lunedì 8 ottobre 2007

Catania

Tra le perle che impreziosiscono le coste dello Ionio, Catania è sicuramente tra le più preziose!
Fondata originariamente dai siculi, nel 729 a.c. venne rifondata dai coloni greci che le diedero il nome di
Kατάvη, grattugia, a causa della particolare asperità del terreno, secondo quanto riferito da Plutarco. Passata successivamente in mano alla dominazione siracusana, venne conquistata dai romani nel 263 a.c. Alla caduta dell'impero romano, seguì le sorti della Sicilia, venendo conquista prima dagli ostrogoti, poi dagli arabi, dai normanni, dagli svevi e dagli angioini. Alla fine del 1200 passò in mano agli aragonesi, poi fu la volta dei piemontesi e dei Borboni, finché nel 1860 entrò a far parte del Regno d'Italia.
Il susseguirsi nel corso dei secoli delle diverse dominazioni, oltre ad arricchire il bagaglio culturale del popolo catanese, ha dotato la città di un patrimonio artistico incomparabile. Del periodo greco e romano rimangono pochissime traccie, sia a causa dei disastrosi terremoti che hanno più volte raso al suolo la città sia a causa del fatto che non sono mai state eseguite grandi campagne di scavi e studi archeologici sul territorio. Tuttavia è possibile ammirare il Teatro romano e l'Anfiteatro, del II secolo, l'Odeon, del III secolo, le Terme dell'Indirizzo, quelle Achilliane e quelle della Rotonda, nonché i resti di un acquedotto presso il Parco Gioieni. Al periodo normanno risalgono invece il castello di Aci Castello e le absidi del Duomo, la Cattedrale di Sant'Agata. E' inoltre possibile ammirare le tracce del periodo bizantino e della dominazione sveva, in particolar modo il Castello Ursino. A testimonianza invece del periodo aragonese è possibile citare il Monastero dei Benedettini e la chiesa di Santa Maria di Gesù. Queste gemme, che testimoniano l'eterogenea ricchezza architettonica della città, sono sapientemente incastonate
all'interno del tessuto urbanistico barocco, che più di ogni di ogni altro caratterizza la morfologia della città. Basta sollevare lo sguardo sulle facciate dei palazzi del centro storico o passeggiare per via Crociferi per ritrovarsi immersi nella magica atmosfera del barocco siciliano.
Ad
impreziosire ulteriormente la città e a donarle un fascino unico concorre anche la ricchezza paesaggistica del luogo. Città di mare, a Catania è possibile immergere i piedi nella calda sabbia dorata della Playa, ammirare un mare incantato dalle scogliere a strapiombo della zona di Ognina o godere di splendide coste laviche come quelle che compongono il magnifico affresco di Aci Trezza, proscenio di antiche leggende. Il tutto è sovrastato dall'imponente presenza del vulcano Etna, che domina il paesaggio a nord-est della città e che rende magica la notte con le sue eruzioni.
Fuoco e Acqua! Ma anche Terra e Aria. Terra come la ricca terra vulcanica della Piana di Catania che ha storicamente reso la Sicilia, sin dai tempi in cui era considerata il Granaio di Roma, una terra fertile e adeguata a tipi di colture differenti: dal grano ai cereali, dal pistacchio al fico d'India, dagli agrumi ai frutti esotici e tropicali. Terra come l'Oasi del Simeto, riserva naturale nella quale sostano aironi, cormorani, falchi pescatori, e il Parco dell'Etna. Aria come il soffio del vento di Scirocco, che soffiando caldo dal deserto africano giunge sulla città avvolgendola nel suo caldo abbraccio.
Architettura e natura dunque. Ma non solo. L'effervescenza di Catania è testimoniata da una ricchezza culturale che interessa tutti campi dell'arte. Città natale di artisti immortali come Vincenzo Bellini e Giovanni Verga, di cui è possibile visitare le Case Museo, la scena culturale catanese ancora oggi manifesta la sua dinamicità, tanto ad esempio da spingere molti a definire Catania la "Seattle d'Europa" per quanto riguarda la scena musicale. Non mancano i musei: da quello Dell'Orto Botanico a quello Belliniano, dall'Emilio Greco al Museo del Castel Ursino, dal Museo Paleontologico dell'Accademia Federiciana al Museo dello Sbarco in Sicilia e a quello del Cinema. Catania è anche la città siciliana a più alta densità teatrale; il Teatro Massimo Bellini è oggi un teatro lirico di tradizione, che vanta un'orchestra sinfonica ed un coro stabile, sede della stagione operistica e concertistica.
Ma Catania è anche il più importante polo economico della Sicilia. Lo sviluppo economico della storia moderna della città ha inizio nel XIX secolo, periodo nel quale a muovere l'economia dell'isola era l'estrazione dello zolfo, di cui la Sicilia deteneva il monopolio mondiale. Catania divenne il più grande centro di raffinazione, avviandosi così verso l'industrializzazione. Uno spaccato di ciò che fu la Catania dello zolfo si può ancor oggi osservare intorno al centro espositivo "le Ciminiere", a due passi dal centro cittadino. A partire dal primo dopoguerra e per tutto il ventennio fascista, la città perse progressivamente d'importanza sino al boom economico, demografico e sociale degli anni '60, trainato dall'edilizia privata. Si cominciò allora a parlare di Catania come della "Milano del Sud" e a tutt'oggi, nonostante la crisi seguita agli scandali del periodo di Tangentopoli, il tessuto economico della città appare vitale, soprattutto nei settori della piccola industria, del commercio, del turismo e dei servizi e trainato dal settore della produzione tecnologica e farmaceutica.
Oltre e più di questa Catania da guida turistica, c'è poi la Catania della gente. Quella Catania della Pescheria (il mercato del pesce) e della "Fera o luni" (il mercato caratteristico di piazza Carlo Alberto), in cui è possibile immergersi in un'atmosfera molto simile a quella dei souk (mercati) arabi, ricca di colori, suoni e sapori. Quella Catania della movida notturna, fatta da giovani e meno giovani che invadono ogni notte il centro storico e i suoi pub, i suoi bar, i ristoranti, le trattorie tipiche, i disco-pub, i club; che si aggirano per le stradine barocche e si incontrano, che si stringono sulle scalinate in piazza Bellini di fronte al Teatro e che saturano la notte della cacofonia prodotta dalla loro voglia di vivere. Quella Catania dello shopping in via Etnea o la Catania del Porto e delle periferie.
Questa è la Catania in cui sono nato e cresciuto, o meglio, questa è quella parte della Catania in cui sono nato e cresciuto che mi fa essere fiero di essere catanese. Poi c'è un'altra Catania, di cui mi vergogno e che vorrei che cambiasse. La Catania strozzata dal connubio tra mala politica e mafie. La Catania del degrado architettonico, infrastrutturale, sociale e morale. La Catania dei disservizi.
Vivendo le strade della città mi rendo conto di come da qualche anno a questa parte essa stia vivendo sotto il peso di un insostenibile paradosso. Da una parte è
infatti possibile osservare un lento ma inesorabile processo di integrazione tra i giovani della Catania bene e i ragazzi delle periferie, che sempre più si incontrano (e non si scontrano, come invece avveniva in passato) e creano spazi di vita da condividere, in cui costruire un'identità comune che nasce dal dialogo. Dall'altra si assiste purtroppo ad un totale abbandono delle periferie da parte delle istituzioni locali, amministrazione comunale in primis, che piuttosto che favorire questi processi con interventi di sostegno civico, sociale, economico, strutturale hanno ceduto il controllo di larghe parti della città alla Mafia, che diventa ogni giorno più forte soprattutto grazie al mercato delle droghe. Dopo quella che da più parti è stata definita la "Primavera catanese", periodo che coincide con l'insediamento delle amministrazioni Bianco, caratterizzata da una forte espansione economica che ha portato alla nascita del polo industriale ad alta tecnologia dell'Etna Valley, dal sostegno e dalla riqualificazione delle periferie, da politiche volte a favorire e rivitalizzare la scena culturale cittadina, da mirati interventi di restyling dell'impianto urbanistico della città, la situazione appare oggi critica. Da una parte continuano infatti a maturare quei processi culturali di integrazione, di creazione di un'identità comune, di effervescenza culturale che affondano le radici proprio in quel periodo ma che per loro stessa natura necessitano di tempo per evolvere. Dall'altra, come dicevo, si assiste ad una contrazione istituzionale. La cattiva gestione delle casse comunali ha portato oggi il Municipio sul baratro del collasso economico. Il Comune, nonostante il fiumi di miliardi di euro affluito dai finanziamenti europei, si trova quasi nell'impossibilità di far fronte alle proprie spese. Miliardi di soldi nostri sono stati investiti dal sindaco Scapagnini per accaparrare voti durante la campagna elettorale; risalgono a quel periodo, guarda caso, quasi tutti gli investimenti in infrastrutture e di riordino della rete viaria comunale che hanno dissanguato le finanze cittadine.
A guidare il mio giudizio sui meriti e i demeriti delle amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi anni, non sono interessi ideologici, o di appartenenza politica. Non mi interessano questi giochetti inutili.
A me interessa Catania!
Motivo per cui mi sento in dovere di riconoscere i meriti del metodo "imprenditorialista" importato nella gestione comunale da Enzo Bianco e dalle sue giunte e per il quale mi sento invece in diritto di criticare le amministrazioni Scapagnini, che hanno riportato la politica catanese ad un livello imbarazzante di localismo e demagogia. La situazione a Catania sta progressivamente peggiorando. Stiamo regredendo a livelli che credevamo superati oramai. Chi, come me, è vicino alle soglie dei trent'anni ricorda cos'era Catania quindici anni fa. Una città nella quale il confine tra legalità ed illegalità era troppo sottile. Nella quale uscire dopo le 22 era impensabile, a causa sia dell'assenza di luoghi e servizi sia del domino mafioso. La Catania delle centinaia di omicidi l'anno, delle faide mafiose.
Dobbiamo educarci ad esprimere il nostro malcontento quando veniamo a conoscenza degli sprechi perpetrati dall'amministrazione comunale, perché quei soldi che bruciano sono i soldi che avrebbero permesso a Catania di crescere. E' intollerabile ad esempio che 5 miliardi delle vecchie lire siano stati gettati a causa della cattiva gestione di un investimento che invece sarebbe potuto essere produttivo. Mi riferisco all'acquisto di 100 veicoli (auto, motorini e autocarri) ad alimentazione elettrica, tutti acquistati tra il '98 ed il 2001 grazie a corposi incentivi comunitari
. Il comune ha pagato solo il 35% (5 miliardi di lire!) del costo complessivo. Nonostante l'incentivo ed i buoni propositi di eliminare un pò di smog e risparmiare in carburante, i mezzi elettrici sono stati utilizzati solo sporadicamente. Scarsa autonomia delle batterie (20 km circa) e mancanza di centraline elettriche sul territorio per ricaricarle sono le scuse addotte per giustificare il mancato utilizzo dei mezzi, che verranno presto rottamati in quanto le riparazioni necessarie sarebbero troppo costose. Il sindaco Scapagnini da bravo politicante se ne lava le mani, additando le responsabilità di un simile spreco di denaro pubblico alla giunta Bianco, che stipulò il contratto d'acquisto delle vetture. Ma il vero problema non riguarda la funzionalità dei mezzi, quanto piuttosto il mancato intervento comunale nella formazione del personale all'uso dei mezzi elettrici. Un veicolo elettrico è cosa altra dalle classiche auto a combustione di petrolio. Una volta acquistate le vetture si sarebbe dovuto intervenire sulla rete dei servizi, creando le centraline di ricarica, e sulla formazione all'uso del mezzo. Impegno, caro Scapagnini, che sarebbe spettato alla sua amministrazione, insediatasi nel '99. Piuttosto che abbandonare i mezzi acquistati e continuare ad acquistare gli altri pattuiti all'atto della stipula del contratto per depositarli nei garages comunali, e perdere così 2,5 milioni di euro, si sarebbe potuto investire un poco per creare una cultura del mezzo elettrico nei dipendenti che li utilizzano e costruire una rete di servizi adeguata. Non avremmo così speso inutilmente i soldi della città e ne avremmo anche guadagnato: in salute in quanto i mezzi elettrici non inquinano; in soldoni, in quanto avremmo risparmiato milioni di euro di carburante. La politica dell'io non c'ero è una chiara derivazione della cultura mafiosa del non vedo-non sento-non parlo. E' omertà! E' una maschera dietro la quale ci si nasconde per non ammettere la propria incompetenza e le proprie responsabilità.
Non lasciamo che violentino la nostra Catania proprio sotto i nostri occhi!
Oggi la città rappresenta in campo economico, sociale, culturale il cuore pulsante dell'isola.
Noi possiamo e dobbiamo prendere in mano il destino della nostra città. Laddove le istituzioni, di cui avremmo un disperato bisogno, latitano è li che dobbiamo intervenire. Con le nostre idee, con le nostre forze, con la nostra passione. Ciascuno di noi può fare qualcosa. Cominciamo dal nostro quotidiano. Dalle nostre scelte di consumo ad esempio. Orientiamole verso i prodotti locali e incentiviamo la nostra economia. Utilizziamo di più i mezzi pubblici, quando possibile. Impegniamoci nel volontariato, mettiamo a disposizione della nostra città noi stessi.

Non abbandoniamoci all'indifferenza!

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