In epoca relativamente moderna, il concetto di separazione dei poteri è stato formulato, nel XVIII secolo, da Montesquieu. Montesquieu inserisce il principio della separazione dei poteri come una caratteristica indispensabile di una forma di governo, per la realizzazione di uno Stato che garantisca la libertà dei singoli. L'idea alla base di questa separazione è di impedire che tutti i poteri dello Stato siano concentrati nelle mani di una sola persona o di un gruppo ristretto di persone. Questo metterebbe infatti a rischio il rispetto dei diritti dei cittadini. In tal modo, si cerca di attuare una costituzione in cui gli organi titolari delle tre funzioni si condizionino e si limitino a vicenda. Il principio della separazione dei poteri consiste nell'individuazione di tre funzioni pubbliche: legislazione, amministrazione e giurisdizione; e nell'attribuzione delle stesse a tre distinti poteri dello stato, intesi come organi o complessi di organi dello stato indipendenti dagli altri poteri: il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. In particolare nelle moderne democrazie: la funzione legislativa è attribuita al Parlamento, nonchè eventualmente ai parlamenti degli stati federati o agli analoghi organi di altri enti territoriali dotati di autonomia legislativa, che costituiscono il potere legislativo; la funzione amministrativa è attribuita agli organi che compongono il governo e, alle dipendenze di questo, la pubblica amministrazione, i quali costituiscono il potere esecutivo; la funzione giurisdizionale è attribuita ai giudici, che costituiscono il potere giudiziario.
Nella pratica, la separazione dei poteri non è mai totale. Nelle costituzioni in cui il Governo è di derivazione indiretta (viene eletto o approvato dal Parlamento, non dal popolo, come accade in Italia) il Parlamento deve avere una certa prevalenza, il che ha dato vita a meccanismi, a partire dalle costituzioni emanate nel primo dopoguerra, che rafforzano il rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, legame istituzionale necessario per l'esercizio del potere esecutivo.
La moderna teoria della separazione dei poteri nasce dunque come risposta teorica al problema di una libertà politica sempre più minacciata dal processo di concentrazione del potere in uno Stato centralizzato. Da Aristotele ai pensatori di epoca medievale Schmitt e McIllwain, da Montesquieu, Rousseau, Locke sino ai contemporanei Ackerman e Habermas la lezione che la politologia ci insegna consiste nella necessità di una indipendenza sostanziale dei tre poteri dello Stato pur se tuttavia all'interno di una virtuosa interdipendenza organica volta a garantire l'indissolubile unità dello Stato stesso.
Nel nostro Paese tuttavia è in corso oramai da decenni una serrata lotta che vede come protagonisti potere legislativo ed esecutivo da una parte versus magistratura dall'altra. Una lotta il cui fine ultimo è quello auspicato dalla P2 di Licio Gelli, ossia di assoggettare la magistratura al controllo del Parlamento, condotta da Bettino Craxi prima, portata avanti da Silvio Berlusconi poi e proseguita oggi da Clemente Mastella. A dire il vero sarebbe riduttivo additare i tre di cui sopra come unici fautori di questa battaglia, che sta logorando il Paese provocando lo sdegno della società civile e paralizzando la normale dialettica democratica che, in uno stato di diritto come l'Italia è, dovrebbe essere il cardine della vita pubblica della nostra nazione. Da dopo Tangentopoli infatti la lotta alla magistratura non ha conosciuto distinzioni di appartenenza politica. Il Parlamento si è dimostrato compatto nell'ostacolare, denigrare, diffamare l'operato dei giudici. Ancora una volta tutti uniti contro chi sfiora i loro interessi. Ma sempre divisi quando sul banco delle trattative vengono poste questioni che riguardano invece l'interesse di noi cittadini. Quando a governare è il centro-destra lo spauracchio assume il nome di "toghe rosse", quella magistratura di sinistra, secondo chi accusa, che tenta con le sue inchieste di sovvertire le preferenze elettorali espresse dai cittadini. Un'accusa gravissima che ha un nome ed un cognome: golpe di Stato da parte della magistratura. Un'accusa che se fosse stata vera avrebbe da tempo causato un terremoto di portata sconosciuta nella storia della nostra Repubblica, ma che non ha mai trovato riscontri nella realtà dei fatti. Quando a governare è il centro-sinistra la tattica di controllo della magistratura è più fine e sottile, non per sagacia politica ma per necessità di facciata, e si traduce in mancate riforme di riordino del sistema giudiziario verso una maggiore autonomia prima promesse e mai attuate se non quando nella rimozione dagli incarichi di quei giudici considerati scomodi. L'esempio di questo atteggiamento è da mesi sotto gli occhi dell'opinione pubblica e riguarda il pm della procura di Catanzaro Luigi De Magistris.
Nel 2005 De Magistris comincia ad indagare sull'utilizzo di finanziamenti pubblici e comunitari in Calabria. L’operazione è denominata Why Not, dal nome di una società di lavoro interinale con sede a Lamezia Terme che presta lavoratori alla Regione per servizi di gestione banche dati e altri servizi informatici. Proprio una lavoratrice della Why Not, la cui identità viene tenuta segreta, avrebbe dato il via alle indagini di De Magistris, che ha individuato un gruppo di potere trasversale, tenuto insieme da una loggia massonica coperta, la San Marino, usata come collante per l’attuazione del disegno criminoso. A questa loggia, una vera e propria lobby sospettata di aver influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’assegnazione di appalti, sarebbe iscritta una parte degli indagati. La loggia di San Marino ha rappresentato il collante che avrebbe unito gli indagati creando tra loro un vincolo che era la premessa per l’ attuazione del disegno criminoso su cui avrebbe fatto luce l’inchiesta. Il ruolo svolto dalla loggia, costituita in violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, sarebbe stato quello di una vera e propria lobby che ha influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’ assegnazione di appalti. I carabinieri hanno notificato informazioni di garanzia, emesse dal sostituto procuratore Luigi De Magistris, in cui si ipotizzano, a vario titolo, reati che vanno dall’associazione per delinquere, alla truffa, alla corruzione, alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete al finanziamento illecito dei partiti. Perquisizione dei carabinieri sono state svolte negli uffici del Consiglio Regionale della Calabria effettuata in alcuni degli uffici privati dei consiglieri e degli assessori regionali, disposta dalla Procura di Catanzaro. Anche il generale Paolo Poletti, della Guardia di Finanza, di 51 anni, attuale capo di Stato Maggiore delle Fiamme Gialle, ha subito una perquisizione. Poletti è accusato di avere fatto parte all’epoca dei fatti in questione (cioè dal 2001 in avanti) di un presunto gruppo di potere che avrebbe gestito affari con truffe basate sull’utilizzo di finanziamenti pubblici, statali e comunitari. Secondo l’accusa sarebbe stato il punto di riferimento dell’imprenditore calabrese Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, le cui attività rappresentano uno dei filoni principali dell’inchiesta.
L'inchiesta procede: vengono scoperchiate magagne, messi in luce legami tra massoneria, servizi segreti, politica e imprenditoria. Poi la scorsa estate scoppia la prima bomba. Il 13 Luglio trapela dalla procura di Catanzaro la notizia che il Premier Romano Prodi è iscritto nel registro degli indagati. L'ipotesi di reato nei confronti del Presidente del Consiglio è di abuso d'ufficio in concorso con altri. Il pm De Magistris vuole accertare se il presidente del consiglio Prodi, fosse a conoscenza delle operazioni finanziarie e degli interventi per procurarsi finanziamenti della comunità europea da parte di alcuni suoi più stretti collaboratori, in particolare Pietro Scalpellini e l'ex presidente della Compagnia delle Opere del sud Italia, Antonino Saladino. A questo punto della vicenda entra in scena il Ministro della Giustizia (va bene, ridete pure!) Clemente Mastella che inizia una battaglia istituzionale e mediatica contro De Magistris. Già in Maggio il Guardasigilli spediva negli uffici della procura di Catanzaro i suoi (che poi dovrebbero essere i nostri!) ispettori che, a conclusione delle loro indagini, avrebbero rilevato "gravi anomalie" nella gestione del fascicolo, contestando a De Magistris il suo rifiuto a riferire gli sviluppi dell'inchiesta al procuratore capo Lombardi. Il 20 di Settembre Mastella chiede al Consiglio Superiore della Magistratura il trasferimento cautelare d'ufficio di De Magistris. Ma l'8 Ottobre il CSM, vista l'ingente mole di carte procedurali e la rilevanza del caso decide di prendere tempo e stabilisce nel giorno 17 Dicembre la data utile per discutere della richiesta del Ministro, in quanto lo stesso Mastella, che aveva motivato l’azione disciplinare decisa il 20 Settembre documentando le sue accuse in riferimento solo alla gestione dell’inchiesta sulle Toghe lucane di De Magistris, il 4 Ottobre comunica di aver esercitato l’azione disciplinare per nuovi fatti che riguardano altre due inchieste iniziate dal pm: la Poseidone (che poi gli è stata sottratta da Lombardi) e la Why Not. Il 20 Ottobre scoppia la seconda bomba: trapela dalla procura catanzarese la notizia che Clemente Mastella risulta indagato nell'ambito dell'inchiesta Why Not per i reati di abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti, truffa all’Unione europea e allo Stato italiano. A questo punto le pressioni di Mastella aumentano d'intensità e il 22 Ottobre la procura generale del Tribunale di Catanzaro notifica al procuratore capo della repubblica catanzarese, Mariano Lombardi, il provvedimento con il quale è stato deciso di avocare l'inchiesta Why Not. La doverosità dell'iniziativa, secondo gli stessi ambienti, è stata motivata dai profili di incompatibilità emersi nei confronti del pm De Magistris dopo l'iscrizione nel registro degli indagati del ministro Mastella. Con l'iscrizione del ministro, infatti, si è determinato un conflitto di interessi da parte del pm in relazione alla richiesta del guardasigilli al Csm di disporre il trasferimento cautelare d'ufficio nei confronti del magistrato. Il primo atto della procura generale di Catanzaro, dopo l'avocazione dell'inchiesta Why Not, sarà quello di verificare se la competenza a procedere è del Tribunale dei ministri. La questione da accertare è se il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il ministro della Giustizia, che sono entrambi indagati nell'inchiesta, avrebbero commesso i reati ipotizzati nei loro confronti nella qualità di componenti del Governo. In tale caso, scatterebbe la competenza del Tribunale per i reati ministeriali, altrimenti sarebbe la Procura generale a portare avanti l'inchiesta.
Nel frattempo si è saputo che il pm De Magistris, per tutelarsi, sta tenendo aggiornato un memoriale (già di circa 400 pagine) in cui annota le pressioni che starebbe subendo da quando ha iniziato, nel 2005, a indagare su presunte lobby affaristiche calabresi e su politici. Parte del materiale è già stato consegnato alle autorità competenti, oltre che, “per sicurezza”, ad amici e consulenti. Nel dossier il pm descrive le presunte ingerenze, che in alcuni casi considera “penalmente rilevanti”, da parte dei suoi superiori, e l’”isolamento istituzionale” che lo avrebbe colpito da quando ha iniziato a indagare sui poteri forti in Calabria. Proprio in quel periodo sarebbero iniziate le ispezioni alla procura di Catanzaro e numerosi colleghi (che sarebbero pronti a testimoniare) avrebbero segnalato a De Magistris che gli ispettori, nonostante il mandato generico, chiedevano, fuori verbale, informazioni su di lui. Per meglio spiegare il clima in cui ha dovuto lavorare per tre anni, De Magistris cita alcuni episodi: per esempio ricorda che prima delle perquisizioni al presidente della Regione Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Mariano Lombardi, e altri magistrati gli avrebbero consigliato di evitare quel provvedimento visto che Chiaravalloti lo considerava un pm ostile. In un altro capitolo De Magistris si sofferma sull’inchiesta Poseidone che aveva al centro presunti sprechi nella gestione dei fondi Ue per la costruzione di depuratori. Per il magistrato, quando lui e la collega Isabella De Angelis entrano nel vivo dell’indagine, Lombardi e l’aggiunto Salvatore Murone si sarebbero coassegnati il fascicolo, affiancando i due sostituti. Un caso? Per De Magistris, no.
Luigi De Magistris rilancia. Dopo l’avocazione della sua inchiesta da parte della Procura generale, il magistrato si dice fiducioso e asserisce che utilizzerà tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento giuridico affinchè il provvedimento di avocazione dell’inchiesta venga rivisto. Riporto integralmente un'intervista al pm De Magistris apparsa sul Corriere della Sera il 21 Ottobre scorso, a firma di Carlo Vulpio:
Allora, dottor de Magistris, c’è una strategia in ciò che sta accadendo? «È evidente. C’è una strategia in atto. Una strategia ben nota all’Italia. Si chiama strategia della tensione».
Come fa a dirlo? «Le intimidazioni istituzionali, le pallottole, la richiesta di trasferimento da parte del ministro, e da ultimo l’avocazione di un’altra mia indagine e la fuga di notizie sull’iscrizione del ministro tra gli indagati, tutto questo è opera di una manina particolarmente raffinata».
Quale manina? «Poteri occulti. Massoneria, soprattutto. Coadiuvati da pezzi della magistratura, non solo calabrese, che in questa vicenda hanno svolto un ruolo fondamentale»
L’ultimo gol, secondo questo ragionamento, lo hanno fatto segnare al procuratore generale Favi? «Beh, è un dato di fatto che il dottor Favi, soprattutto negli ultimi mesi, sembra che abbia svolto soltanto un ruolo: una intensa attività epistolare in cui si è occupato di me, come magistrato e come persona fisica. Voleva togliermi anche l’inchiesta Toghe lucane. Finora non c’è riuscito, ma non è detto che non abbia già pensato di concludere il lavoro».
Per quali ragioni lei teme che si voglia spingere il Paese in un clima da anni di piombo? «Perché con questa avocazione, me lo lasci dire, torniamo alla magistratura fascista, forte con i deboli e debole con i forti. Davanti alla legge, i potenti non sono uguali come tutti gli altri. Questo è il messaggio. E il pericolo è che si apra la strada a un periodo buio: ognuno stia al suo posto e non si immischi, perché rischia ».
Lei rischia? «Certo. E non solo io. Anche tutti gli altri che si sono occupati di queste vicende. E tutti i cittadini».
Cosa si rischia? «Dopo un’avocazione di un’inchiesta del genere, distrutto lo Stato di diritto, rischi le pallottole e il tritolo».
Come le pallottole inviate a lei e al gip di Milano, Clementina Forleo, firmate Brigate rosse? «Ma quali Brigate rosse! Per fortuna, oggi siamo in un momento storico diverso, non c’è il terreno di coltura dell’ideologismo fanatico degli anni ’70 e c’è una grande attenzione al tema dei diritti. No, non c’è il rischio di iniziative violente da parte di improbabili sigle terroristiche vecchie e nuove. Quei proiettili inviati a me e alla collega Forleo provengono da settori deviati di apparati dello Stato, che già in passato hanno messo in pericolo le istituzioni e oggi cercano di riprodurre quel clima».
Dica la verità, lei ritiene che sia in atto un golpe giudiziario?«La parola golpe la usa lei. Certo è che è accaduta una cosa senza precedenti, della quale non so ancora ufficialmente nulla, poiché nulla mi è stato notificato. L’ho appreso dall’Ansa. No, non mi pare ci siano più le condizioni per fare il magistrato, specie in Calabria, avendo come punto di riferimento l’articolo 3 della Costituzione (principio di uguaglianza di tutti i cittadini, ndr) ».
Da quand’è che si trova sotto tiro?«Da quando ho cominciato a indagare sui finanziamenti pubblici europei. Da allora, è scattata la strategia delle manine massoniche. Questo di oggi è solo l’ultimo atto. Staremo a vedere quali saranno i prossimi, visto che ormai sono considerato un elemento "socialmente pericoloso"».
La accusano di aver iscritto Mastella nel registro degli indagati per ritorsione, per la storia del trasferimento. «Falso. Le indagini, come tutti sanno, avevano un loro corso, che non poteva essere intralciato da attività esterne. Nemmeno da una richiesta di trasferimento, che appunto è da considerarsi un’attività esterna. La domanda da fare è un’altra».
La faccia. «Mi chiedo: chi e perché ha fatto venir fuori la notizia dell’iscrizione di Mastella? E come mai è stata fatta pubblicare una cosa non vera, e cioè che Mastella fosse indagato anche per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete? ».
E che cosa si risponde?«Che è opera della stessa manina raffinata. Suggerisce qualcosa il fatto che prima ancora che le agenzie lanciassero la notizia, Mastella abbia dichiarato che con le associazioni massoniche lui non ha nulla a che fare?».
In questo scenario, le misure di sicurezza per lei sono state rafforzate? «Non ne so nulla. So che continuo a mettere di tasca mia la benzina a un’auto blindata che è un baraccone, tanto che non può spostarsi nemmeno fuori Catanzaro».
E la riunione di giovedì scorso del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica? «Come no. Mi hanno detto che vi ha preso parte anche il procuratore aggiunto Salvatore Murone (sul quale indaga la procura di Salerno, per fatti relativi a inchieste del pm de Magistris, ndr). La cosa un po’ mi inquieta, poiché ritengo che proprio Murone sia uno dei principali responsabili del mio isolamento istituzionale, oltre che uno degli autori dell’attività di contrasto nei miei confronti all’interno dell’ufficio giudiziario».
Allora è vero che quella di Catanzaro è un’altra «procura dei veleni»? «No. Non è così. Con la gran parte dei colleghi io ho un rapporto ottimo. Ma quando arrivo in Procura mi guardo lo stesso alle spalle. C’è nei miei confronti, e le vicende degli ultimi tre anni lo dimostrano, una precisa attività di contrasto, messa in atto verso ben precise indagini e svolta da parte di ben individuati soggetti».
Cosa pensa della telefonata dell’altro giorno tra i suoi indagati Prodi e Mastella che il premier ha definito «cordiale»? «Non parlo delle indagini in corso, lo sa». Dopo questa intervista, non l’accuseranno di aver avuto un «disinvolto rapporto » con la stampa? «Questo è davvero paradossale. Sono io che ho subito i danni creati dalle fughe di notizie. E poi, adesso basta. Il momento è troppo grave. E quindi ritengo di potermi svincolare dal dovere di riservatezza che mi ero imposto, mentre tutti gli altri facevano con me il tiro al bersaglio ».
Pensa che debbano intervenire capo dello Stato e Csm?«Sì. Lo spero. Non so perché il presidente Napolitano non sia ancora intervenuto. Confido che lo faccia il Csm, a tutela dell’autonomia e indipendenza di tutti i magistrati. Anche di quelli che lavorano in Calabria».
Alla luce di quanto esposto credo che ciascuno di voi potrà trarre da se le dovute conclusioni. Non mi sono occupato sino ad oggi della vicenda perché come molti di voi attendevo, prima di difendere De Magistris di conoscere i fatti, i capi d'accusa mossi contro di lui dagli ispettori del Ministero della Giustizia. Ma ad oggi appare evidente, come si evince facilmente dall'atteggiamento del CSM che in caso di gravi responsabilità del pm non avrebbe esitato a trasferirlo senza attendere mesi prima di prendere una decisione, che le accuse rivolte a De Magistris non hanno peso. Che ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi non differisce affatto da quanto accaduto al pool di Mani Pulite all'indomani di Tangentopoli. La differenza comunque è sostanziale in quanto l'isolamento dei pm di Milano è avvenuto a giochi fatti, oggi invece si stronca sul nascere qualunque tentativo di ridare dignità al nostro Paese, un Paese dove l'illegalità e diventata la legge dello Stato.













