e di qualità della vita. Per la prima volta succede che il piano di scontro tra politica e società civile circa il tema in esame si sposti dal livello locale (tollerato dai politicanti in quanto gestibile) ad un livello regionale e che a porre la questione sia non una non meglio identificata organizzazione di cittadini, ma un Ente dotato di autorevolezza in materia di salute, la Federazione regionale dell'Ordine dei Medici appunto. Ciò che la Federazione chiede coincide con quanto espresso sul territorio nazionale tutto da parte di tutti i cittadini! Se la missiva bloccherà e paralizzerà l'attività di altri Enti Locali, come Bersani con cipiglio catastrofico prevede, avrà paralizzato una ed una sola attività di codesti enti, attività che tra l'altro i cittadini tutti giudicano inopportuna. Da anni si grida che gli inceneritori non sono la soluzione che vogliamo. Non ci interessano i vostri interessi economici, o quelli dei vostri amici.
Abbiamo detto no!
E continuiamo a farlo. Non è la missiva della Federazione della Regione Emilia Romagna a generare allarmismo tra la popolazione; semmai è vero il contrario. E' stato l'allarmismo della popolazione a risvegliare le coscienze di chi di salute si occupa quotidianamente. Puniteli tutti quei medici. Anzi, puniteci tutti! Perché noi la pensiamo come loro. Come si può affermare, come fa Bersani, che un simile intervento da parte di un ordine professionale che si occupa di salute, dalla prevenzione alla chirurgia, possa esulare dall'ambito delle attribuzioni proprie di codesto ente? Se chi si occupa di salute ti dice a chiare lettere "Basta con gli inceneritori, che fanno male alla gente" non puoi rispondere come all'asilo "Zitto tu! Ora lo dico alla maestra..." Bersani! Che i fumi degli inceneritori e dei termovalorizzatori fanno male lo sanno anche i bambini, ma non Bersani: come si fa a dire che non sembra suffragata da alcun fondamento tecnico-scientifico! E poi preservare la salute dei cittadini non le sembra una motivazione sostanziale valida?
Invece che continuare ad osteggiarci, cominciate ad ascoltarci e forse sentiremo meno il bisogno di mandarvi tutti a casa.

lunedì 8 ottobre 2007

Catania

Tra le perle che impreziosiscono le coste dello Ionio, Catania è sicuramente tra le più preziose!
Fondata originariamente dai siculi, nel 729 a.c. venne rifondata dai coloni greci che le diedero il nome di
Kατάvη, grattugia, a causa della particolare asperità del terreno, secondo quanto riferito da Plutarco. Passata successivamente in mano alla dominazione siracusana, venne conquistata dai romani nel 263 a.c. Alla caduta dell'impero romano, seguì le sorti della Sicilia, venendo conquista prima dagli ostrogoti, poi dagli arabi, dai normanni, dagli svevi e dagli angioini. Alla fine del 1200 passò in mano agli aragonesi, poi fu la volta dei piemontesi e dei Borboni, finché nel 1860 entrò a far parte del Regno d'Italia.
Il susseguirsi nel corso dei secoli delle diverse dominazioni, oltre ad arricchire il bagaglio culturale del popolo catanese, ha dotato la città di un patrimonio artistico incomparabile. Del periodo greco e romano rimangono pochissime traccie, sia a causa dei disastrosi terremoti che hanno più volte raso al suolo la città sia a causa del fatto che non sono mai state eseguite grandi campagne di scavi e studi archeologici sul territorio. Tuttavia è possibile ammirare il Teatro romano e l'Anfiteatro, del II secolo, l'Odeon, del III secolo, le Terme dell'Indirizzo, quelle Achilliane e quelle della Rotonda, nonché i resti di un acquedotto presso il Parco Gioieni. Al periodo normanno risalgono invece il castello di Aci Castello e le absidi del Duomo, la Cattedrale di Sant'Agata. E' inoltre possibile ammirare le tracce del periodo bizantino e della dominazione sveva, in particolar modo il Castello Ursino. A testimonianza invece del periodo aragonese è possibile citare il Monastero dei Benedettini e la chiesa di Santa Maria di Gesù. Queste gemme, che testimoniano l'eterogenea ricchezza architettonica della città, sono sapientemente incastonate
all'interno del tessuto urbanistico barocco, che più di ogni di ogni altro caratterizza la morfologia della città. Basta sollevare lo sguardo sulle facciate dei palazzi del centro storico o passeggiare per via Crociferi per ritrovarsi immersi nella magica atmosfera del barocco siciliano.
Ad
impreziosire ulteriormente la città e a donarle un fascino unico concorre anche la ricchezza paesaggistica del luogo. Città di mare, a Catania è possibile immergere i piedi nella calda sabbia dorata della Playa, ammirare un mare incantato dalle scogliere a strapiombo della zona di Ognina o godere di splendide coste laviche come quelle che compongono il magnifico affresco di Aci Trezza, proscenio di antiche leggende. Il tutto è sovrastato dall'imponente presenza del vulcano Etna, che domina il paesaggio a nord-est della città e che rende magica la notte con le sue eruzioni.
Fuoco e Acqua! Ma anche Terra e Aria. Terra come la ricca terra vulcanica della Piana di Catania che ha storicamente reso la Sicilia, sin dai tempi in cui era considerata il Granaio di Roma, una terra fertile e adeguata a tipi di colture differenti: dal grano ai cereali, dal pistacchio al fico d'India, dagli agrumi ai frutti esotici e tropicali. Terra come l'Oasi del Simeto, riserva naturale nella quale sostano aironi, cormorani, falchi pescatori, e il Parco dell'Etna. Aria come il soffio del vento di Scirocco, che soffiando caldo dal deserto africano giunge sulla città avvolgendola nel suo caldo abbraccio.
Architettura e natura dunque. Ma non solo. L'effervescenza di Catania è testimoniata da una ricchezza culturale che interessa tutti campi dell'arte. Città natale di artisti immortali come Vincenzo Bellini e Giovanni Verga, di cui è possibile visitare le Case Museo, la scena culturale catanese ancora oggi manifesta la sua dinamicità, tanto ad esempio da spingere molti a definire Catania la "Seattle d'Europa" per quanto riguarda la scena musicale. Non mancano i musei: da quello Dell'Orto Botanico a quello Belliniano, dall'Emilio Greco al Museo del Castel Ursino, dal Museo Paleontologico dell'Accademia Federiciana al Museo dello Sbarco in Sicilia e a quello del Cinema. Catania è anche la città siciliana a più alta densità teatrale; il Teatro Massimo Bellini è oggi un teatro lirico di tradizione, che vanta un'orchestra sinfonica ed un coro stabile, sede della stagione operistica e concertistica.
Ma Catania è anche il più importante polo economico della Sicilia. Lo sviluppo economico della storia moderna della città ha inizio nel XIX secolo, periodo nel quale a muovere l'economia dell'isola era l'estrazione dello zolfo, di cui la Sicilia deteneva il monopolio mondiale. Catania divenne il più grande centro di raffinazione, avviandosi così verso l'industrializzazione. Uno spaccato di ciò che fu la Catania dello zolfo si può ancor oggi osservare intorno al centro espositivo "le Ciminiere", a due passi dal centro cittadino. A partire dal primo dopoguerra e per tutto il ventennio fascista, la città perse progressivamente d'importanza sino al boom economico, demografico e sociale degli anni '60, trainato dall'edilizia privata. Si cominciò allora a parlare di Catania come della "Milano del Sud" e a tutt'oggi, nonostante la crisi seguita agli scandali del periodo di Tangentopoli, il tessuto economico della città appare vitale, soprattutto nei settori della piccola industria, del commercio, del turismo e dei servizi e trainato dal settore della produzione tecnologica e farmaceutica.
Oltre e più di questa Catania da guida turistica, c'è poi la Catania della gente. Quella Catania della Pescheria (il mercato del pesce) e della "Fera o luni" (il mercato caratteristico di piazza Carlo Alberto), in cui è possibile immergersi in un'atmosfera molto simile a quella dei souk (mercati) arabi, ricca di colori, suoni e sapori. Quella Catania della movida notturna, fatta da giovani e meno giovani che invadono ogni notte il centro storico e i suoi pub, i suoi bar, i ristoranti, le trattorie tipiche, i disco-pub, i club; che si aggirano per le stradine barocche e si incontrano, che si stringono sulle scalinate in piazza Bellini di fronte al Teatro e che saturano la notte della cacofonia prodotta dalla loro voglia di vivere. Quella Catania dello shopping in via Etnea o la Catania del Porto e delle periferie.
Questa è la Catania in cui sono nato e cresciuto, o meglio, questa è quella parte della Catania in cui sono nato e cresciuto che mi fa essere fiero di essere catanese. Poi c'è un'altra Catania, di cui mi vergogno e che vorrei che cambiasse. La Catania strozzata dal connubio tra mala politica e mafie. La Catania del degrado architettonico, infrastrutturale, sociale e morale. La Catania dei disservizi.
Vivendo le strade della città mi rendo conto di come da qualche anno a questa parte essa stia vivendo sotto il peso di un insostenibile paradosso. Da una parte è
infatti possibile osservare un lento ma inesorabile processo di integrazione tra i giovani della Catania bene e i ragazzi delle periferie, che sempre più si incontrano (e non si scontrano, come invece avveniva in passato) e creano spazi di vita da condividere, in cui costruire un'identità comune che nasce dal dialogo. Dall'altra si assiste purtroppo ad un totale abbandono delle periferie da parte delle istituzioni locali, amministrazione comunale in primis, che piuttosto che favorire questi processi con interventi di sostegno civico, sociale, economico, strutturale hanno ceduto il controllo di larghe parti della città alla Mafia, che diventa ogni giorno più forte soprattutto grazie al mercato delle droghe. Dopo quella che da più parti è stata definita la "Primavera catanese", periodo che coincide con l'insediamento delle amministrazioni Bianco, caratterizzata da una forte espansione economica che ha portato alla nascita del polo industriale ad alta tecnologia dell'Etna Valley, dal sostegno e dalla riqualificazione delle periferie, da politiche volte a favorire e rivitalizzare la scena culturale cittadina, da mirati interventi di restyling dell'impianto urbanistico della città, la situazione appare oggi critica. Da una parte continuano infatti a maturare quei processi culturali di integrazione, di creazione di un'identità comune, di effervescenza culturale che affondano le radici proprio in quel periodo ma che per loro stessa natura necessitano di tempo per evolvere. Dall'altra, come dicevo, si assiste ad una contrazione istituzionale. La cattiva gestione delle casse comunali ha portato oggi il Municipio sul baratro del collasso economico. Il Comune, nonostante il fiumi di miliardi di euro affluito dai finanziamenti europei, si trova quasi nell'impossibilità di far fronte alle proprie spese. Miliardi di soldi nostri sono stati investiti dal sindaco Scapagnini per accaparrare voti durante la campagna elettorale; risalgono a quel periodo, guarda caso, quasi tutti gli investimenti in infrastrutture e di riordino della rete viaria comunale che hanno dissanguato le finanze cittadine.
A guidare il mio giudizio sui meriti e i demeriti delle amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi anni, non sono interessi ideologici, o di appartenenza politica. Non mi interessano questi giochetti inutili.
A me interessa Catania!
Motivo per cui mi sento in dovere di riconoscere i meriti del metodo "imprenditorialista" importato nella gestione comunale da Enzo Bianco e dalle sue giunte e per il quale mi sento invece in diritto di criticare le amministrazioni Scapagnini, che hanno riportato la politica catanese ad un livello imbarazzante di localismo e demagogia. La situazione a Catania sta progressivamente peggiorando. Stiamo regredendo a livelli che credevamo superati oramai. Chi, come me, è vicino alle soglie dei trent'anni ricorda cos'era Catania quindici anni fa. Una città nella quale il confine tra legalità ed illegalità era troppo sottile. Nella quale uscire dopo le 22 era impensabile, a causa sia dell'assenza di luoghi e servizi sia del domino mafioso. La Catania delle centinaia di omicidi l'anno, delle faide mafiose.
Dobbiamo educarci ad esprimere il nostro malcontento quando veniamo a conoscenza degli sprechi perpetrati dall'amministrazione comunale, perché quei soldi che bruciano sono i soldi che avrebbero permesso a Catania di crescere. E' intollerabile ad esempio che 5 miliardi delle vecchie lire siano stati gettati a causa della cattiva gestione di un investimento che invece sarebbe potuto essere produttivo. Mi riferisco all'acquisto di 100 veicoli (auto, motorini e autocarri) ad alimentazione elettrica, tutti acquistati tra il '98 ed il 2001 grazie a corposi incentivi comunitari
. Il comune ha pagato solo il 35% (5 miliardi di lire!) del costo complessivo. Nonostante l'incentivo ed i buoni propositi di eliminare un pò di smog e risparmiare in carburante, i mezzi elettrici sono stati utilizzati solo sporadicamente. Scarsa autonomia delle batterie (20 km circa) e mancanza di centraline elettriche sul territorio per ricaricarle sono le scuse addotte per giustificare il mancato utilizzo dei mezzi, che verranno presto rottamati in quanto le riparazioni necessarie sarebbero troppo costose. Il sindaco Scapagnini da bravo politicante se ne lava le mani, additando le responsabilità di un simile spreco di denaro pubblico alla giunta Bianco, che stipulò il contratto d'acquisto delle vetture. Ma il vero problema non riguarda la funzionalità dei mezzi, quanto piuttosto il mancato intervento comunale nella formazione del personale all'uso dei mezzi elettrici. Un veicolo elettrico è cosa altra dalle classiche auto a combustione di petrolio. Una volta acquistate le vetture si sarebbe dovuto intervenire sulla rete dei servizi, creando le centraline di ricarica, e sulla formazione all'uso del mezzo. Impegno, caro Scapagnini, che sarebbe spettato alla sua amministrazione, insediatasi nel '99. Piuttosto che abbandonare i mezzi acquistati e continuare ad acquistare gli altri pattuiti all'atto della stipula del contratto per depositarli nei garages comunali, e perdere così 2,5 milioni di euro, si sarebbe potuto investire un poco per creare una cultura del mezzo elettrico nei dipendenti che li utilizzano e costruire una rete di servizi adeguata. Non avremmo così speso inutilmente i soldi della città e ne avremmo anche guadagnato: in salute in quanto i mezzi elettrici non inquinano; in soldoni, in quanto avremmo risparmiato milioni di euro di carburante. La politica dell'io non c'ero è una chiara derivazione della cultura mafiosa del non vedo-non sento-non parlo. E' omertà! E' una maschera dietro la quale ci si nasconde per non ammettere la propria incompetenza e le proprie responsabilità.
Non lasciamo che violentino la nostra Catania proprio sotto i nostri occhi!
Oggi la città rappresenta in campo economico, sociale, culturale il cuore pulsante dell'isola.
Noi possiamo e dobbiamo prendere in mano il destino della nostra città. Laddove le istituzioni, di cui avremmo un disperato bisogno, latitano è li che dobbiamo intervenire. Con le nostre idee, con le nostre forze, con la nostra passione. Ciascuno di noi può fare qualcosa. Cominciamo dal nostro quotidiano. Dalle nostre scelte di consumo ad esempio. Orientiamole verso i prodotti locali e incentiviamo la nostra economia. Utilizziamo di più i mezzi pubblici, quando possibile. Impegniamoci nel volontariato, mettiamo a disposizione della nostra città noi stessi.

Non abbandoniamoci all'indifferenza!

venerdì 5 ottobre 2007

La società dei Bamboccioni

E' da che ho memoria che sento continuamente ripetere che noi italiani siamo un popolo di mammoni, perennemente attaccati alla sottana di mammà. Uno stereotipo che non ho mai condiviso, in quanto nel corso della mia vita raramente ne ho constatato la veridicità. Ma i pregiudizi e gli stereotipi sono duri a morire, soprattutto se con la realtà hai un rapporto distorto. Succede così che illustrando i benefici della futura manovra Finanziaria dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, il Ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa si sia lasciato andare ad una prosaica invettiva contro coloro i quali alle soglie dei trent'anni e oltre stanno ancora alle "dipendenze" dei genitori. Con pungente sarcasmo il Ministro ha sentenziato:
<<
Mandiamo i bamboccioni fuori di casa >>, << Incentiviamo a uscire di casa i giovani che restano con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi. E' un'idea importante >>.
E' un'idea importante!
E' sul serio un'idea importante e saremmo stati anche disposti a sorvolare su quel bamboccioni se non fosse che alla beffa di essere definiti alla stregua di un marmocchio irresponsabile bisogna aggiungere il danno di politiche irreali. Gli incentivi millantati dal ministro infatti consistono nella possibilità di usufruire, da parte dei giovani tra i 20 ed i 30 anni, di detrazioni fiscali sugli affitti e quantificabili in 495,8 euro diluiti in tre anni se il reddito complessivo è compreso in una fascia tra i 15.493,71 euro ed i 30.987,41 euro e in 991,6 euro, sempre diluiti in un arco temporale di tre anni, se il reddito è inferiore ai 15.493,71 euro.

E gli incentivi? Cioè quelli veri intendo, dove sono? Mi sarei aspettato una riforma della Legge 30/2003 o un riordino del mercato immobiliare italiano. Ciò che ci propongono sono al massimo 27,50 euro mensili da sottrarre all'affitto!
Stando così le cose non posso sottacere alla provocazione lanciata dal Ministro.
Tommaso Padoa Schioppa nasce a Belluno nel lontano Luglio 1940. Figlio dell'amministratore delegato delle Assicurazioni Generali, si laurea in economia alla Bocconi nel 1966 e consegue il master al Mit di Boston nel 1970. A 28 anni ricopre già un posto di responsabilità all'interno della Banca d'Italia. Il giovane Tommasino quindi si laurea a 26 anni, due anni fuori corso, a 28 trova un impiego fisso e a 30 consegue il master. Un bamboccione come noi insomma. Ma di quelli privilegiati.
La realtà, la nostra realtà è ben diversa. Basta guardare al rapporto su Strutture familiari e opinioni su famiglia e figli redatto nel 2003 dall'Istat, aggiornato nel 2006. La situazione dei giovani italiani, come emerge dalle cifre ufficiali, è catastrofica rispetto a quella dei coetanei del resto d'Europa.
Analizzando una prima fase che coincide con la fine del percorso formativo e l'accesso al primo impiego emerge come
soltanto il 40% dei giovani tra i 20 ed i 25 anni abbia un'occupazione (contro il 60% di media europea) e come la percentuale "salga" ai 2/3 se si prendono in considerazione i giovani tra i 25 ed i 30 anni. Come se non bastasse, una volta trovato un impiego occorre fare i conti con salari d'ingresso tra i più bassi dell'occidente, tant'è che un giovane occupato italiano tra i 25-30 anni percepisce un reddito inferiore del 50% rispetto ai coetanei inglesi, francesi e tedeschi. La situazione è peggiorata anche per i laureati. Se il 63% dei laureati della classe 1999 ha trovato un impiego continuativo entro tre anni dalla laurea, solo il 56% dei laureati del 2001 è riuscito nell'intento. E ciò nonostante una stabilità sostanziale dei livelli di occupazione, che si traduce in questo quadro con un'accresciuta provvisorietà della condizione lavorativa senza un incremento della possibilità di accesso al primo impiego. In tal modo, la crescita della partecipazione dei giovani al mercato del lavoro si è tradotta in un aumento della quota dei disoccupati.
Succede così che piuttosto che tentare di porre rimedio a questa disastrosa condizione con serie politiche di sostegno, ci si ritrovi ad essere etichettati come bamboccioni. Sembra che il problema sia la nostra innata propensione a non voler spiccare il volo dal nido domestico. Disoccupazione, sottoccupazione, redditi bassi e precarietà del posto di lavoro, veri freni alla mancata uscita dalla famiglia di origine, vengono bypassati e sottaciuti, quasi fossero favolette che ci raccontiamo tra di noi bamboccioni a guisa di giustificazione.
Io li vedo ogni giorno questi bamboccioni, li frequento, di più: sono uno di loro. Siamo una generazione in perenne lotta tra la voglia di emergere e la frustrazione che deriva dal non poter fare. I risvolti oltre e più che economici, sono di tipo emozionale in quanto i tempi sempre più tardivi per la conquista di un'autonomia economica hanno un impatto sui tempi di realizzazione di importanti obiettivi di vita, come ad esempio la formazione di una propria famiglia. Non è un caso se il tempo che intercorre tra la fine del percorso formativo e la prima unione è mediamente in Italia di dieci anni per gli uomini e cinque per le donne, il più elevato in Europa. Non a caso il livello di fecondità del nostro Paese è tra i più bassi. Se si confronta, così come l'Istat ha fatto, la realtà quotidiana con le aspettative personali, si nota come sia l'età della prima unione che il numero di figli non coincidono con quanto atteso in fase di pianificazione del personale progetto di vita di ciascuno di noi. Ciò, se ce ne fosse bisogno, è un'ulteriore riprova del fatto che i primi ad essere insoddisfatti del proprio stato siamo proprio noi bamboccioni.
Le carenze del sistema di protezione sociale fanno si che per i giovani l'unico vero ammortizzatore sociale sia la famiglia di origine. La letteratura sociologica ha da tempo dimostrato che in Italia lo status sociale dei genitori riveste un ruolo rilevante sul percorso formativo dei figli, in quanto le risorse della famiglia d'origine sono strettamente correlate alla possibilità di continuare gli studi in ambito universitario e di frequentare o meno atenei prestigiosi, anche lontano da casa. Inoltre il network familiare risulta determinante anche per trovare un'occupazione, tanto che quasi un terzo dei giovani trova lavoro grazie ad aiuti informali. La lunga ospitalità nella casa dei genitori diviene dunque funzionale alla possibilità di raggiungimento di un elevato titolo di studio, al sostegno nel consolidamento del proprio percorso lavorativo, all'accumulo di reddito per ridurre i rischi di trovarsi in difficoltà dopo l'uscita. Ma il sostegno dei genitori risulta determinante anche dopo che i bamboccioni abbiano sloggiato. Oltre il 15% dei giovani che lasciano la famiglia d'origine si trova in questa primissima fase in grave difficoltà economica, a causa delle ingenti spese da sostenere e degli scarsi introiti, e ancora una volta a venire in soccorso sono i genitori. La combinazione tra una solidarietà familiare forte e un welfare pubblico debole ed inadeguato comprime il dinamismo sociale, in quanto nel nostro Paese noi giovani dobbiamo ringraziare i genitori e la rete informale degli aiuti parentali per ottenere quanto altrove si ha invece come diritto. Ciò che conta da noi, più che la tanto millantata meritocrazia, è scegliersi bene la famiglia in cui nascere e poi tenersi buoni i genitori il più a lungo possibile. Se altrove i nostri coetanei non esitano a protestare per molto meno rispetto a ciò che noi quotidianamente siamo costretti a subire da parte dei rappresentanti delle nostre istituzioni, in larga parte il motivo risiede nel fatto che altrove alla nostra età ci si sente soprattutto cittadini, e non soprattutto figli.
Tommasino io ci ho provato! Sono andato via da casa a 18 anni appena compiuti, partendo da un paesino di 3.000 anime verso la Capitale. Con grandi sacrifici i miei genitori mi hanno sostenuto agli studi, in quanto i soldi della seppur generosa borsa di studio che percepivo erano insufficienti per sostenere le spese cui dovevo far fronte. Sai quanto costa affittare un posto letto in una città universitaria? Pensa poi a Roma! Sai quanto si spende per il cibo, la luce, il gas, l'acqua? Per cinque anni ho succhiato via una quantità enorme di capitale alla mia famiglia, che mi ha sostenuto con amore, senza mai farmi pesare il mio stato. Poi ho svolto un anno di servizio civile volontario in una Asl e anche li i 433 euro al mese di compenso erano tutt'altro che adeguati. Ancora una volta la mia famiglia ha dovuto sostenermi economicamente. Ora che sono laureato cerco disperatamente un'occupazione, ma non la trovo. O meglio. Mi si propone di andare a lavorare per un call center, lavoro che accetterei di buon grado se non fosse che il compenso è di 255 euro mensili. Neanche i soldi della benzina e delle spese varie che dovrei sostenere. Sono disposto a fare qualsiasi lavoro, ma non c'è nulla. O meglio. Se non conosci la gente giusta, non c'è nulla. E io la gente giusta non la conosco purtroppo. Vado ai concorsi pubblici Tommasino, e sai chi incontro? Incontro ragazzi di 22/23 anni che lavorano già nei ministeri o nei Palazzi e che si lamentano di avere lo stipendio bloccato per i primi tre anni. Avrebbero anche ragione, se non fosse che percepiscono 2.000 euro al mese, più di quanto porta a casa mio padre, e noi ci campiamo in quattro. Dimenticavo di dire che origliando, perché così ho ottenuto queste notizie, è venuto fuori che quei ragazzi erano figli di impiegati di vari ambasciate, guarda caso. Meritocrazia. Ammesso e non concesso che trovi un lavoro, come posso solo minimamente pensare di poter lasciare la casa dei miei genitori percependo un salario al di sotto degli 800 euro? Chi me lo paga l'affitto? Ho anche smesso di fumare Tommasino, perché mi vergogno a 27 anni a chiedere i soldi per le sigarette a papino, anche perché papino quei soldi non ce li ha! Pensare di formare una famiglia mia poi, è utopia. Come lo mantengo un figlio con 800 euro al mese? Voglio sottacere le difficoltà che comporta il dover ritornare a casa. Quanto sia dispendioso e duro il dover rinegoziare i rapporti interpersonali con genitori, fratelli, zii, nonni. Quanto sia frustrante dover accettare di rinunciare alla propria autonomia ed indipendenza.
Vedi Tommasino, non so che farmene dei tuoi sgravi fiscali sugli affitti. Mi serve ben altro!
Viviamo sullo stesso pianeta, ma non siamo indubbiamente dello stesso mondo

Firmato

Un Bamboccione

mercoledì 3 ottobre 2007

Libera Chiesa in libero Stato

Dalla morte, avvenuta nell'Aprile del 2005, di Karol Wojtyla e dal successivo insediamento sul trono di Pietro da parte di Joseph Ratzinger, le ingerenze della Conferenza Episcopale Italiana, la famigerata CEI, e dello stesso Papa Benedetto XVI nella vita pubblica italiana e sull'agenda politico-sociale del nostro Paese hanno raggiunto livelli preoccupanti per uno Stato laico. Succede così, per reazione, che da più parti sorga un disagio prima inavvertito nei confronti dei rapporti tra Stato e Chiesa. Da un punto di vista politico, sociale, teologico ed economico. Il dibattito, prima limitato e ristretto agli ambiti accademici e/o ecumenici, si allarga sino ad investire la società civile. Ci si interroga su taluni aspetti che magari prima, grazie soprattutto al carisma ed alla straordinaria testimonianza di vita di Papa Giovanni Paolo II, non venivano neppure presi in considerazione o che comunque venivano tralasciati. L'italiano medio realizza (solo!) oggi che la Chiesa rappresenta una delle più potenti lobby operanti nel nostro Paese e nel mondo intero. Non ne discute tanto la dottrina; piuttosto comincia ad interrogarsi e ad analizzare i giochi di Potere messi in atto dalle istituzioni ecclesiali.
I rapporti tra lo Stato italiano e la Santa Sede sono regolati da due accordi: i Patti lateranensi e l'accordo di villa Madama. I Patti lateranensi, sottoscritti nel Febbraio 1929 dal cardinale Segretario di Stato Pietro Gasparri e da Benito Mussolini, furono uno strumento politico di legittimazione dello Stato fascista fortemente voluto da Mussolini stesso nel tentativo di ottenere il sostegno della Chiesa; operazione perfettamente riuscita, tanto che Pio XI definì il duce "l'uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare". Quella del 1929 rappresenta l'ennesima occasione persa da parte della Chiesa che, piuttosto che osteggiare il regime fascista e stare vicina al popolo, decise di approfittare dell'opportunità offertale dal regime per risolvere la Questione romana. Dall'Unità d'Italia infatti i rapporti tra il nascente Regno e la Santa Sede erano rimasti molto freddi, dal momento che la Chiesa aveva mal digerito l'annessione al Regno d'Italia dei suoi territori. Il laicismo dei governi che si succedettero, che derivava in larga misura dal divieto posto da Pio IX prima e dal famoso non expedit pronunciato da Leone XIII che invitava i cattolici a non partecipare alla vita politica della Nazione, non aiutò a distendere i rapporti tra le parti. Solo nel momento in cui gli interessi del regime fascista e della Chiesa di Roma collisero si giunse ad una soluzione. I Patti constano essenzialmente di due strumenti diplomatici: un trattato, che riconosce l'indipendenza e la sovranità della Santa Sede, crea lo Stato della Città del Vaticano e a cui è allegata una convenzione finanziaria per risarcire la Chiesa delle perdite subite in conseguenza della fine del proprio potere temporale; un concordato, che definisce le relazioni tra la Chiesa ed il Governo. Sostanzialmente Mussolini ottenne il riconoscimento e l'appoggio del Vaticano mentre la Santa Sede, spogliata ormai dei propri averi, barattava la propria missione in cambio di cospicui finanziamenti diretti ed indiretti.
A metà degli anni '80 si sentì il bisogno da parte di entrambe le istituzioni di rivedere parte dei Patti, in particolare il concordato. Si giunse così agli accordi di villa Madama, stipulati dall'allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli, che accrebbero i privilegi di cui già la Chiesa godeva e che vennero ratificati dalla Legge 121/85. Le ragioni che spinsero Craxi alla revisione del concordato non si discostano di molto da quelle che avevano guidato Mussolini. Anche l'esiliato di Hammamet infatti necessitava di un riconoscimento forte da parte della Santa Sede, essendo il capo di un esecutivo socialista in un Paese in cui la vita politica era da oltre quarant'anni dominata dalla Democrazia Cristiana.
Due errori politici quelli del 1929 e del 1985. Da una parte infatti hanno ricondotto la Chiesa verso la strada dell'avidità e del potere temporale, facendo affluire nelle casse vaticane ingenti quantità di denaro. Dall'altra hanno piegato le ragioni di Stato ai sordidi interessi di due uomini che hanno violentato la nostra Italia, lasciandocela poi sanguinante e moribonda tra le braccia.
Con un atto di coraggio, l'Assemblea Costituente eletta all'indomani della caduta del regime fascista e del referendum che sancì la vittoria della forma repubblicana su quella monarchica, avrebbe potuto dichiarare nulli i Patti e riaffermare con forza la laicità dello Stato. Tanto più che la libertà di culto venne garantita in tutte le sue forme all'interno del testo costituzionale.
Ma la vera svolta per il Vaticano è rappresentata più dalla revisione del concordato del 1985.
<< Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati >> ricorda Camillo Ruini. Le casse della Santa Seda erano vuote in conseguenza del sostegno assicurato al Solidarnosc e dello scandalo del crack del Banco Ambrosiano. Come se non bastasse la Chiesa si sente isolata nel panorama italiano, dominato dall'onda lunga della falsa illusione di benessere derivata dal finto boom economico degli anni '70. A distanza di un ventennio, sotto la guida sapiente di Monsignor Ruini, la situazione è totalmente capovolta. Le casse della Santa Sede non sono state mai più ricche e l'influenza della Chiesa si avverte tanto nell'agenda politica del Paese quanto in quella mediatica. La cura Ruini sembra aver funzionato, soprattutto grazie al continuo flusso di denaro che a partire dal 1990 si riversa nelle casse vaticane grazie al prelievo diretto sull'IRPEF, l'ormai famoso "otto per mille", studiato dall'allora fiscalista di sinistra nonché consulente del governo Craxi, Giulio Tremonti. Grazie al sistema delle donazioni non espresse, la Chiesa si assicura non solo quel 35% dell'otto per mille espressamente donatole dai contribuenti, ma giunge ad accaparrarsi quasi il 90% del totale delle donazioni, in quanto l'otto per mille di quel 60% dei contribuenti che lascia in bianco la voce donazioni, viene redistribuito su base percentuale in relazione alle donazioni espresse.
Volendo ragionare in soldoni parliamo di cifre faraoniche, precisamente di un miliardo di euro! A questi vanno aggiunti i 650 milioni di euro necessari a pagare gli stipendi dei 22 mila insegnanti di religione e altri 700 milioni di euro versati dallo Stato e dagli enti locali per le convenzioni su scuola e sanità, oltre ai finanziamenti dei Grandi Eventi (3500 miliardi di lire per il Giubileo, 2,5 milioni di euro per il raduno di Loreto) che in media costano alle casse dello Stato 250 milioni di euro all'anno. Sin qui 2 miliardi 600 milioni di euro l'anno! Di soli contributi diretti. Se a questi sommiamo il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, più precisamente i 400/700 milioni di euro l'anno di mancato incasso dell'Ici, i 500 milioni di euro di esenzioni da Irap, Ires e altre imposte e i 600 milioni di euro elusi legalmente al fisco derivanti dal flusso del turismo cattolico (quaranta milioni di visitatori e pellegrini!) giungiamo ad un totale imbarazzante.
4 miliardi di euro l'anno!
La Chiesa costa ogni anno a noi italiani 4 miliardi di euro, e nessuno praticamente lo sa! Per uno Stato in crisi come il nostro tale spesa rivela la sua insostenibilità. Si parla giustamente di abbattere i costi della politica, di tenere sotto controllo gli sprechi nelle pubbliche amministrazioni, ma nessuno osa mettere in dubbio il sistema di finanziamento pubblico all'istituzione di culto cattolica. Si sfrattano le moschee, le associazioni no profit, non si trovano i soldi per finanziare le opere pubbliche, si sottraggono fondi a scuola e sanità ma mai si pensa a tagliare i finanziamenti pubblici alla Chiesa di Roma.
Dobbiamo ringraziare Craxi e Tremonti se oggi la Chiesa di Roma (non il cattolicesimo!) è diventata fonte di tensione civile nel Paese. Sono stati loro ad accrescere a dismisura il potere della Cei. Tolte infatti le spese ordinarie, come gli stipendi dei parroci, è il presidente della Conferenza episcopale a gestire a suo insindacabile giudizio l'ingente quantità di denaro proveniente dall'otto per mille. Non solo! La gestione di quel denaro ha importanti risvolti anche a livello ecclesiale e teologico. Il fatto che sia la Cei, anzi il suo segretario coadiuvato da pochissimi fedelissimi, a gestire i fondi pone questo sparuto gruppo di ecclesiastici in una posizione di netto predominio, in quanto in pochi contesteranno le posizioni teologiche di una presidenza che elargisce i fondi necessari alla vita delle diocesi. Ne è prova l'elezione a Papa di Ratzinger, di cui Ruini è stato il grande elettore. Non a caso Ruini oggi è il vescovo vicario di Roma. Voi cattolici dovreste essere preoccupati, più di noi laici, dalla totale assenza di discussione e confronto all'interno della Chiesa, che sta portando si il Vaticano verso una posizione di dominio consolidata ma che al contempo sta causando un progressivo allontanamento dei fedeli dalla Chiesa. Affermava il vero trent'anni fa un teologo progressista quando diceva << La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare
il vero spirito del cristianesimo >>. Quel teologo altri non è se non Joseph Ratzinger.
Cominciamo ad essere meno ipocriti. Gli accordi bilaterali Stato-Chiesa sono anacronistici e non necessari. Le libertà di culto sono garantite dalla nostra Costituzione. Non scorgo il motivo in base al quale il cattolicesimo debba godere di privilegi non accordati alle altre religioni nel nostro Paese. Non vedo perché, ferma restando la libertà di ciascuno di poter disporre dei propri averi nella maniera che ritiene più opportuna, quel 60% di contribuenti che non dona espressamente il proprio otto per mille alla Chiesa debba vedere i propri soldi dirottati nelle casse della Cei. Non vedo perché le istituzioni ecclesiali debbano godere di sgravi fiscali che non sono concessi nemmeno ai meno abbienti di noi. In Italia, in base alle ultime stime ISTAT, ci sono oltre 7 milioni di poveri! Recuperando quei 4 miliardi l'anno ingiustamente concessi al Vaticano, qualcosina per loro si potrebbe fare. Perché non si esita un nanosecondo ad elargire fondi a profusione per il recupero di opere distrutte dai terremoti, come la Basilica di Assisi (di cui non metto in dubbio il valore artistico e culturale, nonché la valenza sacra o economica) mentre c'è gente che ha perso la propria casa a causa dello stesso terremoto che ancora è costretta a vivere nei container abbandonata dallo Stato, per non parlare dei terremotati dell'Irpinia che sono in questa condizione da 27 anni? La Chiesa stessa avrebbe potuto usare i propri fondi per sostenere i propri fedeli piuttosto che per rimettere in piedi quattro file di mattoni! O forse che l'arte e il sacro, che altro non sono se non concetti, sono più importanti della vita e della dignità umana?
Chiedere che le cose cambino a chi aborre la fame nel mondo e poi succhia la zuppa da un piatto del '700 finemente cesellato con un cucchiaio d'oro massiccio comodamente seduto sulla sua poltrona Luigi XIV è irrealistico. Chiedere che le cose cambino ai nostri rappresentanti politici lo è altrettanto. Cominciamo noi a cambiare le cose, nel nostro quotidiano. Ci sono tanti modi in cui se vogliamo possiamo sostenere la Chiesa. Anzitutto col volontariato.
Basta soldi. I soldi puzzano e corrompono. Anche se al dito porti l'anello papale.

martedì 2 ottobre 2007

Il Fatto #3

Ogni settimana ce n'è uno. E' un'epidemia, un virus che si nasconde tra gli scranni del Parlamento e contagia i nostri parlamentari. O forse sono delle bustine segretamente introdotte da qualche onorevole pusher che vengono scambiate sottobanco. Poi ci si alza, si va in bagno e se ne rolla una. Una boccata, due e il Fatto(ne!) è servito. E così anche questa settimana arriva puntualmente la stronzata che colpisce, l'intuizione che lascia allibiti.
Sarà stata la presenza al suo fianco di colui col quale questa rubrica è stata inaugurata, Roberto Calderoli, saranno stati i fumi dei 3 grammi d'hashish che bruciano perennemente all'interno del cranio di Silvio Berlusconi, anche lui al suo fianco. Fatto sta che a spararla grossa stavolta è stato il senatore Umberto Bossi. Il leader leghista si è rivolto alla platea del Parlamento del Nord(?) asserendo che << [...] dopo il referendum (quello del Giugno 2006 sulla riforma costituzionale, ndr) non c'è più la sicurezza di poter cambiare la Costituzione. Per questo forse sarà necessario un attacco del Nord: io so di poter portare 10 milioni di padani e di altrettanti veneti in piazza, disposti al sacrificio, per una battaglia di libertà. In un Paese con una sinistra che ha un odio ideologico nei confronti degli uomini del Nord >>, e accusando il Presidente della Repubblica e la sinistra di aver << fatto una cosa gravissima, di avere tirato fuori il referendum per lottare contro la devolution. In questo modo hanno affossato la democrazia del Paese che ha perso ogni barlume di lucidità democratica >>.
Occorrerebbe far notare a Bossi che se la legge di riforma costituzionale fosse stata approvata con la maggioranza dei due terzi dei componenti le due Camere, il referendum non sarebbe stato proposto (art. 138 della Costituzione). Evidentemente le riforme proposte non soddisfacevano il Parlamento tutto, così come non hanno soddisfatto i 15.791.293 di cittadini che hanno espresso il loro veto, pari al 61,32% dei votanti (percentuale riferita a quel 52% del totale aventi diritto al voto che si sono presentati alle urne). Solo in Lombardia e Veneto la riforma ha ottenuto una seppur risicata approvazione. L'essere ricorsi al referendum non è equivalso ad affossare la democrazia, è stato anzi un atto di espressione diretta del volere popolare, e ciò rappresenta quanto di più democratico il nostro assetto istituzionale permetta. Sugli oltre 47 milioni di italiani iscritti alle lista elettorali, solo poco meno di 10 milioni hanno votato per il si, ciò comporta che democraticamente la maggioranza della Nazione ha deciso diversamente.
Si accusa chi cerca di dar voce al bisogno concreto di Stato da parte dei cittadini di populismo. Intellettualoidi con l'osso in bocca scodinzolano in tv in difesa dei loro padroni attaccando(si) anche ad una battuta ironica di chi quei loro padroni osteggia apertamente. Siamo giunti ad un livello in cui il paradosso diventa sempre più insostenibile. Una democrazia non può tollerare che un suo membro istighi alle armi il popolo perché la maggior parte della Nazione ha deciso diversamente. La lotta deve essere istituzionale. L'ultima volta che successe una cosa simile i Fasci marciarono su Roma e il resto è storia. Quanto ancora dovremo tollerare che nel nostro Parlamento seda gente che invece che unire fomenta la divisione e l'odio interrazziale? Gente che usa frasi come "col tricolore mi ci pulisco il culo".
Garibaldi e Cavour fecero l'Italia si dice.
L'Italia è da fare, dico io.
Non esiste ancora nel nostro Paese qualcosa che sia identificabile come lo Spirito della Nazione o il Senso della Patria. Ne sono prova le sempre attuali divergenze, non solo economiche ma soprattutto di contrapposizione sociale tra il Nord ed il Sud del Paese. Ne è prova il fatto che per accedere ai concorsi pubblici in Trentino è richiesta, pena l'esclusione dagli stessi, la conoscenza della lingua tedesca! Perché oltre il 30% dei trentini parla e si sente tedesco. Ne è prova il fatto che dal 1861 ad oggi il nord del Paese si sente frenato da un sud che non riesce ad alzare la testa e a venire fuori da quella melma composta dal sordido intreccio tra mafie e politica che lo invischia impedendone lo sviluppo. Ne è prova il fatto che ad oltre cent'anni dall'Unità si parli ancora di due Italie: il Nord ed il Sud.
Credo sia giunto il momento di smetterla con queste contrapposizioni. Credo sia il caso di spendere energie per cominciare a creare un'identità comune a tutto il popolo italiano. All'indomani della spedizione dei Mille, Massimo D'Azeglio ammoniva "Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani", un motto che a tutt'oggi purtroppo svela ancora la sua attualità. C'è una materia tra quelle che si insegnano nelle scuole cui non viene riconosciuta l'importanza che invece meriterebbe: l'educazione civica. Per fare gli italiani non occorre spendere soldi, serve piuttosto educare, ed è possibile farlo con i mezzi già a disposizione. Insegniamo nelle scuole, ai bambini, ad essere italiani! Salvaguardiamo le nostre ricchissime e variegate tradizioni locali, ma portiamo l'Italia nel cuore dei suoi cittadini. Sarebbe opportuno smettere di parlare di Nord e Sud. Sarebbe opportuno isolare chi fomenta divisioni. Sarebbe opportuno epurare il nostro Parlamento da gente del calibro di Bossi che insulta la nostra bandiera e chiama alle armi i suoi sostenitori.
Perché continuiamo a combatterci? Il tempo dei Granducati e dei Regni è finito da un pezzo! Fintanto che non impareremo a remare tutti dalla stessa parte continueremo a girare in tondo e non arriveremo da nessuna parte. Piuttosto che combatterci, aiutateci! Aiutateci ad importare nelle nostre terre i modelli che vi hanno permesso e vi permettono di essere quello che siete, il polo economico trainante della nazione. Chiedete assieme a noi un deciso intervento da parte delle istituzioni per debellare le mafie. Noi non siamo mafiosi, ma molti di noi della mafia hanno bisogno per sopravvivere in quanto lo Stato non esiste! Piuttosto che osteggiarci, stringetevi a noi. Ho avuto modo di conoscere e frequentare molta gente "padana" e al di là delle ben note differenze culturali grazie al contatto continuo abbiamo avuto l'occasione di scoprirci molto più simili di quanto credevamo. Non diamo retta a chi cerca di metterci gli uni contro gli altri perseguendo unicamente i propri interessi.
Gente ma come fate a farvi prendere per il culo da un populista (lui si!) che ha sposato una siciliana e che negli anni '70 era iscritto al Partito Comunista italiano? Non vi sembra un tantino incoerente come persona? Agisce in un modo, anche in Parlamento, e poi davanti a voi parla in un altro. Non vi fate prendere per i fondelli oltre. Riconosco che avete le vostre ragioni a lamentarvi, ma non lasciateci soli e non mettetevi contro di noi.
Noi siamo il popolo italiano!
Tutti noi, assieme. Senza distinzioni regionali, linguistiche o culturali.
Creiamo gli Italiani, così poi potremo tutti insieme seriamente dedicarci a creare l'Italia!