domenica 30 settembre 2007

Myanmar o sull'autodeterminazione dei popoli


L'8 Agosto è per il popolo birmano una data storica. Proprio in quel giorno nel lontano 1988 ebbe inizio un'insurrezione nazionale il cui fine era la democrazia, in opposizione al regime militare istituito nel 1962 a seguito di un colpo di stato dal generale Ne Win, nota come Rivolta 8888. Le proteste furono represse dal Tatmadaw, le forze armate birmane, che tinsero le strade col rosso del sangue di oltre 3.000 birmani. Un sacrificio che non si rivelò inutile e che spinse Ne Win alle dimissioni e portò nel 1990 alle prime elezioni libere dopo oltre trent'anni. A trionfare fu il NLD (Lega Nazionale per la Democrazia) guidato da Aung San Sun Kyi, icona della Rivolta 8888 e figlia di Aung San, padre della Repubblica birmana. Ma la schiacciante vittoria elettorale fu resa vana dall'intervento del generale Saw Maung, che con un ennesimo colpo di Stato era succeduto a Ne Win, il quale si rifiutò di cedere il potere e spalleggiato dall'esercito rovesciò l'assemblea popolare e pose agli arresti Aung San Sun Kyi e altri leader del NLD. Nel tentativo di ingraziarsi le numerose minoranze etniche presenti sul territorio, la giunta militare cambiò la denominazione dello Stato da Birmania a Myanmar. A tutt'oggi la giunta militare controlla le sorti del Paese.
L'8 Agosto di quest'anno, in concomitanza con le celebrazioni non autorizzate in ricordo della Rivolta 8888, ha avuto inizio in Myanmar una nuova insurrezione popolare, scaturita dall'esorbitante aumento del prezzo del carburante. Stavolta al fianco degli studenti e degli oppositori politici del regime militare a scendere sulle strade e a guidare la protesta sono i monaci buddisti che, stanchi dei continui soprusi perpetrati ai danni del popolo birmano, hanno deciso di mettere in atto una protesta ispirata al principio della non violenza. Migliaia di bonzi hanno invaso le strade di Rangoon (o Yangon, com'è stata ribattezzata dalla giunta militare), centro nevralgico del Paese, e delle altre città birmane per manifestare il loro dissenso sostenuti dal popolo che si è stretto ai fianchi del lungo cordone rosso onde evitare gli attacchi del Tatmadaw al corteo. La protesta prosegue a ondate e recentemente anche le monache buddiste hanno aderito. Il regime ha dapprima tollerato la protesta, condizionato soprattutto dall'attenzione mediatica mondiale. Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione di massa, internet in primis, la protesta ha valicato i confini del Myanmar irrompendo con un potente impatto visivo-simbolico nelle nostre case. Per non peggiorare quindi la propria immagine nei confronti della comunità internazionale i generali hanno deciso per la linea del non intervento. Ma il forte impatto che la protesta ha avuto sulle coscienze occidentali ha spinto il regime ad oscurare la rete tagliando le linee telefoniche internazionali così da poter intervenire militarmente contro il proprio popolo. Nottetempo reparti dell'esercito si sono introdotti nei monasteri buddisti picchiando i monaci e intimidendoli nel tentativo di bloccare la loro partecipazione alla protesta. Non ottenendo risultati di rilievo, l'esercito ha cominciato a sparare ad altezza uomo sui cortei uccidendo monaci e civili in numero da accertare. Numerosi oppositori politici del regime sono stati posti sotto arresto.
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Vogliamo la riconciliazione nazionale, il dialogo con i militari e la libertà per Aung San Sun Kyi e gli altri prigionieri politici >> hanno urlato i religiosi nei loro cortei, esortando a più riprese l'intervento delle Nazioni Unite, riunito proprio in questi giorni in seduta plenaria presso il Palazzo di Vetro a New York. Per tutta risposta l'ONU manda un suo emissario, Ibrahim Gambari, a "sondare" la situazione.
Sondare?
Un Popolo intero chiede l'intervento della più importante istituzione internazionale affinché un principio fondamentale come quello dell'autodeterminazione di un popolo venga rispettato, e loro mandano un emissario a sondare? A sondare cosa? Sono anni che il regime militare birmano calpesta il proprio popolo e a ragione, secondo me, sino ad oggi nessuno è intervenuto. A ragione perché proprio in base a quel fondamentale principio di autodeterminazione dei popoli, enunciato dall'illuminato statista statunitense Woodrow Wilson in occasione della stipula del Trattato di Versailles nel 1919, nessuno può arrogarsi il diritto/dovere di intervenire nelle questioni interne ad una Stato, quale che sia il regime che lo caratterizza, sin tanto che non sia il popolo a richiedere un aiuto esterno. Adesso sono i birmani a chiedere l'intervento delle Nazioni Unite e l'Onu invece che mandare immediatamente delle forze a sostegno di questa gente che da anni soffre in balia di un regime dispotico, manda un emissario a sondare la situazione. Io sono personalmente contrario all'intervento armato e ai conflitti, ma in questo caso si tratta di difendere delle persone, non di attaccare. In questi casi e solo in questi, trovo che l'intervento militare sia giusto e dovuto. In Myanmar la gente sta morendo per le strade, fucilata dall'esercito, picchiata a morte, arrestata, torturata.
Dove sono quei fautori ed esportatori della democrazia che sino ad oggi non hanno esitato ad intervenire anche là dove invece non avrebbero dovuto? Nessuno dice che l'intervento in Iraq era ed è del tutto ingiustificato! Non che Saddam Hussein fosse un santo. Era un dittatore che teneva sotto scacco il suo popolo. Ma fintanto che quel popolo non avesse chiesto l'aiuto della comunità internazionale, come invece accade oggi in Myanmar, nessuno si sarebbe dovuto arrogare il diritto di destituirlo. Ovviamente ci si nasconde dietro la scusa della lotta al terrorismo. Ma è ridicolo! E' come se negli anni settanta in Italia, gli anni di piombo, gli americani o chi per loro avessero bombardato il nostro Paese per bloccare il terrorismo rosso. Nessuno dice che gli attentati continui in Iraq non sono perpetrati dai terroristi, non tutti almeno. La maggior parte degli attacchi alle truppe Alleate viene messo in atto dal popolo iracheno che avverte quelle truppe come invasori! Quanti sanno che ad aiutare Saddam Hussein a conquistare il potere in Iraq sono stati gli americani? Quanti sanno che erano gli americani ad equipaggiare l'esercito iracheno? Quanti sanno che il dittatore iracheno è stato condannato all'impiccagione per aver ucciso 148 estremisti islamici? Quegli stessi estremisti islamici che oggi sono i nemici degli States! E ancora in quanti sono a conoscenza del fatto che si è deciso di impiccare Saddam per questo reato prima che potesse essere sottoposto a processo per la strage di Halabaja, in cui in realtà non aveva alcuna responsabilità, per nascondere invece le responsabilità degli americani? Al di la del fatto se sia vero o meno che l'attentato alle torri gemelle sia stato opera di Al Qaeda, la lotta al terrorismo non si conduce invadendo un Paese! Si porta avanti col lavoro d'intelligence e con interventi militari mirati, che colpiscano le cellule terroristiche e non un intero popolo! In Iraq di terroristi non ce n'erano, perché lo stesso Saddam Hussein osteggiava Osama Bin Laden e la sua organizzazione! E allora perché l'invasione dell'Iraq? Perché il territorio iracheno si trova in una posizione strategica per gli americani, che da li potranno muoversi con facilità verso tutto il Medio Oriente: verso la Siria, l'Iran, l'Afghanistan, l'Arabia Saudita, il Libano e la Giordania, nemici storici degli Stati Uniti nella lotta al controllo delle risorse petrolifere. E' questa la vera ragione dell'intervento in Iraq, la lotta per il controllo delle risorse petrolifere! Vi siete mai chiesti perché Al Qaeda? Sapete chi è Bin Laden? Bin Laden appartiene ad una dinastia di importantissimi petrolieri, non è un pastore di capre! Al Qaeda nasce per osteggiare il controllo occidentale sulle risorse petrolifere del Medio Oriente. Questa gente che noi chiamiamo terroristi lotta per poter disporre a proprio piacimento delle proprie risorse. Che fareste voi se qualcuno vi sottraesse le vostre risorse senza averne alcun diritto? Lo lascereste fare indisturbato? E' ovvio che non intendo difendere i modi in cui questa lotta viene portata avanti. Per nessuna ragione privare della vita un essere umano può essere giustificabile. E portare la lotta sul versante della religione, fomentando l'odio interrazziale è vergognoso. Però ne comprendo e condivido le ragioni.
Ancora una volta a muovere gli ingranaggi della politica internazionale è la lotta per il Potere.
Ecco perché non si è ancora intervenuti in Myanmar e perché forse non si interverrà. Perché la giunta militare birmana può avvalersi del sostegno della potente e vicina Cina. La comunità internazionale teme una reazione cinese. Non tanto sul piano militare, la Cina non sarebbe così sprovveduta da mettere in moto una Terza Guerra Mondiale, quanto su quello economico. Quella cinese è già la prima potenza economica mondiale e osteggiare gli interessi cinesi potrebbe causare il collasso dell'economia mondiale. Ecco il vero motivo per il quale invece che intervenire a sostegno di un popolo che invoca l'aiuto della comunità internazionale si preferisce "sondare".
Solidarietà e onore al popolo birmano!
Chiediamo ai nostri rappresentanti di sostenere il popolo birmano nella sua lotta. No alle sanzioni e all'embargo che colpirebbero un popolo già martoriato e non i suoi padroni! L'embargo e le sanzioni sono strumenti utili a fomentare od accrescere il malcontento nella popolazione che ne subisce le conseguenze al fine di provocare una reazione contro il regime. In Myanmar queste sanzioni non avrebbero senso! Il popolo birmano è già sceso in piazza contro i propri tiranni e invoca il nostro aiuto!
Se i nostri rappresentanti sono troppo presi dalle questioni di potere per poter rispondere all'appello del popolo birmano, noi possiamo far sentire la nostra voce. Ciascuno di noi può farlo tramite il sito di Amnesty International firmando la petizione on-line indirizzata ai membri della giunta birmana. Invadiamoli con le nostre richieste, facciamo sentire le nostre voci. Operiamo attivamente e democraticamente a sostegno di un popolo che chiede il nostro aiuto.
Facciamolo ora!

Firma l'appello per fermare la repressione

venerdì 28 settembre 2007

Sulla privacy

Parlare di privacy al giorno d'oggi non è per nulla semplice. Accingendosi a farlo si corre il rischio di smarrirsi tra le pieghe di un concetto il cui campo di applicazione è divenuto talmente vasto da investire una moltitudine di campi d'applicazione differenti. Privacy e sanità. Privacy e giornalismo. Privacy e internet. Più in generale, qualsiasi ambito della vita pubblica pone dei problemi riguardanti la privacy dei soggetti che su tale proscenio agiscono. E possibile tuttavia scegliere dei criteri guida ed operare delle distinzioni che permettano di analizzare in modo sintetico e quanto più possibile completo uno degli aspetti del problema. Ovviamente la scelta di cui sopra è una scelta personale, mediata dai propri interessi e dalle proprie convinzioni. Si sceglie di dare rilevanza ad uno dei molteplici aspetti che costituisco l'oggetto privacy e su quello si lavora, così da non perdersi all'interno della vastità del concetto.
Dal momento che a tutt'oggi il più grande mezzo di comunicazione di massa è e rimane la televisione, in secundis la carta stampata, è sul tema del rapporto tra privacy e libertà di stampa che intendo concentrarmi. So che parlare di libertà di stampa nel nostro Paese può sembrare, ai più informati, paradossale dal momento che nella classifica stilata dalla Freedom House l'Italia nel 2006 si trova al 79° posto assieme al Botswana, ma mi riferisco alla libertà di stampa come concetto idealtipico, non alle sue concrete manifestazioni.
E' divenuto impossibile oramai accendere la televisione o aprire un giornale o una rivista senza invadere gli ambiti di vita privata di qualcuno. Programmi e riviste specializzate in gossip, telegiornali e giornali dominati da fatti di cronaca minuziosamente e ossessivamente spulciati sino al ridicolo, vite private confezionate e spesso anche masticate e digerite nel format-fiction. Il tutto accompagnato e condito da nuove tecniche dell'informazione. Basti pensare alle musiche di sottofondo che accompagnano i servizi dei telegiornali e alle tecniche di ripresa di stampo cinematografico che contribuiscono a "romanzare" i fatti. Non basta più accanirsi sulla cronaca. Occorre renderla accattivante, creare pathos, veicolare sentimenti. E noi tutti li, inebetiti come dei cobra affascinati dalle note profuse da questi moderni incantatori di serpenti.
Ci si nasconde dietro il diritto all'informazione per accrescere il profitto. Più audience un programma riesce ad accaparrarsi, maggiore sarà il valore delle fasce pubblicitarie che lo precedono e lo seguono (nel caso dei giornali e delle riviste a crescere con l'aumentare delle tirature è il valore degli spazi pubblicitari). Questa logica del profitto non vale solo, come si potrebbe erroneamente pensare, per i programmi, le fictions, i films e le riviste di gossip ma anche per i telegiornali e i giornali cosiddetti d'informazione. E' per questo che si punta sul sensazionalismo, perché è col sensazionalismo che si conquista il pubblico e chi detiene la quota maggiore di pubblico accresce le proprie rendite derivanti dalla pubblicità, quindi realizza un maggior profitto che porta ad una quota maggiore di Potere.
Trovo scandaloso e indegno di una società che si autodefinisce civile ( mai come in questo caso trovo opportuno decontestualizzare e citare i versi di manzoniana memoria ai posteri l'ardua sentenza ) un simile atteggiamento. Trovo scandaloso e mi indegno quando per giorni e giorni il mio schermo e le mie pagine sono invase da ogni sorta di elucubrazione circa il fatto di cronaca del momento. Trovo scandaloso e mi indegno quando vedo cittadini come me fuori dalle procure a gridare assassino all'indiziato (indiziato, badate bene, non condannato!) di tal fatto o di tal altro. Mi intristisce la morbosa curiosità di chi invece che spegnere lo schermo o accartocciare le pagine stufo di simili atteggiamenti rimane li incollato in attesa di nuovi sviluppi. E mi vergogno profondamente per loro.
Quello della libertà di stampa è un concetto serio. La libertà di stampa è una delle garanzie fondamentali che un governo democratico deve garantire ai suoi cittadini. Di più, essa è una necessità per ogni società democratica. Non si può giocare con essa e non la si può usare come specchietto per le allodole per velare ciò che invece andrebbe chiamato col suo vero nome: logica del profitto al servizio della lotta per il Potere. Il concetto di privacy ha una rilevanza non inferiore. La privacy è il diritto alla riservatezza delle informazioni personali e della propria vita privata. Teorizzata in origine nel lontano 1890 dai giuristi statunitensi Louis Brandies e Samuel Warren come the right to be let alone, ossia come la non intromissione nella sfera privata dell'individuo, essa ha assunto nell'accezione odierna un significato più ampio giungendo a porsi come fondante strumento di salvaguardia della libera e piena autodeterminazione dell'individuo.
Diritto alla privacy e libertà di stampa. Un conflitto a tutt'oggi sostanzialmente irrisolto che coinvolge due diritti fondamentali dell'uomo moderno. Le fonti legislative in materia sono numerosissime e spaziano dalle Leggi Costituzionali
italiane (artt. 2, 14, 15 e 21) alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (art. 8 "Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano. Tali dati devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge. Ogni individuo ha il diritto di accedere ai dati raccolti che lo riguardano e di ottenerne la rettifica") , dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo ( art. 8 "non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell'esercizio di tale diritto [alla privacy, ndr] a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del paese, per la difesa dell'ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui") sino alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo ("Chiunque ha il diritto alla libertà di opinione ed espressione; questo diritto include libertà a sostenere personali opinioni senza interferenze ed a cercare, ricevere, ed insegnare informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo informativo indipendentemente dal fatto che esso attraversi le frontiere"). Occorrerebbe trovare una giusta sintesi, o meglio, la sintesi più adeguata al nostro contesto politico-sociale.
Ma...che sbadato che sono! La sintesi è già stata trovata. Quando?
L'8 Luglio 1993 il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti e Federazione nazionale della Stampa approvavano la Carta dei doveri dei giornalisti italiani. Il documento, oltre a tutelare la libertà di informazione in quanto diritto della collettività, vieta nella parte concernente i diritti alla persona qualsiasi tipo di discriminazione e afferma che non si possono pubblicare notizie sulla vita privata della persone. Viene inoltre stabilito il principio di rendere non identificabili le vittime di violenze sessuali, i membri delle forze di pubblica sicurezza e dell'autorità giudiziaria e i congiunti di persone coinvolti in fatti di cronaca. Da dove comincio? L'unico punto rispettato è quello inerente la non identificabilità delle vittime di reati sessuali. Partiamo dalla discriminazione. Già il fatto che la parola extracomunitario sia diventata per tutti noi sinonimo di "persona proveniente da un Paese povero" credo sia indicativo della continua inosservanza da parte della stampa di quanto da essa stessa auspicato. Extracomunitario significa in realtà cittadino di un Paese non membro della Comunità europea. Quante volte avete sentito tale lemma utilizzato per indicare un cittadino statunitense, canadese, giapponese o australiano? Io mai! E poi giocano a fare i politically correct...Passiamo oltre. Non si possono pubblicare notizie sulla vita privata delle persone. Bene, allora chiudiamo tutti i giornaletti di gossip e aboliamo le trasmissioni televisive incentrate su queste pseudo-notizie! Sorvolando sulla non identificabilità dei rappresentanti delle forze dell'ordine e delle autorità giudiziarie che in alcuni casi è necessaria, ad esempio nel caso di campagne di sensibilizzazione promosse da tali istituzioni (che in realtà scarseggiano quando invece se ne avverte un bisogno impellente per recuperare quel senso dello Stato che nella nostra società civile latita), vogliamo parlare dei congiunti di persone coinvolti in fatti di cronaca? L'esempio è in questi giorni sotto gli occhi di tutti, basta accendere la televisione o aprire un giornale per ricostruire l'intero albero genealogico delle famiglie coinvolte nel caso del delitto di Garlasco.
Una considerazione personale. E' bene che di cronaca si parli; il diritto all'informazione è alla base del concetto stesso di democrazia. Però sin tanto che i processi non sono conclusi, non si dovrebbe poter (stra)parlare dei fatti, come avvenuto per il delitto di Cogne prima o come avviene con quello di Garlasco adesso. Per svariati motivi. Oltre a quelli già citati mi preme sottolineare come un'attenzione mediatica pressante sia deleteria per l'operato investigativo delle forze dell'ordine e della magistratura. In un duplice senso. Anzitutto lavorare sotto pressione continua genera stress ed è fonte di distrazione, il che potrebbe causare errori in fase investigativa che potrebbero risultare decisivi in sede istruttoria. Poi perché esiste il rischio che l'opinione pubblica influenzi la direzione verso la quale gli sforzi investigativi si concentrano. E' bene informare circa l'accadimento di un fatto, ma poi basta! Almeno sino alla conclusione del processo. Unico caso a parte dovrebbe essere invece quello riguardante i politici e più in generale i pubblici amministratori. In quel caso anche taluni aspetti della vita privata dell'individuo devono interessarmi,
in quanto io sono chiamato a concedergli in delega la mia rappresentanza, e per farlo consapevolmente devo conoscere quanto più possibile l'uomo a cui concedo un simile onere/onore. Altro che immunità parlamentare! E non tiratemi in ballo il "rischio" di ingerenze da parte di certa magistratura nella vita politica del Paese per favore. Ma proseguiamo.
Potreste obiettare che questo documento, la Carta dei doveri dei giornalisti italiani, altro non è che un insieme di linee guida interno all'ordine dei giornalisti che non ha alcuna valenza giuridica. Giusto! Passiamo allora oltre, alla Legge n. 675/1996 o
Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali. L'articolo 25 si intitola Trattamento di dati particolari nell'esercizio della professione giornalistica, e vieta di trattare senza consenso dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale dei cittadini. La Legge istituisce inoltre un organo preposto al rispetto della normativa, il Garante per la protezione dei dati personali, per assicurare la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali ed il rispetto della dignità nel trattamento dei dati personali. Di più! Assegna al Garante il compito di promuovere l'adozione, da parte del Consiglio nazionale dell'Ordine, di un codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali. L'Ordine dei giornalisti impiega ben due anni a promulgare quanto richiesto dalla Legge ma partorisce infine nel 1998 il Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica. Tredici semplici articoli in cui si ribadisce fondamentalmente quanto già esposto nella Carta del 1993. Con la sostanziale differenza che il Codice ha valore giuridico. E a leggerlo si rimane sbigottiti! Non per i suoi contenuti, che invero a mio parere sono quanto di più adeguato si potesse auspicare per raggiungere un opportuno equilibrio tra diritto alla privacy e libertà d'informazione. Piuttosto ciò che lascia allibiti è il fatto che, tolti i primi due articoli di carattere generale e tecnico, nessuno degli articoli che vanno dal tre al tredici trova un reale riscontro nell'attività giornalistica del nostro Paese.
E' il solito discorso "all'italiana". Si fanno le leggi, ma poi non le si fanno rispettare. Esistono dei codici deontologici (validi!), esistono delle leggi di tutela sia della privacy sia della libertà di stampa (valide!), esiste un organismo preposto a vigilare e far rispettare le regole che, come al solito, non compie il suo dovere. Se fossimo ingenui saremmo qui a chiederci il perché, ma conosciamo sin troppo bene le ragioni di simili inefficienze.
La lotta per il Potere imperat! Tutto il resto non conta.



martedì 25 settembre 2007

Zio Pino

"E' importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell'uomo per soldi. Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore ma, se ci si ferma a questo livello, sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti"

( Padre Pino Puglisi )

L'informazione ha i suoi tempi, le sue regole, la sua forma, i suoi codici. Occorre battere il ferro sin tanto che la notizia è fresca, essere "tra i primi a parlare di" è un diktat informativo! Ma io non sono un "professionista dell'informazione". Non ho un editore cui rispondere, motivo per cui l'unico mio censore è la mia stessa coscienza. Non ho un capo-redattore da soddisfare, motivo per cui posso permettermi il lusso di parlare di qualsiasi argomento attiri la mia attenzione e di poterlo fare nel momento che ritengo più opportuno. Non mi piace dover urlare per essere certo di essere ascoltato nel mezzo della bufera informativa che attorno a certi temi si scatena nel momento in cui un fatto si ammanta della maschera della notizia. Preferisco aspettare che il vento si plachi, sino a non sentirne più l'eco in lontananza, così da poter esporre con serenità i fatti e tentare di attirare l'attenzione di coloro i quali, prima troppo frastornati dai flussi dello sferzante vento di parole che caratterizza la bufera informativa, possono invece adesso prestarmi attenzione, nonostante il mio sia un sussurro. Un sussurro pacato, gentile ma insistente. Un sussurro che credo e spero abbia il valore e la potenza di urlo disumano. Un sussurro che urla rabbia, dolore, sconcerto, disappunto che non si limita a distruggere ma che anzi vuole tentare di costruire, rimediare, aiutare, proporre. Un sussurro che non ha l'impatto della bufera. Un sussurro che però sarà insistente e sempre presente, che magari non si udirà nel frastuono del vento di parole che caratterizza la bufera, ma che sarà comunque lì prima, dopo e durante.
Dieci giorni fa ricorreva il quattordicesimo anniversario della morte di un Uomo che ha saputo con la semplice rettitudine del suo vivere trasformare la propria vita e la propria morte in un esempio. Un esempio di Amore innanzitutto. Un amore incondizionato, un amore che ama la vita, un amore che comprende, un amore che aiuta, che si protende con forza verso il prossimo, un amore che lotta per insegnare l'amore. Un esempio di lotta. Una lotta che combatte l'odio, la povertà, l'emarginazione. Una lotta che affronta senza altre armi che l'Amore un nemico potente, crudele, sanguinario. Un nemico vile, che si inserisce soprattutto in quegli interstizi di inedia e povertà che caratterizzano vaste aree del nostro Paese.
Padre Pino Puglisi, o 3P come lo chiamano i suoi amici, combatteva la Mafia. E lo faceva quotidianamente nel modo più intelligente: creava terra bruciata attorno ad essa, porgendo il suo sostegno ed il suo aiuto a coloro ai quali la mafia si rivolgeva per reclutare manovalanza, spargendo su di loro il suo Amore. Figlio del quartiere palermitano di Brancaccio, dopo una carriera ecclesiale ricca di soddisfazioni e costellata da numerosi incarichi di responsabilità, nel 1990 Padre Puglisi torna a casa e subito rivolge la sua attenzione a quegli adolescenti e a quei giovani già reclutati dalla criminalità mafiosa, diventando per tutti "Zio Pino".
Potrà apparire strano a taluni che proprio io che non esito mai a scagliarmi contro la Chiesa di Roma (non il Cattolicesimo!) parli adesso di un suo rappresentante e lo faccia con amore. Ma già la mia puntualizzazione circa il fatto che non è il Cattolicesimo ma la sua istituzione terrena che critico dovrebbe essere sufficiente. Vorrei tuttavia aggiungere che anche se sono agnostico rispetto e comprendo chi ha fede, quando questa fede non si risolve però nel solito manierismo cattolico ma guida il concreto quotidiano agire del credente sulla via dell'amore. Per questo parlo di Zio Pino e lo faccio con ammirazione e rispetto. Perché la sua vita è stata una testimonianza dell'incarnazione dei valori cristiani. Come il Cristo egli non si è barricato dietro l'abito talare ma si è rimboccato le maniche ed è sceso in strada per aiutare chi aveva bisogno. Ha teso le mani, ha abbracciato, ha ascoltato, ha consolato, ha consigliato, ha regalato sorrisi, ha amato. Non era un eroe, era un Uomo! Un uomo con le sue debolezze, i suoi momenti di sconforto, di rabbia, di amarezza e delusione. Ma sempre capace di rialzare il capo e ricominciare con vigore la propria missione. Un uomo che ha messo la sua intelligenza, la sua cultura, la sua fede e la sua forza al servizio degli ultimi. Un uomo che quando qualcuno, per rispetto, chiamava Monsignore rispondeva pronto "Tò Patri!" (per i non siciliani, "Monsignore sarà tuo padre!"). Un uomo per il quale non esistevano padroni o signori, ma solo fratelli. Un uomo che ha voluto ricordare alla sua gente che tutti nasciamo liberi, senza padroni né signori. Un uomo scomodo che la Mafia ha deciso, il 15 Settembre 1993, di ammazzare con un colpo alla nuca il giorno del suo 56° compleanno.
Zio Pino.
Hanno ucciso l'uomo, ma non sono riusciti a spegnere l'eco del suo amore. La comunità fondata a Brancaccio da Padre Puglisi continua la sua opera, portandola avanti seguendo gli stessi principi. E purtroppo nello stesso clima di isolamento. Le istituzioni locali e regionali ancora una volta latitano. Dall'anno della sua fondazione, il 1992, il Centro "Padre Nostro" è stato vittima di numerosi attentati e i suoi volontari oggetto di numerose e dure intimidazioni da parte di esponenti mafiosi. Intimidazioni e attentati che hanno subito una brusca escalation proprio nel corso dell'estate appena trascorsa. Il 6 Luglio scorso il coordinatore del Centro, Maurizio Artale era stato vittima di una intimidazione telefonica in cui veniva minacciato di morte. Poi sono seguiti i danneggiamenti alla struttura del centro, al pulmino e agli altri mezzi; infine i terreni con alberi segati e recinzioni divelte. E ancora lo sterco disseminato sul campetto di calcio e poi dato alle fiamme e gli atti di vandalismo alla scuola che di Padre Puglisi porta il nome. “Siamo stati abbandonati dalle istituzioni. Siamo in trincea a combattere una guerra. Ma contro chi dobbiamo combattere? Dobbiamo fare i conti con i ritardi burocratici. Le istituzioni non mantengono le promesse. Il centro polivalente lo devono costruire da otto anni e quello per anziani era e rimane solo una promessa. La verità è che ogni giorno dobbiamo fare i conti con una burocrazia fetente che non ha e non dà priorità” tuona con sdegno Padre Mario Golesano, successore di Padre Puglisi.
Nonostante tutto i 150 volontari della struttura ( che comprende 3 case famiglia, 2 centri per gli anziani e 3 per i minori e che consente di aiutare oltre 600 famiglie nei quartieri Brancaccio e Zen) continuano a lavorare convinti che, come asseriva Zio Pino,
“Il bambino può cogliere nel Centro un modello di comportamento diverso, anche solo guardando due adulti che si trattano con gentilezza e rispetto, e verificando che ci sono regole da seguire. Per i giovani è molto importante poter contare sul consenso del gruppo, della società. È quello che la mafia chiama onorabilità”. Un modello alternativo a quello familiare, dove spesso il codice mafioso affonda le sue radici, esaltando chi bara e chi è più furbo. I responsabili dell'isolamento in cui i volontari del Centro sono costretti ad operare hanno dei nomi. Sono anzitutto Diego Cammarata, sindaco di Palermo e Don Totò Cuffaro, Presidente della Regione. Io non sono mai stato a Brancaccio ma posso capire lo stato emotivo in cui operano quei ragazzi e quelle ragazze in quanto la situazione a Catania non è affatto dissimile. Ci sono quartieri come Librino e San Cristoforo nei quali parole come legalità e giustizia non hanno alcun senso. Quartieri in cui intere famiglie abbandonate dalle istituzioni sono costrette per sopravvivere ad affiliarsi alla mafia e a vivere di spaccio. Non è la repressione, che comunque manca a Catania, la soluzione del problema. Occorre, sotto la guida dell'esempio di vita che Zio Pino ci ha offerto, educare. Proporre modelli relazionali alternativi a quelli mafiosi che sono imperanti in quelle zone. Occorre che le amministrazioni locali sostengano adeguatamente queste famiglie, fornendo loro un lavoro dignitoso. Non abbandonandole a se stesse come invece accade.
Mi senti Scapagnini?
La gente ha bisogno di aiuto! Esiste un'arma che si chiama Amore. Esiste un mezzo non dispendioso per insediare sul territorio una forte presenza istituzionale che si chiama Servizio Civile Volontario. Perché non reclutare migliaia di volontari, tra i quali assistenti sociali, sociologi, psicologi, futuri medici ma anche ragazzi e ragazze senza titolo ma che abbiano veramente voglia di fare qualcosa e mandarli per le strade, assicurando loro una seria interazione e collaborazione con le forze dell'ordine, nelle scuole e perché no anche dentro le case. Avete un assessorato ai servizi sociali che potrebbe coordinare il tutto, studiare e fornire dei piani d'azione. E praticamente senza spendere un euro. La soluzione non consiste nel trarre in arresto ragazzi e ragazzini che spacciano, ma dotarli di modelli comportamentali e di una sicurezza sociale tali per cui non avranno più la necessità di spacciare per le strade per portare il pane a casa. Non potete chiedere alla gente di emarginare la Mafia se non assicurate loro una forte presenza istituzionale. Non avvertiamo lo Stato, men che meno lo avverte chi vive nei quartieri poveri. L'unica istituzione che assicura loro lavoro e che gli consente di sopravvivere è la Mafia!
Perché dovrebbero rinnegarla?


lunedì 24 settembre 2007

Il Fatto #2

E rieccoci qua! Come mi ero ripromesso torna la rubrica sui "furbacchioni" che nel corso della settimana sono balzati agli onori della cronaca per essere stati protagonisti di una "genialata". Credevo, nell'inaugurare questo spazio settimana scorsa, che avrei incontrato delle difficoltà a scovare ogni settimana un Fatto(ne!), ma evidentemente elucubravo sull'onda dell'entusiasmo che scaturiva dalla mobilitazione popolare dell'8 Settembre, dimentico anche se per poco della dura realtà che mi circonda.
E invece a corrermi in aiuto sono, ancora una volta, i rappresentanti delle nostre Istituzioni! Se settimana scorsa una mano mi era stata porta dal sempreverde Calderoli, è dal centrosinistra che mi giunge stavolta un assist che è impossibile non trasformare!
Domenica 15 Settembre scorso, l'ex consigliere comunale prima, assessore ai trasporti poi, nonché vice-sindaco e poi sindaco di Genova, ex ministro dei trasporti e della navigazione del primo Governo Prodi e attuale Presidente della Giunta regionale della Liguria, Claudio Burlando di ritorno dagli Erzelli, una collina nella quale sono depositati i container vuoti del porto di Genova, volendosi dirigere verso il mare imbocca una superstrada.
Contromano!
Secondo la ricostruzione della Polizia Stradale, con ogni probabilità Burlando, che non ha fornito una valida giustificazione al suo gesto, aveva imboccato contromano la superstrada tenendosi rasente ad un muraglione sulla sinistra con l'intenzione di invertire il senso di marcia in prossimità dell'imbocco autostradale cui la superstrada conduce o comunque non appena possibile. Giunti sul luogo in seguito alle segnalazioni di numerosi automobilisti, gli agenti sono stati avvicinati da alcune persone in stato di shock che inveivano contro l'automobile, parcheggiata nel giusto verso di marcia, del Burlando. Alla richiesta dei documenti, Burlando asserendo di aver dimenticato patente e carta d'identità a casa, ha mostrato ai poliziotti la sua tessera da parlamentare, tra l'altro scaduta!
"I poliziotti mi hanno riconosciuto senza bisogno di documenti e mi hanno chiesto se avessi un documento perché formalmente era necessario. Io purtroppo avevo lasciato carta d'identità e patente di guida in una borsa a casa. Il mio portafogli è piccolo e non può contenente molti documenti".
Il suo portafogli è piccolo? Troppo per contenere patente di guida e carta d'identità, ma non abbastanza da impedirle di infilarci dentro una tessera parlamentare scaduta?
Ammesso e non concesso che il Presidente ligure abbia imboccato per errore la superstrada nel verso di marcia errato, perché ha proseguito per oltre un chilometro rischiando il tamponamento con i veicoli che incrociava? E perché si è fermato soltanto quando all'incidente è giunto vicino sfiorando un'altra autovettura che procedeva regolarmente nel giusto senso di marcia? E ancora, perché "La pattuglia, non avendo comunque accertato l'infrazione in oggetto, si asteneva dal contestare alcun tipo di sanzione, limitandosi ad informare il comandante telefonicamente e a redigere la presente"? C'erano segnalazioni telefoniche che denunciavano il fatto, erano presenti tre testimoni, gli occupanti del veicolo che Burlando stava per tamponare.
"Abbiamo seguito la normale procedura, quella che riserviamo a qualsiasi cittadino. Oltre a raccogliere le testimonianze dei vari automobilisti abbiamo infatti effettuato ulteriori accertamenti con i filmati delle telecamere" asseriscono dalla Polstrada.
Ma non offendete oltre la nostra intelligenza!
Un qualsiasi cittadino sarebbe stato immediatamente sanzionato. Un qualsiasi cittadino sarebbe stato giustamente sottoposto ai test previsti dagli art. 186 e 187 del Codice della Strada per accertarne l'integrità psicofisica! Burlando è stato sottoposto al test dell'etilometro? NO!
Burlando è stato sottoposto ai necessari controlli per accertarne l'eventuale stato di alterazione derivante dall'assunzione di stupefacenti? NO!
Burlando ha dato una spiegazione al suo gesto? NO! Non lo ha fatto né al momento in cui gli agenti, cautamente, gli contestavano "verbalmente" (come ad un "qualsiasi cittadino"?) l'infrazione né successivamente. Si è limitato a chiedere scusa! Le scuse non bastano, non si percorre "per caso" più di un chilometro contromano.
Perché Burlando, per essere certo di venire punito ha dovuto contattare telefonicamente
(come un "qualsiasi cittadino"?) il questore di Genova Salvatore Presenti ?
Alla fine la sanzione è giunta, ma non vi è dubbio che quello riservato al Presidente della Regione Liguria non sia stato certo la procedura che la Polstrada riserva ad un "qualunque cittadino"!
Burlando alla fine, come previsto dall'articolo 176 del Codice della Strada, si è visto sospendere la patente di guida per 12 mesi, ha subito la decurtazione di 10 punti sulla patente, il fermo amministrativo del mezzo per tre mesi e dovrà pagare una sanzione pecuniaria da 3.500 euro ed un'altra da 72 euro per aver guidato senza patente.
Perché, mi chiedo, per un infrazione tanto grave il Codice della Strada non prevede, oltre alle sanzioni amministrative, delle responsabilità penali, se non in caso di incidente? Quest'uomo ha percorso un chilometro e mezzo contromano su di una superstrada rischiando più volte il tamponamento! Un comportamento non solo irresponsabile, ma criminale! Perché invece se vieni fermato e sottoposto ad etilometro con uno 0,51 (il limite è di 0,50 dal 2002, mentre precedentemente era di 0,80!) nonostante tu non abbia commesso nessun incidente vieni sottoposto a procedimento penale? Occorrerebbe rivedere l'articolo 186 del Codice della Strada nel senso di una maggiore progressività della norma, così come previsto per altre infrazione, come appunto quelle esposte all'articolo 176.
Se imbocchi consapevolmente contromano una superstrada con l'intenzione magari di risparmiare tempo invertendo il senso di marcia qualche chilometro oltre non sei un "qualsiasi cittadino", sei un criminale non dissimile da quelli che i media hanno da tempo battezzato pirati della strada!
Capito Burlando?

domenica 23 settembre 2007

Trivelle barocche

Da anni mi interrogo su cosa sia la Democrazia. Etimologicamente il lemma è formato dalle parole greche demos -> popolo e cratos -> potere, dunque governo del popolo. Le origini del termine risalgono ad oltre duemila anni fa, in quanto già Erodoto lo utilizzò nel V secolo Avanti Cristo. Tuttavia esso si rivela come uno dei significanti più dinamici del nostro universo simbolico, in quanto nel corso dei secoli, pur mantenendo una coerenza formale, ha conosciuto tutta una serie di mutamenti sostanziali. Dall'esperienza democratica ateniese alla concettualizzazione aristotelica, dalla riscoperta cinquecentesca della tradizione classica della filosofia politica al periodo della rivoluzione giacobina in Francia sino a giungere ai moderni sistemi di democrazia rappresentativa. Il passato mi è utile per capire come si arrivati a, il presente mi sta a cuore perché è vivendo e agendo in esso che posso sperare in un futuro migliore. Per questo voglio concentrarmi un attimo sulle attuali forme democratiche, tralasciando le sue seppur interessantissime manifestazioni passate.
Una democrazia rappresentativa è gestita in forma indiretta dal popolo attraverso i propri rappresentanti.Quello della rappresentanza era uno strumento necessario allo sviluppo democratico moderno. Era, ma non lo è più del tutto e presto non lo sarà più per niente. Lo era alla fine del 1700, in un contesto nel quale il mezzo principe per la divulgazione delle idee era la carta stampata; nel quale solo nobili e canonici avevano accesso all'istruzione mentre la maggior parte della popolazione viveva nell'ignoranza e in regime di povertà. In quel periodo era necessario che a gestire il popolo ci fosse una rappresentanza di esso, costituita da uomini capaci di guidare le masse.
Ma oggi, in un mondo caratterizzato non più dalla lentezza ma dalla immediatezza just in time della divulgazione delle idee grazie ai moderni mass media, internet in particolar modo e da un sempre maggior livello di istruzione del cittadino medio, la rappresentanza mostra segni di affaticamento e si avvia a lenti passi verso un meritato pensionamento. Sta per arrivare il momento della democrazia diretta. Ogni giorno che passa guardiamo sempre più sbigottiti quelli che dovrebbero essere i nostri rappresentanti accapigliarsi su argomenti di cui noi non avvertiamo l'utilità. Si disputano poltrone e favori, potere, voti. Discutono di alleanze mentre scherzano con le soubrette in tv, aprono blog per informarci dei loro passatempi o per rispondere alle provocazioni di chi li manda a fare in culo. Siamo stanchi di loro. Giorno dopo giorno ci rendiamo conto che non dovrebbero trovarsi li, ma a fare tutt'altro da tutt'altra parte. C'è gente valida in Italia che lotta per cercare uno spazio in cui agire per il bene proprio e del proprio Paese, ma a cui non si danno ne i mezzi ne gli spazi necessari. Che senso hanno al giorno d'oggi i partiti e la partitocrazia? Cadute tutte le ideologie, in un'epoca che definiamo post-moderna e che caratterizziamo proprio con il diniego delle grandi meta-narrazioni e con la secolarizzazione, cosa e chi rappresentano i partiti politici? Da più parti in questi giorni si invoca una discesa in campo di Beppe Grillo, ma chi lo fa poco o nulla ha compreso della battaglia di cui il comico genovese si è fatto portavoce. Basta alla partitocrazia! Non serve un anti-partito che entri nel sistema per destabilizzarlo. Ciò che appare impellente oggi, ma che si realizzerà con forza devastante in futuro, è il passaggio ad una forma di democrazia diretta, nella quale saremo noi cittadini a porre i problemi e a trovare le soluzioni. Di volta in volta le comunità, o l'intero Paese, esprimeranno da sé i propri bisogni e di volta in volta i più competenti per materia troveranno una soluzione che dovrà poi essere vagliata dalla comunità che il problema ha posto, o dall'intera Nazione. Dobbiamo smetterla di sostenere i partiti e cominciare a convogliare le nostre forze verso le iniziative che riteniamo meritevoli e giuste, di volta in volta, senza badare alla bandiera di chi propone, ma concentrandoci piuttosto sulla validità della proposta stessa.
Per questo mi è parso giusto appoggiare il V-Day proposto da Grillo sull'onda dello sdegno popolare diffuso nei confronti di una classe politica avulsa dalla nostra realtà che nel suo blog ha trovato una valvola di sfogo, e per questo mi sembra ora opportuno sostenere il Comitato per le energie rinnovabili e contro le trivellazioni gas-petrolifere in Sicilia e la sua lotta contro lo sfruttamento petrolifero nel Val di Noto (Val sta per Vallo, antica denominazione di epoca arabo-normanna che indicava le unità amministrative in cui la Sicilia era divisa). Il Val di Noto corrisponde geograficamente alla punta sud dell'isola e comprende alcuni territori delle provincie di Ragusa, Siracusa e Catania. Dal 2002 otto città del comprensorio, Caltagirone, Militello in Val di Catania, Catania, Modica, Noto, Ragusa, Scicli e Palazzolo Acreide, sono entrati nella lista dei patrimoni dell'umanità stilata dall'UNESCO in quanto siti che rappresentano il culmine dell'arte e del barocco europeo. Un'occasione irripetibile per la mia terra, che potrebbe sfruttare le proprie risorse paesaggistiche e culturali per un rilancio dell'economia autoctona in chiave turistica. Ma.
Le amministrazioni locali, in particolar modo quella regionale centrale, piuttosto che recepire l'opportunità e tentare la strada di uno sviluppo consono alla nostre radici e alle nostre risorse, hanno deciso di puntare sulla via più facile e di più immediata redditività, ossia sullo sfruttamento del sottosuolo e sulla ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi. Il 3 Luglio 2000 il parlamento siciliano recepisce una Direttiva Comunitaria del Parlamento Europeo, la 94/22/CE "relativa alle condizioni di rilascio e di esercizio delle autorizzazioni alla prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi", ed emana la Legge Regionale n. 14. Nell'Ottobre del 2003, in seguito a tale legge, viene emanato il Disciplinare Tipo che in sostanza concede carta bianca alle compagnie petrolifere. Come si legge nel Disciplinare infatti "la concessione comprende anche il diritto a costruire, esercitare e mantenere un sistema, parziale o completo, di serbatoi e di condotte. [...] Tale sistema può comprendere, fra l'altro, le stazioni di spinta iniziali o intermedie e i relativi serbatoi, macchinari annessi, le condotte principali e secondarie". Così nel Marzo del 2004, in seguito ad una richiesta di permessi, l'Assessore all'Industria Marina Noè firmò i Decreti che concessero le autorizzazioni a quattro compagnie petrolifere: ENI, SARCIS, EDISON e PANTHER RESOURCES. Tre atti amministrativi che in pratica hanno segnato il destino di 1603 kmq, ossia del 6,2% dell'intero territorio regionale, destinando di fatto una zona universalmente riconosciuta come tra le più belle dell'umanità a diventare un'intricata e desolata rete di trivelle, condotte, aria malsana e acque reflue tossiche. Eppure non occorre guardare chissà dove per vedere quali effetti un siffatto tipo di sfruttamento del territorio possa avere. Abbiamo già distrutto la splendida litoranea di Augusta con gli insediamenti petrolchimici di Priolo. E nelle giornate limpide e possibile vedere dalla splendida Valle dei Templi di Agrigento i fumi degli stabilimenti di Gela. A cosa servono allora i miliardi stanziati per l'aeroporto di Comiso? Quale turismo si vuole incrementare con quell'opera? Di questo passo non ci sarà più nulla da vedere! A voler pensar male si potrebbe pensare anzi che l'aeroporto più che ai flussi turistici servirà da base per i collegamenti necessari alle industrie petrolifere.
Sino ad oggi la mobilitazione popolare, sostenuta da parte delle amministrazioni locali e dalle associazioni ambientaliste, ha impedito l'inizio dei lavori. Ma occorre un segnale forte da parte delle Istituzioni.
Siamo stanchi delle parole, vogliamo i fatti! E poi come si fa a concedere delle autorizzazioni senza che siano stati presentate delle dettagliate valutazioni di impatto ambientale?
Il Presidente Don Totò Cuffaro continua a sostenere di voler fermare questo scempio. Mandiamo un pesciolino ciascuno a don Totò, dicono che il fosforo aiuti la memoria e il pesce ne contiene tanto! Chi era a capo dell'Assemblea Regionale nel 2000, nel 2003 e nel 2004? Mi sembra di ricordare che fosse proprio lui. Perché se come dice è contrario alle trivellazioni nella Sicilia sud-orientale, ha permesso l'emanazione di quegli atti che hanno condotto alla attuale situazione. Non è che il buon Totò stia assecondando la corrente prodotta dalla protesta in attesa che questa perda forza e si esaurisca? Il dubbio sorge allorché il nostro Presidente asserisce di voler emanare un atto legislativo "che chiuda definitivamente la questione e impedisca le trivellazioni nell'area del Val di Noto" e di volerlo fare entro la fine di questo mese. Gesto nobile se non fosse che già da tempo la situazione si sarebbe potuta risolvere con una semplice lettera motivata!
Come fatto notare da Giovanni Puglisi, presidente della Commissione nazionale UNESCO per l'Italia, basterebbe che la Regione scrivesse una lettera in cui revoca le concessioni, specificandone le motivazioni, per bloccare tutto. Non servono leggi ad hoc quindi, ma una semplice lettera. Ad onor del vero una prima missiva è stata stilata lo scorso Gennaio dalla Regione ed ha lasciato il palazzo dell'Ars in Marzo. Ma non contenendo le motivazioni è stata di fatto invalidata da una recente sentenza del TAR. E' possibile, mi chiedo, che con tutto il fior fiore di giuristi e notabili che compongono la staff dell'Assemblea regionale non ce ne fosse uno consapevole del fatto che quella lettera di revoca dovesse contenere delle motivazione per essere valida? I sospetti di una forte collusione tra politica regionale e petrolieri mi attanaglia sempre più.
Ad essere minacciata è la nostra Terra, la nostra identità culturale, il nostro patrimonio. Le energie rinnovabili sono l'unica via possibile verso uno sviluppo sostenibile per l'intero genere umano. Il petrolio è il passato, padre di un'epoca prossima al collasso, dell'utilitarismo, dello sfruttamento insensato alla ricerca del maggior profitto. Un'era che ha mostrato e mostra le sue insanabili contraddizioni e che rischia di gettarci nel caos di un dopo dai contorni ancora troppo incerti per essere delineati ma che tuttavia dobbiamo prepararci ad affrontare, e in modo serio. Così come in altre parti del nostro antico Paese, il viatico per un futuro migliore risiede nel passato e in ciò che esso ci ha donato. Dobbiamo imparare a gioire delle nostre ricchezze e, quando possibile, a sfruttarle in maniera sensata e non deleteria. Il turismo dovrebbe essere per una Regione ricca di tradizione e cultura come la nostra l'elemento trainante dell'economia locale. Come anche le colture tipiche e i prodotti locali. Non commettiamo l'errore commesso dai popoli del Medio Oriente. Quanti di noi si ricordano che l'odierna Baghdad un tempo era Babilonia e che la penisola arabica era la ricca e fiorente Mesopotamia? Da quando il nero del petrolio ha cominciato a sgorgare da quelle terre ha ricoperto il passato con la sua coltre opaca, relegandolo in un tempo a-storico e cancellando tutto ciò che sino ad allora era stato. Non permettiamo che accada lo stesso alla nostra Terra!


martedì 18 settembre 2007

Il Fatto

Da questa settimana vorrei inaugurare una rubrica che ho deciso, parafrasando la nota trasmissione di Enzo Biagi, di chiamare Il Fatto. Ogni Lunedì dedicherò alcune righe a chi nel corso della settimana si sarà distinto per un'idea "geniale", un'azione "degna di nota", o a chi in qualunque altro modo riuscirà a "stupirmi" con una sua trovata.
L'onore di aprire le danze spetta senza ombra di dubbio al senatur leghista, nonché ex ministro per le riforme e attuale vicepresidente del Senato della Repubblica, Roberto Calderoli che si è brillantemente distinto la scorsa settimana con la sua geniale idea del Maiale-Day!
L'iniziativa è stata promossa per sostenere il comitato di "brava gente" formato da Curia locale, Lega Anti-Diffamazione cristiana e Lega Nord che vuole impedire la costruzione di una moschea a Bologna: "A fronte dell'inversione di rotta dell'amministrazione comunale bolognese che ha dato il via libera alla realizzazione di una nuova grande moschea, metto personalmente fin da subito a disposizione del comitato contro la moschea sia me stesso che il mio maiale per una passeggiata sul terreno dove si vorrebbe costruire la moschea" ha brillantemente dichiarato un entusiasta Calderoli. Del resto come dallo stesso asserito, il senatore non è nuovo a simili azioni. Già a Lodi passeggiò col suo maialino su di un terreno destinato all'edificazione di un edificio di culto islamico che, a suo dire, "fu considerato infetto e non più utilizzabile". Ma torniamo a Bologna.
L'amministrazione comunale bolognese, presieduta da Sergio Cofferati, ha deciso di cedere in permuta alla comunità islamica locale un terreno di periferia di 52.000 mq, di cui 6.000 edificabili, per la costruzione di un minareto. Oltre al dissenso espresso con la sua solita civiltà e il suo rinomato buon senso da Calderoli contrari sono anche, come detto, la Lega Anti-Diffamazione cristiana, che ha fatto notare come proprio sotto quel terreno passino le condutture di un oleodotto NATO che rifornisce le basi del Nord Italia e come quindi per la costruzione dell'edificio occorrerebbe l'autorizzazione dell'Aeronautica militare che tali gasdotti gestisce, e monsignor Ernesto Vecchi, vescovo vicario di Bologna, che ha tenuto a precisare come "La parrocchia appartiene al tessuto sociale del popolo italiano, la moschea è invece qualcosa che si introduce".
Anche volendo tralasciare il fatto che seguendo il ragionamento di monsignor Vecchi non dovremmo stupirci dei rapimenti e delle uccisioni di uomini e donne di Chiesa nei paesi non cattolici, in quanto in quei contesti è la Chiesa di Roma ad essere qualcosa che si introduce in un tessuto sociale altro e lo fa in maniera ingiustificata in quanto non esiste in molti dei Paesi "missionati"un substrato cattolico che necessiti di libertà di culto così come invece è per le comunità islamiche in occidente, mi preme ricordare ancora una volta la nostra Costituzione che oltre a garantire all'articolo 3 la pari dignità sociale di tutti i cittadini senza distinzione di razza, di sesso, di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali e di religione, riconosce e garantisce all'articolo 2 i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove la sua personalità si svolge e ancora all'articolo 8 recita "Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano" e ancora all'articolo 19 "Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume" e all'articolo 20 "Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività".
Mi intristisce dover ricorrere alle Legge Costituzionale per rispondere agli sproloqui di questi egregi ed eminenti rappresentanti delle nostre istituzioni politiche e religiose; mi intristisce vedere che chi dovrebbe guidarci verso un'integrazione oramai divenuta necessaria e che in realtà dovrebbe sorgere spontanea cerca invece, per ragioni di Potere, di dividerci e porci gli uni contro gli altri.
Gli islamici non sono tutti terroristi di Al Qaeda, così come non tutti i Baschi appartengono all'ETA e non tutti gli irlandesi all'IRA. Dobbiamo svegliarci e smetterla di porgi con diffidenza verso chi avvertiamo come diverso da noi. Occorre cominciare ad aprirsi verso le altre culture, mantenendo la nostra identità culturale certo, ma senza per questo disprezzare quella degli altri. Non esiste una "classifica" delle culture, non esiste una cultura migliore di un'altra perché ogni cultura sgorga dalla storia di un popolo e allo stesso tempo è lo strumento attraverso cui quel popolo si identifica come tale. Non dico che sia facile confrontarsi con gli altri, ma voltarsi o barricarsi dietro le proprie convinzioni al passaggio di chi non è come noi non aiuta nessuno, soprattutto quando con chi è diverso da noi dobbiamo convivere.
E poi chi vi dice che "gli altri" siano così diversi da voi?

venerdì 14 settembre 2007

La scuola "non ci arriva"...


Far quadrare i conti dello Stato è una necessità improrogabile. Occorre rimpinguare le vuote casse del Bel Paese affinché la vita di tutti noi migliori. Le ricette per guarire la nostra am(m)a(la)ta nazione esistono e hanno dei nomi: lotta all'evasione fiscale, progressività delle imposte in base al reddito, lotta agli sprechi nelle pubbliche amministrazioni, una seria riforma della giustizia che assicuri maggiore autonomia e poteri alle autorità giudiziarie e che fornisca loro strumenti giuridici adeguati e norme chiare e incontrovertibili, una sana educazione civica.
Eppure a ben vedere tutti i rimedi sopra elencati appaiono da decenni con regolarità nei programmi elettorali di tutti gli schieramenti politici che nel corso della storia della nostra Repubblica si sono succeduti, dall'unità ad oggi. Com'è possibile allora che avendo individuato da tempo le contromisure necessarie a cambiare questo stato di cose, la situazione non sia mutata ma vada anzi sempre più peggiorando? Sarà forse perché le "promesse elettorali" altro non sono che specchi per le allodole, atte ad accaparrare voti e nulla più? E come è possibile che ciò avvenga da decenni? Siamo talmente tanto stupidi come popolo da non saper farci valere e mandare a casa chi non rispetta gli impegni presi?
Il voto, la preferenza elettorale o comunque lo vogliate chiamare è una cosa seria! Di più. Rappresenta la base dell'attuale sistema democratico. Il voto è uno scambio. Io ti concedo la mia preferenza in cambio di una seria rappresentanza dei miei bisogni in parlamento. Quando tu apri bocca in quella sede lo fai in mia vece. Il programma elettorale è la forma con cui si stipula il moderno contratto sociale di rousseauniana memoria (che trova dei precedenti illustri con Sofocle
nell'antica Grecia, Seneca nella Roma imperiale, Sant'Agostino nel Medioevo e una intesa di vedute con i contemporanei Locke e Hobbes). Quanti di voi percepiscono la nostra classe politica come rappresentante della propria volontà? (se siete banchieri, furbetti del quartierino, petrolieri, uomini di alta finanza e simili le vostre risposte non contano, altrimenti il sondaggio sarebbe falsato!).
Se la vostra risposta, come credo, è negativa perché non abbiamo mai fatto nulla per riprenderci ciò che è nostro e che ingiustamente ci è stato tolto? La nostra indifferenza e la nostra disaffezione verso la res publica hanno permesso che sussistesse e permettono che sussista ancora questo inganno.
Da quando ci hanno tolto la possibilità di sceglierci da noi gli uomini che dovrebbero rappresentarci, il programma elettorale ha acquisito una valenza ancora maggiore: è in base ad esso che assegniamo le nostre preferenze. E quando, passate le elezioni, gli impegni presi non vengono rispettati i contratti sono da considerarsi giuridicamente nulli! Non so se sia prevista dalla nostra Costituzione la possibilità per il popolo di ricorrere alla Corte Costituzionale per chiedere la delegittimazione di un Parlamento che non rispetti gli impegni elettorali. Non credo, ma dovrebbe essere un cardine di una VERA democrazia rappresentativa!
Le soluzioni esistono, occorre solo metterle in pratica con decisione e costanza, senza distinzioni.
E invece...
E invece chi ci governa trova più conveniente (per sé? per i propri amici? sicuramente, ma di certo non per noi) ricorrere alla scappatoia dell'insostenibilità della Spesa Pubblica, in particolar modo di una precisa voce del diario di spesa dello Stato: il welfare.
Da decenni si discute in sede istituzionale ed in sede accademica della sempre più pressante ed insostenibile situazione economica dei moderni stati occidentali e dei loro sistemi di sicurezza sociale. I pareri e le voci sono discordanti: chi si schiera a favore di, chi contro, chi assume posizioni intermedie puntando sull'iniziativa privata del terzo settore e sul no-profit.
A mio avviso il problema riguarda squisitamente l'evoluzione storica dei sistemi di welfare, un'evoluzione storica che ad oggi latita. Tali sistemi sono nati in un periodo storico preciso che coincide con l'industrializzazione, periodo nel quale la situazione della stragrande maggioranza dei popoli delle varie nazioni viveva in maniera simile, o, per usare un'espressione cara alla moderna politologia, apparteneva alla stessa classe, il proletariato o classe operaia. Oggi i confini tra classi e ceti sono sempre più indistinti, parlare di classe anzi non trova pressoché più alcun riscontro nelle moderne società occidentali. I sistemi di welfare nati come supporto per una vastissima fetta della popolazione che si trovava in stato di indigenza sono insostenibili per uno stato moderno in cui i veri poveri rappresentano una percentuale minima, ma non per questo meno importante, della popolazione. Occorrerebbe una revisione dei sistemi di assistenza pubblica, in tutti i campi (sanitario, scolastico, della previdenza), in senso di una maggiore equità sociale. Chi non ha non paghi, ma chi ha paghi e lo faccia in proporzione al proprio reddito, ma in maniera seria e con una progressività reale e non per fasce di reddito. Solo così il welfare non costituirà più un problema per le casse dello Stato. Sembra una soluzione semplice ed intuitiva, a cui chiunque potrebbe arrivare. Vi chiedete perché allora non sia stata ancora adottata? Riflettete un attimo.
Con questo sistema d'imposta a pagare di più sarebbe chi ha di più, e per loro questo è inconcepibile ovviamente. E siccome chi ha di più, come diceva il buon vecchio Marx (non i marxisti o i comunisti che poco o nulla di Marx hanno inteso), detiene quote notevoli di potere è impensabile una riforma sensata del welfare e del sistema delle imposte fintanto che classe politica e gruppi di interesse che detengono il potere saranno in combutta, procedendo a braccetto calpestandoci.
E così a pagare le conseguenza dei loro giochi di potere siamo noi e ancor di più coloro i quali necessitano di un reale aiuto per vivere dignitosamente, quale che sia il loro handicap: sia esso di natura psico-fisica che economica o di sostegno sociale. I tagli alla spesa pubblica, invece di colpire chi ha, gettano nello sconforto e nella disperazione chi avrebbe bisogno di un aiuto invero maggiore. E così via i soldi alle scuole (quelle pubbliche ovviamente, non quelle private in cui paghi una retta ma lo Stato ti aiuta non temere!), via i soldi alla sanità (tanto chi ha può sempre rivolgersi alle cliniche private, e anche lì lo Stato ti aiuta!), via i soldi alla previdenza (tanto se hai guadagnato miliardi l'anno per decenni lo Stato la pensione te la da lo stesso, e che pensione!).
Succede così che il Governo vara l'ennesima Legge Finanziaria e a piangere siano coloro che stentano a lacrimare a causa delle lacrime già versate. E' di oggi l'ennesima testimonianza di una cittadina italiana che con garbo e rispetto chiede ai suoi rappresentanti di non dimenticare chi realmente ha bisogno.

"Attraverso Repubblica.it mi rivolgo al Ministro della Pubblica Istruzione.


Ill. mo dott. Fioroni, chi le scrive non è una delle venti donne più potenti della Terra. Chi Le scrive è soltanto una mamma, la mamma di Luca. Un bambino che - senza mascherarsi dietro il politically correct - è un bambino ritardato. Proprio così: Luca è bello, fisicamente perfetto ma "non ci arriva".
Finché ha frequentato la Scuola Materna, tutto era come velato. "Si farà", mi dicevano le sue insegnanti. Ed io un po' ci ho creduto. Quando poi è giunto il momento di iniziare la scuola Elementare, la neuropsichiatra che lo ha in cura da qualche anno, mi ha consigliato di presentare domanda per un insegnante di sostegno. E così lo scorso anno scolastico a Luca e alla sua classe è stato assegnato un insegnante in più che ha svolto un ottimo lavoro: Luca alla fine dell'anno sapeva distinguere le lettere dell'alfabeto e scriverle in stampatello.
Tutto insomma sembrava procedere bene finché io e gli altri genitori del GLH, ossia Gruppo Lavoro Handicap, siamo stati informati degli imminenti tagli della Finanziaria alla scuola e in particolare alle ore per gli insegnanti di sostegno. Attoniti, abbiamo chiesto spiegazioni alla Dirigente: i nostri figli non riceveranno più la stessa copertura dell'anno scorso, nei dettagli ancora non si sapeva. Ci ha consigliato di attendere luglio per eventuali sviluppi, e noi abbiamo diligentemente aspettato. Poi a luglio ci ha consigliato di attendere settembre e noi abbiamo atteso. Finché il 10 settembre, primo giorno di scuola, mi viene confermato che le ore di sostegno per Luca sono state ridotte del 50%.
Gent. mo Ministro, Le faccio ora il classico conto della serva: Luca frequenta la scuola per quaranta ore settimanali, ma verrà seguito in modo particolare soltanto per undici. Nelle restanti ore verrà preso in carica dalle insegnanti di classe che hanno già ventidue bambini. Ormai è palese per tutti gli italiani: nell'odierna società non c'è destra né sinistra che tenga: contano solo potere e denaro. Ma io che non sono né ricca né potente e che con dignità voglio permettere a mio figlio di studiare senza incatenarmi al cancello della scuola, che cosa posso fare per offrirgli un futuro se non posso neppure garantirgli l'istruzione elementare?

Io che sono solo una mamma, la mamma di Luca."
Ivana Leone
Milano

Togliere alla scuola, disinvestire sul nostro futuro (e la mia non è demagogia contrariamente a chi dice ma non fa o addirittura disfa) è già di per se un fatto gravissimo. Ma togliere a chi all'interno della scuola ha bisogno di un sostegno maggiore degli altri per non rimanere escluso e alieno dalla società di cui di diritto fa parte è VERGOGNOSO!

MINISTRO FIORONI SI VERGOGNI!

Io ho avuto il piacere e l'onore di lavorare per un anno intero con bambini e ragazzi con disagio, e da allora ho capito che chi "non ce la fa" siamo noi, non sono loro. Siamo noi i ritardati che pur potendo fare preferiamo mettere le mani in tasca piuttosto che tenderle verso chi ne ha bisogno. Vada caro Ministro in giro per l'Italia, entri nelle scuole e osservi i bambini e i ragazzi e chi lavora con loro e per loro. Poi mi contatti e mi dica se riesce ancora a guardarsi allo specchio senza vergognarsi.
Ivana e Luca e tutti quelli che come loro chiedono di poter vivere e di poterlo fare in maniera dignitosa hanno tutta la nostra solidarietà e qualora ne avessero bisogno il nostro concreto appoggio.

giovedì 13 settembre 2007

Lost Highway


Desolazione, segnaletica contrastante o posta immediatamente dopo gli svincoli, statali lunghe oltre 40 Km senza uno svincolo, nemmeno per invertire il senso di marcia, illuminazione stradale assente, margini dissestati, buche grandi come siti archeologici, scarsi o nulli controlli della polizia stradale se non nei pressi dei capoluoghi di provincia, cantieri aperti che sembrano non dover avere mai un termine di consegna, deviazioni, tratte autostradali lunghe appena qualche chilometro che si trasformano in statali o provinciali ad una corsia per senso di marcia.
Questa è la rete viaria sicialiana! Lo sa bene qualsiasi siciliano e qualsiasi siciliana percorra quotidianamente le strade della nostra isola. Basta avventurarsi in una provincia poco conosciuta per rischiare di perdersi per ore nel nulla, di distruggere un'automobile se non addirittura di perdere la vita. La situazione è davvero pietosa! Si chiedono da anni a gran voce fondi per le cosiddette "Grandi Opere", come il ponte sullo Stretto o l'aeroporto, di prossima apertura, di Comiso (RG) ma...
Ma a cosa serve costruire un ponte o incrementare il traffico aereo per attirare flussi economici (siano essi di natura commerciale, turistica o quant'altro) quando poi usciti fuori dal terminal o messi gli pneumatici giù dal ponte ti ritrovi davanti strade da secondo o terzo mondo? Non considerando poi che uno Stato con un alto deficit come il nostro dovrebbe investire sulla produttività e la creatività del suo popolo e tentare di risanare le proprie casse prima di gettare soldi che non possiede in opere che hanno sì un'utilità ma che non sono di prioritaria importanza.
E' di oggi la notizia, data dal sindaco Digiacomo e apparsa su LaSicilia.it, che l'aeroporto di Comiso verrà inaugurato il 30 Aprile 2008. Sono stato a Comiso pochi giorni fa per un viaggio di piacere che si è trasformato in un incubo di quattro ore! Quattro ore dentro l'abitacolo di un'automobile e tutto per aver sbagliato uno svincolo. Come si legge sul sito della Regione Sicilia " l'aeroporto di Comiso, che è il sesto in Sicilia dopo quelli di Palermo, Catania, Trapani e delle isole di Pantelleria e Lampedusa, si prevede verrà utilizzato da oltre 500 mila passeggeri all'anno e, grazie alla sua struttura ad elevata tecnologia per il carico e lo scarico delle merci, avrà una funzione importante per tutta l'area servita consentendo di abbattere notevolmente i tempi di trasferimento dei prodotti locali verso i mercati nazionali ed esteri, permettendo anche una riduzione del traffico stradale. Inoltre l'aeroporto entrerà in sinergia con quello di Catania permettendo un decongestionamento del suo traffico, offrendo spazio ai charter delle compagnie a basso costo e costituendo una valida alternativa in caso di temporanea chiusura dello scalo etneo per cause naturali ".
Follie!
Ci sono talmente tante incongruenze, talmente tante assurdità che non so da dove cominciare. Procediamo per gradi, seguendo quanto brillantemente esposto dai redattori delle news del sito della Regione. Si sentiva il bisogno di un SESTO aeroporto in Sicilia? Non si potevano spendere diversamente i 47.407.976,73 di euro stanziati per la costruzione dell'aeroporto? Ad esempio per migliorare la pietosa rete viaria della Sicilia sud-orientale e potenziare gli aeroporti già esistenti. Come si fa a parlare di un abbattimento dei tempi del trasferimento dei prodotti locali e di riduzione del traffico? Mi vengono i brividi se penso alle colonne di tir che invaderanno le strade, inidonee a tale scopo, del ragusano.
Il sindaco Digiacomo ha ragione quando asserisce che la Sicilia sud-orientale paga lo scotto di collegamenti precari e obsoleti, che non permettono alle provincie di Siracusa, Ragusa ed Agrigento di rendere produttivi i numerosi siti di interesse turistico ivi collocati e che frenano lo sviluppo economico della zona, ma l'aeroporto era la soluzione migliore? A cosa vale dirottare i flussi delle persone e delle merci verso una zona che è inidonea ad accoglierli? Prima sarebbe stato il caso di intervenire sulla rete viaria, su quella ferroviaria! Vogliamo parlare un attimo dello stato deplorevole in cui versa la rete ferroviaria regionale? Treni vecchi e fatiscenti che i turisti evitano temendo di contrarre malattie da terzo mondo e che i siciliani evitano non appena possono (avete mai preso un treno regionale in Toscana? Lì i turisti e gli indigeni possono godere di carrozze ultramoderne che indicano temperatura, tempi di percorrenza, eventuali ritardi...).
Quando si costruisce qualcosa, qualsiasi cosa, occorre partire dal basso. Non si può costruire un tetto senza aver posto prima le fondamenta ed aver tirato su le pareti ed i solai! Dove sono i servizi? Quando si progetta un'opera come questa occorre finanziare in concomitanza tutta la rete dei servizi necessari. Cosa si sta facendo in questo senso? Si sta investendo sull'iniziativa locale? Ancora una volta si corre il rischio di costruire una cattedrale nel deserto.
Due considerazioni prima di concludere.
E' encomiabile che un sito destinato sin dal ventennio fascista ad essere base militare e che nel periodo della Guerra Fredda, in quanto base NATO, ha ospitato112 missili Cruise a testata nucleare venga ridestinato ad usi civili.
E' vergognoso, VERGOGNOSO che per ottenere gli aiuti ed i fondi necessari alla realizzazione dell'aeroporto il sindaco Giuseppe Digiacomo sia ricorso, come dallo stesso candidamente ammesso, ad uno sporco ricatto sulla pelle di un popolo martoriato dalla guerra e dalla persecuzione etnica! Lui stesso racconta di come allorquando ricevette la telefonata dell'allora premier D'Alema che gli chiedeva di accogliere a Comiso (siamo nel 1999) 10 mila profughi kosovari, si sentì in diritto di ottenere un tornaconto per la comunità che rappresentava, e che tutt'ora rappresenta, che a suo dire metteva a rischio. Quindi in cambio "del grande cuore del meridione che apre le braccia a un popolo disperato", chiese "una mano" per la realizzazione dell'opera.
Si vergogni Digiacomo. Lei non sa cosa sia l'umanità!


domenica 9 settembre 2007

300 Mila!


Serse: "Non ci sarà alcuna gloria nel tuo sacrificio, presto cancellerò persino il ricordo di Sparta dagli annali! ogni pergamena scritta dai greci verrà bruciata! a ogni storico greco e a ogni scriba verranno cavati gli occhi e la loro lingua mozzata! Chiunque evocherà il solo nome di Sparta o di Leonida sarà punibile con la morte!! Il mondo non saprà mai che siete esistiti Leonida!"
Re Leonida: "Il mondo saprà che degli uomini liberi si sono opposti ad un tiranno, che pochi si sono opposti a molti, e prima che questa battaglia sia finita, che persino un Dio re può sanguinare."


(
dal Film 300 )

300.000 firme in una sola giornata! 300.000 italiani e italiane in piazza a dar prova di vera democrazia! 300.000 tra ragazzi, ragazze, uomini, donne, madri, padri, figli, nipoti, nonni! 300.000 patrioti che hanno deciso di sostenere la lotta contro la sterile e logorante (per il nostro Paese!) partitocrazia! 300.000 nonostante tutto! Nonostante il silenzio mediatico, nonostante l'ostracismo bipartizan della nostra (?) classe politica (???)!
Il Vaffanculo-Day è stato un successo! Non un successo di chi l'ha promosso, Beppe Grillo, a cui va comunque ascritto il merito di aver agitato le coscienze (e un grosso, grossissimo GRAZIE!!!) ma un successo nostro!
Di tutto il Popolo italiano.
Da ieri, 8 Settembre 2007, ho 300.000 motivi in più per sperare che qualcosa nell'immutabile ed immutato assetto politico italiano cambi. Certamente è ancora presto per confidare in un radicale mutamento dello status quo; i tempi non sono ancora maturi perché avvenga nel nostro Paese un significativo cambiamento in senso democratico. La partitocrazia parassitaria che succhia le nostre energie e calpesta le nostre speranze non cadrà al soffio delle nostre iniziative e del nostro palese malcontento.
Non ancora.
Dobbiamo percorrere parecchia strada, ma almeno abbiamo cominciato ad incamminarci verso la meta del nostro viaggio. La giornata di ieri porta in sé un peso e una valenza che vanno oltre il seppur importante risultato specifico che si voleva raggiungere, la raccolta delle 50.000 firme necessarie a dar forza alla legge di iniziativa popolare denominata "Parlamento Pulito". L'8 Settembre 2007 dovrà essere ricordato come l'inizio della Primavera Italiana. Il giorno in cui l'unione delle coscienze di tutti quegli italiani che hanno deciso di annullare il divario tra società civile e questa politica a-storica e altra da noi è germogliata nel deserto della speranza. Un germoglio che nasce robusto, ma che per sopravvivere in questo clima sterile e avverso avrà bisogno di molte cure. Un germoglio che dovrà puntare a crescere, maturare e fiorire ma che dovrà farlo tenendo puntati gli occhi e la testa verso le proprie radici, che dovranno rimanere fortemente ancorate al terreno dal quale è sorto e che da esso dovrà continuamente attingere. L'importanza della manifestazione risiede nella sua a-partiticità, nel suo essere trasversale rispetto alle classiche collocazioni destra-sinistra tipiche della partitocrazia moderna. Abbiamo lanciato un segnale forte! La voglia di rendere il nostro Paese un posto migliore non dovrebbe avere colore, e abbiamo cominciato a dimostrarlo. Adesso dobbiamo continuare con forza, o meglio con la forza delle nostre richieste, a trasformare la Loro politica nella NOSTRA!

Abbiamo dimostrato ieri di avere i numeri necessari per farlo. Siamo ancora pochi ma possiamo fare molto. Potremmo cominciare in 300.000 ad esporre ciascuno le nostre intenzioni a 10 persone diverse. Saremmo già 3.000.000! E continuare così ad oltranza. Ci vorrà tempo per risvegliare tutti dagli effetti dell'inganno di cui siamo vittima, ma sarà il modo migliore in cui avremo mai utilizzato il tempo negli ultimi secoli.
Non lasciamoci oscurare!

Non permettiamo a nessuno, né ai politici né ai media, di scaraventarci nel silenzio dal quale siamo venuti.
Non abbattiamoci!
Anche se la legge "Parlamento pulito" non dovesse vedere la luce, cosa molto probabile, non demordiamo. La vera forza del movimento vaffanculista risiede nel suo stesso essere. Creiamo un'agenda dei nostri bisogni e riempiamo di contenuti e proposte il nostro agire.
Non fermiamoci!
Ogni risultato raggiunto dovrà essere una meta e al contempo un punto dal quale ripartire.
Come Grillo, abbiamo bisogno che gli intellettuali escano allo scoperto e ravvivino il fuoco che arde nel popolo. Non invoco l'aiuto di quella cosiddetta élite intellettuale, troppo invischiata ormai col potere dominante, anch'essa corrotta e serva. Richiamo piuttosto al proprio dovere tutti coloro dotati di un pensiero libero e critico, a cui interessa il bene della nostra Nazione tutta, senza distinzioni di appartenenza alcuna, sia essa politica o sociale. Uno ha chiamato, abbiamo risposto in 300.000! Abbiamo dimostrato di voler e saper rispondere ai richiami quando i motivi sono validi.
Chiamateci ancora!!!
Saremo ben lieti di rispondervi(-ci) e sostenervi(-ci) a patto che tutto sia fatto per il bene comune e senza l'ombra di bandiere ormai obsolete.
Vogliamo occuparci di casa nostra, vogliamo quantomeno che chi dovrebbe rappresentarci si occupi dei bisogni che NOI esprimiamo. Nessuno, né la Chiesa di Roma né Confindustria né altri gruppi di interesse devono aver voce nello stabilire i punti della NOSTRA(!!!) agenda politica.
L'articolo 1 della NOSTRA Costituzione non li cita e anzi recita: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". E al comma 2 dell'articolo 3 si puntualizza che: "
E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Una seria revisione Costituzionale dovrebbe a mio avviso anzitutto sostituire i termini lavoro e lavoratore (di chiara, obsoleta matrice pseudocomunista-marxista) con la parola popolo. L'Italia non è dei lavoratori italiani ma degli italiani tutti! Non solo. L'articolo tre andrebbe modificato anche in un altro senso. Non dovrebbe essere compito di una alquanto indefinita ed indefinibile, sul piano sostanziale, Repubblica quello di rimuovere gli ostacoli ad una piena partecipazione del cittadino (e non del lavoratore!) all'organizzazione economico-politico-sociale del Paese. In questo modo le responsabilità di una sua non osservanza rimangono inattribuibili. Occorrerebbe sostituire alla parola-simbolo Repubblica la parola-simbolo Organizzazione Politica Istituzionale, in modo da poter stabilire di volta in volta i responsabili della ingiusta sperequazione economica-politica-sociale in cui viviamo e mandarli a casa!
I padri della nostra malaticcia Repubblica ci hanno fornito degli strumenti, seppur divenuti modesti oggi a causa dei rapidi mutamenti che la nostra organizzazione sociale ci impone, atti a far sentire la nostra voce e ad esprimere i nostri bisogni. Usiamoli così come abbiamo cominciato a fare!
Il V-Day, caro il nostro dipendente PiF Casini non è "la più grande delle mistificazioni", non è una manifestazione "di cui dovremmo tutti vergognarci".
Siete voi che dovreste vergognarvi!!!
Ve lo abbiamo urlato in 300.000 da 225 piazze italiane e da altre 30 sparse per i cinque continenti. Non vi basta? E poi perché ogni volta che tentiamo di esprimere una critica o un bisogno, voi politici e voi giornalisti ci accusate di populismo e di derive qualunquiste? Lo avete fatto a Palermo, lo avete fatto a Bagnaia e continuate imperterriti! Attenti, perché con quello che voi tacciate come populismo qualche secolo fa in Francia ci hanno costruito una rivoluzione, e sappiamo tutti com'è andata a finire. Noi siamo il Popolo e non dovete permettervi di insultare i NOSTRI bisogni! Noi non saremo violenti, continueremo ad essere pacati. La violenza non ci serve, non ci appartiene. Appartiene al vostro modo di fare, di ostacolare, di zittire.
Noi siamo il Popolo e l'Italia è nostra!

P.s. Si può ancora votare presso tutti gli uffici comunali per un mese!