mercoledì 3 ottobre 2007

Libera Chiesa in libero Stato

Dalla morte, avvenuta nell'Aprile del 2005, di Karol Wojtyla e dal successivo insediamento sul trono di Pietro da parte di Joseph Ratzinger, le ingerenze della Conferenza Episcopale Italiana, la famigerata CEI, e dello stesso Papa Benedetto XVI nella vita pubblica italiana e sull'agenda politico-sociale del nostro Paese hanno raggiunto livelli preoccupanti per uno Stato laico. Succede così, per reazione, che da più parti sorga un disagio prima inavvertito nei confronti dei rapporti tra Stato e Chiesa. Da un punto di vista politico, sociale, teologico ed economico. Il dibattito, prima limitato e ristretto agli ambiti accademici e/o ecumenici, si allarga sino ad investire la società civile. Ci si interroga su taluni aspetti che magari prima, grazie soprattutto al carisma ed alla straordinaria testimonianza di vita di Papa Giovanni Paolo II, non venivano neppure presi in considerazione o che comunque venivano tralasciati. L'italiano medio realizza (solo!) oggi che la Chiesa rappresenta una delle più potenti lobby operanti nel nostro Paese e nel mondo intero. Non ne discute tanto la dottrina; piuttosto comincia ad interrogarsi e ad analizzare i giochi di Potere messi in atto dalle istituzioni ecclesiali.
I rapporti tra lo Stato italiano e la Santa Sede sono regolati da due accordi: i Patti lateranensi e l'accordo di villa Madama. I Patti lateranensi, sottoscritti nel Febbraio 1929 dal cardinale Segretario di Stato Pietro Gasparri e da Benito Mussolini, furono uno strumento politico di legittimazione dello Stato fascista fortemente voluto da Mussolini stesso nel tentativo di ottenere il sostegno della Chiesa; operazione perfettamente riuscita, tanto che Pio XI definì il duce "l'uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare". Quella del 1929 rappresenta l'ennesima occasione persa da parte della Chiesa che, piuttosto che osteggiare il regime fascista e stare vicina al popolo, decise di approfittare dell'opportunità offertale dal regime per risolvere la Questione romana. Dall'Unità d'Italia infatti i rapporti tra il nascente Regno e la Santa Sede erano rimasti molto freddi, dal momento che la Chiesa aveva mal digerito l'annessione al Regno d'Italia dei suoi territori. Il laicismo dei governi che si succedettero, che derivava in larga misura dal divieto posto da Pio IX prima e dal famoso non expedit pronunciato da Leone XIII che invitava i cattolici a non partecipare alla vita politica della Nazione, non aiutò a distendere i rapporti tra le parti. Solo nel momento in cui gli interessi del regime fascista e della Chiesa di Roma collisero si giunse ad una soluzione. I Patti constano essenzialmente di due strumenti diplomatici: un trattato, che riconosce l'indipendenza e la sovranità della Santa Sede, crea lo Stato della Città del Vaticano e a cui è allegata una convenzione finanziaria per risarcire la Chiesa delle perdite subite in conseguenza della fine del proprio potere temporale; un concordato, che definisce le relazioni tra la Chiesa ed il Governo. Sostanzialmente Mussolini ottenne il riconoscimento e l'appoggio del Vaticano mentre la Santa Sede, spogliata ormai dei propri averi, barattava la propria missione in cambio di cospicui finanziamenti diretti ed indiretti.
A metà degli anni '80 si sentì il bisogno da parte di entrambe le istituzioni di rivedere parte dei Patti, in particolare il concordato. Si giunse così agli accordi di villa Madama, stipulati dall'allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli, che accrebbero i privilegi di cui già la Chiesa godeva e che vennero ratificati dalla Legge 121/85. Le ragioni che spinsero Craxi alla revisione del concordato non si discostano di molto da quelle che avevano guidato Mussolini. Anche l'esiliato di Hammamet infatti necessitava di un riconoscimento forte da parte della Santa Sede, essendo il capo di un esecutivo socialista in un Paese in cui la vita politica era da oltre quarant'anni dominata dalla Democrazia Cristiana.
Due errori politici quelli del 1929 e del 1985. Da una parte infatti hanno ricondotto la Chiesa verso la strada dell'avidità e del potere temporale, facendo affluire nelle casse vaticane ingenti quantità di denaro. Dall'altra hanno piegato le ragioni di Stato ai sordidi interessi di due uomini che hanno violentato la nostra Italia, lasciandocela poi sanguinante e moribonda tra le braccia.
Con un atto di coraggio, l'Assemblea Costituente eletta all'indomani della caduta del regime fascista e del referendum che sancì la vittoria della forma repubblicana su quella monarchica, avrebbe potuto dichiarare nulli i Patti e riaffermare con forza la laicità dello Stato. Tanto più che la libertà di culto venne garantita in tutte le sue forme all'interno del testo costituzionale.
Ma la vera svolta per il Vaticano è rappresentata più dalla revisione del concordato del 1985.
<< Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati >> ricorda Camillo Ruini. Le casse della Santa Seda erano vuote in conseguenza del sostegno assicurato al Solidarnosc e dello scandalo del crack del Banco Ambrosiano. Come se non bastasse la Chiesa si sente isolata nel panorama italiano, dominato dall'onda lunga della falsa illusione di benessere derivata dal finto boom economico degli anni '70. A distanza di un ventennio, sotto la guida sapiente di Monsignor Ruini, la situazione è totalmente capovolta. Le casse della Santa Sede non sono state mai più ricche e l'influenza della Chiesa si avverte tanto nell'agenda politica del Paese quanto in quella mediatica. La cura Ruini sembra aver funzionato, soprattutto grazie al continuo flusso di denaro che a partire dal 1990 si riversa nelle casse vaticane grazie al prelievo diretto sull'IRPEF, l'ormai famoso "otto per mille", studiato dall'allora fiscalista di sinistra nonché consulente del governo Craxi, Giulio Tremonti. Grazie al sistema delle donazioni non espresse, la Chiesa si assicura non solo quel 35% dell'otto per mille espressamente donatole dai contribuenti, ma giunge ad accaparrarsi quasi il 90% del totale delle donazioni, in quanto l'otto per mille di quel 60% dei contribuenti che lascia in bianco la voce donazioni, viene redistribuito su base percentuale in relazione alle donazioni espresse.
Volendo ragionare in soldoni parliamo di cifre faraoniche, precisamente di un miliardo di euro! A questi vanno aggiunti i 650 milioni di euro necessari a pagare gli stipendi dei 22 mila insegnanti di religione e altri 700 milioni di euro versati dallo Stato e dagli enti locali per le convenzioni su scuola e sanità, oltre ai finanziamenti dei Grandi Eventi (3500 miliardi di lire per il Giubileo, 2,5 milioni di euro per il raduno di Loreto) che in media costano alle casse dello Stato 250 milioni di euro all'anno. Sin qui 2 miliardi 600 milioni di euro l'anno! Di soli contributi diretti. Se a questi sommiamo il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, più precisamente i 400/700 milioni di euro l'anno di mancato incasso dell'Ici, i 500 milioni di euro di esenzioni da Irap, Ires e altre imposte e i 600 milioni di euro elusi legalmente al fisco derivanti dal flusso del turismo cattolico (quaranta milioni di visitatori e pellegrini!) giungiamo ad un totale imbarazzante.
4 miliardi di euro l'anno!
La Chiesa costa ogni anno a noi italiani 4 miliardi di euro, e nessuno praticamente lo sa! Per uno Stato in crisi come il nostro tale spesa rivela la sua insostenibilità. Si parla giustamente di abbattere i costi della politica, di tenere sotto controllo gli sprechi nelle pubbliche amministrazioni, ma nessuno osa mettere in dubbio il sistema di finanziamento pubblico all'istituzione di culto cattolica. Si sfrattano le moschee, le associazioni no profit, non si trovano i soldi per finanziare le opere pubbliche, si sottraggono fondi a scuola e sanità ma mai si pensa a tagliare i finanziamenti pubblici alla Chiesa di Roma.
Dobbiamo ringraziare Craxi e Tremonti se oggi la Chiesa di Roma (non il cattolicesimo!) è diventata fonte di tensione civile nel Paese. Sono stati loro ad accrescere a dismisura il potere della Cei. Tolte infatti le spese ordinarie, come gli stipendi dei parroci, è il presidente della Conferenza episcopale a gestire a suo insindacabile giudizio l'ingente quantità di denaro proveniente dall'otto per mille. Non solo! La gestione di quel denaro ha importanti risvolti anche a livello ecclesiale e teologico. Il fatto che sia la Cei, anzi il suo segretario coadiuvato da pochissimi fedelissimi, a gestire i fondi pone questo sparuto gruppo di ecclesiastici in una posizione di netto predominio, in quanto in pochi contesteranno le posizioni teologiche di una presidenza che elargisce i fondi necessari alla vita delle diocesi. Ne è prova l'elezione a Papa di Ratzinger, di cui Ruini è stato il grande elettore. Non a caso Ruini oggi è il vescovo vicario di Roma. Voi cattolici dovreste essere preoccupati, più di noi laici, dalla totale assenza di discussione e confronto all'interno della Chiesa, che sta portando si il Vaticano verso una posizione di dominio consolidata ma che al contempo sta causando un progressivo allontanamento dei fedeli dalla Chiesa. Affermava il vero trent'anni fa un teologo progressista quando diceva << La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare
il vero spirito del cristianesimo >>. Quel teologo altri non è se non Joseph Ratzinger.
Cominciamo ad essere meno ipocriti. Gli accordi bilaterali Stato-Chiesa sono anacronistici e non necessari. Le libertà di culto sono garantite dalla nostra Costituzione. Non scorgo il motivo in base al quale il cattolicesimo debba godere di privilegi non accordati alle altre religioni nel nostro Paese. Non vedo perché, ferma restando la libertà di ciascuno di poter disporre dei propri averi nella maniera che ritiene più opportuna, quel 60% di contribuenti che non dona espressamente il proprio otto per mille alla Chiesa debba vedere i propri soldi dirottati nelle casse della Cei. Non vedo perché le istituzioni ecclesiali debbano godere di sgravi fiscali che non sono concessi nemmeno ai meno abbienti di noi. In Italia, in base alle ultime stime ISTAT, ci sono oltre 7 milioni di poveri! Recuperando quei 4 miliardi l'anno ingiustamente concessi al Vaticano, qualcosina per loro si potrebbe fare. Perché non si esita un nanosecondo ad elargire fondi a profusione per il recupero di opere distrutte dai terremoti, come la Basilica di Assisi (di cui non metto in dubbio il valore artistico e culturale, nonché la valenza sacra o economica) mentre c'è gente che ha perso la propria casa a causa dello stesso terremoto che ancora è costretta a vivere nei container abbandonata dallo Stato, per non parlare dei terremotati dell'Irpinia che sono in questa condizione da 27 anni? La Chiesa stessa avrebbe potuto usare i propri fondi per sostenere i propri fedeli piuttosto che per rimettere in piedi quattro file di mattoni! O forse che l'arte e il sacro, che altro non sono se non concetti, sono più importanti della vita e della dignità umana?
Chiedere che le cose cambino a chi aborre la fame nel mondo e poi succhia la zuppa da un piatto del '700 finemente cesellato con un cucchiaio d'oro massiccio comodamente seduto sulla sua poltrona Luigi XIV è irrealistico. Chiedere che le cose cambino ai nostri rappresentanti politici lo è altrettanto. Cominciamo noi a cambiare le cose, nel nostro quotidiano. Ci sono tanti modi in cui se vogliamo possiamo sostenere la Chiesa. Anzitutto col volontariato.
Basta soldi. I soldi puzzano e corrompono. Anche se al dito porti l'anello papale.

1 commento:

Anonimo ha detto...

cominciamo noi a cambiare le cose,magari inviando una mail al papa... ^^