Il ruolo delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale ha subito una profonda evoluzione nel corso del decennio successivo alla fine della guerra fredda, in seguito al cambiamento di una serie di fattori legati alla politica estera delle maggiori potenze. Durante la guerra fredda il Consiglio di Sicurezza è stato spesso teatro di duri confronti ideologici tra le due superpotenze, americana e russa, che non hanno esitato ad usare lo strumento del veto per impedire la creazione di operazioni in zone ritenute strategiche o particolarmente rilevanti nell’ambito dello scontro geopolitico. Le operazioni di peacekeeping sono lo strumento che più ha beneficiato dei cambiamenti della situazione internazionale, essendo aumentati sia il numero delle missioni istituite che il loro ruolo strategico. Le operazioni di peacekeeping tradizionali sono caratterizzate da alcuni elementi, rimasti sostanzialmente invariati nel tempo, quali l’istituzione da parte del Consiglio di Sicurezza, il ruolo del Segretario Generale nel reperimento delle forze da impiegare e nel coordinamento, il fine pacifico dell’operazione e il consenso dello stato nel cui territorio devono operare le forze delle Nazioni Unite. L’istituzione delle operazioni da parte del Consiglio avviene sempre mediante l’approvazione di una risoluzione nella quale vengono indicati, in maniera più o meno dettagliata i compiti che la missione è chiamata a svolgere. In alcuni casi le divisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza hanno determinato la messa a punto di mandati estremamente ridotti, fondati su un accordo, che riducono l’efficacia delle operazioni. A ciò va aggiunta, in alcuni casi, l’impossibilità per il Consiglio di modificare il mandato in un secondo momento per rispondere ai cambiamenti avvenuti sul campo e per dotare le operazioni di strumenti più flessibili per la risoluzione dei problemi, dovuta all’opposizione di uno o più membri permanenti. Stabilito il contenuto e la durata del mandato, interviene il Segretario Generale al quale spetta il compito di concludere accordi con gli stati membri delle Nazioni Unite relativi alle forze che dovranno prendere parte alle operazioni.
Dal punto di vista operativo le forze partecipanti alle operazioni di peacekeeping possono ricorrere all’uso della forza solo per legittima difesa, ovvero per tutelare l’incolumità personale dei partecipanti alla missione o impedire che azioni violente siano d’ostacolo all’adempimento del mandato. Va segnalato che le capacità di reazione delle forze di peacekeeping sono state limitate sia dall’inadeguatezza delle armi a disposizione che dall’impossibilità per i comandanti militari di prendere decisioni operative in maniera tempestiva ed efficace. Dal punto di vista storico il concetto di legittima difesa delle prime operazioni era strettamente limitato alla risposta ad attacchi armati rivolti contro le forze internazionali e solo in seguito si è affermata le legittimità di azioni prese in difesa del mandato della missione. Nel caso in cui l’azione armata delle forze internazionali ecceda i limiti dell’autodifesa non si parla più di peacekeeping, ma di peace-enforcement, per sottolineare il ruolo "attivo" finalizzato al ristabilimento della pace. L’evoluzione determinata dalla fine della guerra fredda, a cui si accennava in precedenza, ha condotto ad un ampliamento delle funzioni delle missioni di pace tale da rendere insufficiente il modello di peacekeeping tradizionale. Le operazioni della nuova generazione sono state definite multifunzionali e sono stati sviluppati concetti quali peace making e peace building, più adatti a descrivere le funzioni attribuite alle missioni di pace. La suddivisione delle operazioni in tre generazioni, operata dalla dottrina, fa rientrare le operazioni tradizionali nella prima generazione, quelle multifunzionali nella seconda e quelle che hanno previsto un ricorso all’uso della forza oltre il limite della legittima difesa nella terza.
Una delle prime caratteristiche che emerge dall’analisi delle operazioni multifunzionali è il ruolo determinante che in esse viene svolto dalle forze di polizia civile. Questo genere di intervento di forze di polizia internazionali è di carattere transitorio, limitato cioè al periodo di tempo necessario per la ricostituzione di autorità nazionali legittime e ha sollevato alcune questioni relative alla sovranità dello stato e alla giurisdizione domestica. L’intervento della comunità internazionale in un settore così strettamente legato al concetto di sovranità, qual è il mantenimento dell’ordine pubblico, è stato giustificato dalla crescente esigenza di tutelare in maniera più efficace i diritti delle popolazioni coinvolte nei conflitti, minacciate da pericolose situazioni di anarchia. Legata al tema della polizia civile vi è la questione della separazione sempre più frequente nelle operazioni multifunzionali tra forze militari appartenenti ai paesi membri di un’organizzazione regionali e la componente civile. Oltre che in funzioni amministrative le componenti civili delle operazioni di pace sono state sempre più coinvolte in altri settori quali il monitoraggio elettorale, il sostegno allo sviluppo della democrazia, l’assistenza umanitaria, la ricostruzione economica, il monitoraggio e la protezione dei diritti umani.
E' possibile individuare alcuni fattori che hanno reso le operazioni di pace più rischiose rispetto al passato. Gli interventi sono stati a volte imposti alle parti di un conflitto prima della fine degli scontri militari come risultato della pressione internazionale e ciò ha indebolito il sostegno alla presenza delle forze di pace. Il furto di aiuti umanitari, insieme con i traffici illeciti di stupefacenti, pietre preziose e altri beni di valore, rappresenta una delle fonti di finanziamento per i gruppi coinvolti in conflitti locali e le missioni internazionali sono state impegnate in azioni di forza per arginare tali fenomeni che destabilizzano l’ambiente in cui la missione stessa si trova ad operare. Infine vanno considerate altre variabili in grado di condizionare il successo dell’attuazione degli accordi di pace, ovvero le cause del conflitto, il numero delle parti in lotta e delle vittime e l’entità delle distruzioni provocate dalla guerra. Le guerre determinate da fattori etnici e religiosi rendono più difficili i negoziati di pace, rispetto a quelle motivate da obiettivi economici o politici e, come è facilmente intuibile, più elevato è il numero di parti coinvolte in un conflitto e i danni da esso causati, più la riconciliazione richiede tempo e maggiori sforzi da parte delle presenze internazionali. Accade però che all'interno del Consiglio di Sicurezza vi siano Paesi, in particolare alcuni di quelli aderenti alla NATO, che spinti dall'atteggiamento tenuto dalle amministrazioni USA chiedano di mantenere il controllo delle missioni di peace keeping sotto il comando NATO, delegando all'ONU il controllo della componente civile delle operazioni multifunzionali. In tal modo i comandi militari operanti nelle situazioni di crisi internazionali ottengono una maggiore libertà d'azione di quella di cui disporrebbero sotto il controllo dell'ONU, trasformando le missioni di peace keeping in vere e proprie guerre. E' accaduto nel 1991 in Iraq, con la guerra del Golfo, è accaduto tra il 1994 e il 2000 nei Balcani e continua ad accadere oggi in Afghanistan.
Al di là delle mie considerazioni personali circa la necessità, finita la guerra fredda, o meno di tenere ancora in piedi il Patto Atlantico e la NATO piuttosto che rafforzare il campo d'influenza ed i poteri dell'ONU così da istituire un vero governo mondiale, ciò che credo sia importante mettere in evidenza è il fatto che la realtà storica ci sbatte con violenza in faccia le nostre responsabilità. Gli interventi nelle crisi internazionali degli ultimi decenni, volendo considerare quelli non predisposti dall'ONU, si sono in realtà risolti in guerre d'interessi. E nel corso di queste guerre chi ufficialmente avrebbe dovuto portare la pace si è invece macchiato di crimini contro l'umanità, il più grave dei quali ritengo sia l'uso di armi ad uranio impoverito.
La vicenda dell'uranio impoverito è nota ai più grazie alle testimonianze dei nostri militari impegnati nelle missioni all'estero. Molti ragazzi partiti in missione per credo ideologico, o per necessità economiche, o in vista di un avanzamento di grado sono rientrati in patria contaminati dall'uso, da parte degli eserciti impegnati nelle missioni di peace keeping, dell'uranio impoverito. Nel corso di un'audizione davanti alla commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito del Senato, tenutasi all'inizio di questo mese, il ministro della Difesa Arturo Parisi ha spiegato che, secondo i dati della Direzione di sanità militare, tra i militari impegnati in Iraq, in Afghanistan, nei Balcani ed in Libano tra il 1996 ed il 2006 solo 225 hanno contratto malattie tumorali e di questi 37 sono morti. Il ministro asserisce che il nostro esercito non ha mai fatto uso di armi all'uranio impoverito e che inoltre non risulta ai nostri comandi militari che nelle zone in cui i nostri militari sono stati impegnati siano state utilizzate da altri simili armi <<[...] a meno di dichiarazioni mendaci degli utilizzatori stranieri, che non voglio neppure ipotizzare>>, puntualizza il buon Parisi. Ma...L'Osservatorio militare, un'associazione che assiste gli appartenenti alle forze armate e le loro famiglie e che in questi anni si è battuta con forza per non far cadere nel silenzio il caso uranio impoverito, replica che secondo gli stessi dati ufficiali della Difesa i malati di cancro nello stesso periodo siano non 225 bensì 2.500 e che i morti non sarebbero 37 ma almeno 150. Migliaia di soldati, uomini e donne, partiti per portare la pace in regioni devastate dai conflitti sono rientrati in Patria chi dentro i bara, i più fortunati, chi con la vita rovinata per sempre. E i responsabili di questo crimine sono i nostri stessi alleati! La situazione è esplosa a livello mondiale, in quanto ciò che è accaduto ai nostri militari è successo anche ai soldati di tutti gli eserciti delle nazioni impegnate nelle missioni.
Questo è solo un aspetto del problema, quello che da un punto di vista morale ed etico è di minore rilevanza. Ovviamente la solidarietà e l'appoggio a chi subisce le conseguenze della contaminazione da uranio impoverito per aver indossato una divisa ed essere partito fucile in spalla è incondizionata, senza se e senza ma. Parliamo di uomini e donne, ragazzi e ragazze, padri, madri, fratelli, sorelle e delle loro famiglie che vivono quotidianamente l'incubo delle malattie tumorali. Questo però non deve farci dimenticare che un militare che va in guerra (perché le missioni di pace si svolgono su territori martoriati dalla guerra) conosce i rischi cui va incontro e li accetta. Ciò non equivale a liquidare l'accaduto con un "te la sei cercata", ma è indispensabile per giungere al vero nocciolo del problema, a quel crimine contro l'umanità che coincide con la contaminazione della popolazione civile e del territorio in cui queste armi vengono utilizzate.
I soldati di qualunque nazionalità, sia quelli che hanno subito la contaminazione da uranio impoverito che quelli che ne sono usciti immuni, erano stranieri in terra straniera, rimanevano nelle zone contaminate per pochi mesi e poi tornavano a casa e per di più godevano di coperture sanitarie adeguate o comunque non paragonabili a quelle per lo più inesistenti di cui invece potevano usufruire le popolazioni locali. I nostri militari e loro famiglie devono essere rimborsati del danno subito e sostenuti nel loro quotidiano da chi ne ha causato la contaminazione.
Ma chi risarcirà e sosterrà le popolazioni autoctone contaminate e le future generazioni?
I principali indiziati di un simile orrendo crimine sono le amministrazioni degli Stati Uniti d'America. E a porli sul bando degli accusati sono alcuni dei loro stessi dipendenti, tra i quali il prof. Major Doug Rocke.
Ufficiale medico e specialista di fisica nucleare dell'esercito US, Rocke ha preso parte alla guerra del Golfo del 1991 col compito di ripulire Arabia Saudita e Kuwait dall'uranio impoverito. Dal marzo al giugno 1991 ha stilato un elenco di armamenti e attrezzature contaminate sul campo di battaglia, rispedito parte di esse negli USA e diretto l’interramento di altre ancora nel deserto dell’Arabia Saudita. È stato il capo del progetto sull’uranio impoverito al Pentagono tra l’Agosto 1994 e il Novembre 1995.
Le munizioni all’uranio uccidono e distruggono tutto quello con cui vengono a contatto. Tornando alla guerra del Golfo e anche prima, il Pentagono ha deciso di utilizzare degli armamenti che sono assolutamente efficaci in battaglia. Alla fine della guerra del Golfo, quando gli fu assegnato il compito specifico di ripulire il casino fatto dall’uranio, il prof. Rocke ricevette una nota scritta da un colonnello dei laboratori nazionali di Los Alamos in New Mexico. In questa nota era scritto: “ Nonostante sappiamo che ci siano degli effetti sulla salute e l’ambiente, deve fare in modo che noi possiamo sempre usare munizioni all’uranio in battaglia, perché sono molto efficaci. Quindi deve mentire sugli effetti che l’uso dell’uranio ha sulla salute e sull’ambiente”.
Il motivo per cui si chiede di mentire è di evitare ogni responsabilità per l’uso deliberato di munizioni all’uranio in Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, nei Balcani e nelle varie basi degli Stati Uniti. Di nuovo, lo scopo della guerra è uccidere e distruggere. Le munizioni all’uranio sono assolutamente distruttive. Ma cosa è accaduto agli abitanti di Kuwait, Iraq e Arabia Saudita a causa della dispersione di 400 tonnellate di polvere di uranio? Gli effetti riscontrati in donne, bambini ed altri abitanti della regione sono dovuti almeno in parte alla contaminazione da uranio che vi è stata lasciata. Rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, scienziati e personalità indipendenti di tutto il mondo si sono recati in zona, hanno verificato il livello di contaminazione e constatato che essa non era stata rimossa come previsto dalle direttive del Dipartimento della Difesa. Il Professor Harry Shalimer, uno dei maggiori esperti mondiali sull'argomento, ha detto che almeno 100.000 abitanti di Bassora sono stati colpiti dal cancro a partire dal 1991. Secondo il professor Rocke << l’uso delle munizioni all’uranio durante la guerra è un crimine contro Dio, un crimine contro l’umanità, e dovrebbe essere considerato crimine di guerra. Non si possono prendere delle scorie radioattive di uranio, gettarle nel cortile di qualcuno, rifiutarsi di prestare le cure mediche e di completare la bonifica ambientale necessaria per non mettere a repentaglio la salute e la sicurezza dei cittadini del mondo >>. Le Nazioni Unite hanno deciso il 10 settembre 2001 che le munizioni all’uranio vanno considerate armi di distruzione di massa. Il Parlamento Europeo ha proclamato che le munizioni all’uranio dovrebbero essere vietate in tutto il mondo. L’uso che gli USA fanno dell’uranio impoverito non si limita alla distruzione totale degli obiettivi, ma si estende dunque alla distruzione dell’ambiente e della vita in generale nelle regioni colpite. In queste regioni l’uomo non potrà abitare per milioni di anni. Il problema fondamentale consiste nel determinare come effettuare la bonifica. Per ogni singolo veicolo colpito da una munizione all’uranio occorre prendere l'intero veicolo e rimuoverlo fisicamente. Poi una ruspa deve scavare 10 cm di terreno per almeno 100 metri e rimuovere il tutto per rendere l’area di nuovo sicura, e questo per ogni singolo veicolo. La contaminazione rimarrà nella zona, a meno che non venga fisicamente e completamente rimossa, per 4,5 miliardi di anni e oltre. Uno dei problemi fondamentali è che il Dipartimento della Difesa USA non ha identificato tutte le zone dove sono state usate munizioni all’uranio.
Le malattie sviluppatesi nel sud dell’Iraq e le deformità dei neonati porteranno ulteriori complicazioni per le generazioni future. Quando degli individui vengono esposti all’uranio i cambiamenti nell’RNA e nel DNA, i cambiamenti genetici che avvengono, sono la causa di questi effetti sui neonati.
Il problema non riguarda solo l'Iraq. Degli studi hanno concluso che, dalle aree contaminate dei Balcani, la polvere di uranio ha viaggiato più di 1000 km e ha raggiunto svariate capitali europee. Ricordate come ebbe inizio l'attuale guerra in Iraq, all'indomani dell'attentato alle Twin Towers dell'11 Settembre 2001? Una relazione degli osservatori statunitensi in Iraq, poi dimostratasi del tutto falsa, confermava la presenza nel territorio iracheno di armi chimiche e biologiche di distruzione di massa. Fu per prevenire e debellare questa possibile minaccia che venne deciso l'intervento militare in Iraq. E per impedire appunto che le nostre democrazie potessero essere minacciate da un attacco chimico si è deciso di contaminare il territorio "nemico" e la sua popolazione con l'uranio impoverito, di cui i maggiori produttori mondiali sono Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Quando verranno attribuite le responsabilità ai veri criminali? La Storia prima o poi pretenderà una risposta.







1 commenti:
La situazione è raccapricciante. E' incredibile soprattutto l'indifferenza, verso ciò che ormai da metà degli anni '90 bussa alle porte di tutti, richiamando anche a temi che senza dubbio sottendono lo stesso problema dell'uranio impoverito. Il problema dell'egemonia mondiale latente di quei "colossi" che ormai per tacito -e forse neanche tanto- accordo coesistono per omertosa e ipocrita inerzia. E' ancora guerra fredda, è ancora corsa agli armamenti. Solo che questi armamenti non servono più per contrastare quel fantomatico attacco da parte dei comuntisti -se vogliamo guardare dalla parte degli USA-, ma quell'altrettanto fantomatico e astratto attacco al portafogli da parte del resto del mondo. Come è sempre stato: alla fondazione dell'ONU furono gli stati uniti il maggior contribuente e, di conseguenza, costituirono sin da subito la parte "autorizzante" ogni operazione paramilitare; e manco a dirlo, quest'adesione alle nazioni unite, costituì un semplice investimento dove il contributo -o forse sarebbe meglio chiamarlo capitale- economico è sempre stato messo a disposizione in vista di un potenziale guadagno superiore. Il problema di fondo è l'egemonia e l'unico modo per contrastarlo è la non-indiffereza, l'attivismo, la lotta (nel senso più ampio del termine) contro quest'oligarchia coercitiva.
-LoOkA-
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