martedì 25 settembre 2007

Zio Pino

"E' importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell'uomo per soldi. Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore ma, se ci si ferma a questo livello, sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti"

( Padre Pino Puglisi )

L'informazione ha i suoi tempi, le sue regole, la sua forma, i suoi codici. Occorre battere il ferro sin tanto che la notizia è fresca, essere "tra i primi a parlare di" è un diktat informativo! Ma io non sono un "professionista dell'informazione". Non ho un editore cui rispondere, motivo per cui l'unico mio censore è la mia stessa coscienza. Non ho un capo-redattore da soddisfare, motivo per cui posso permettermi il lusso di parlare di qualsiasi argomento attiri la mia attenzione e di poterlo fare nel momento che ritengo più opportuno. Non mi piace dover urlare per essere certo di essere ascoltato nel mezzo della bufera informativa che attorno a certi temi si scatena nel momento in cui un fatto si ammanta della maschera della notizia. Preferisco aspettare che il vento si plachi, sino a non sentirne più l'eco in lontananza, così da poter esporre con serenità i fatti e tentare di attirare l'attenzione di coloro i quali, prima troppo frastornati dai flussi dello sferzante vento di parole che caratterizza la bufera informativa, possono invece adesso prestarmi attenzione, nonostante il mio sia un sussurro. Un sussurro pacato, gentile ma insistente. Un sussurro che credo e spero abbia il valore e la potenza di urlo disumano. Un sussurro che urla rabbia, dolore, sconcerto, disappunto che non si limita a distruggere ma che anzi vuole tentare di costruire, rimediare, aiutare, proporre. Un sussurro che non ha l'impatto della bufera. Un sussurro che però sarà insistente e sempre presente, che magari non si udirà nel frastuono del vento di parole che caratterizza la bufera, ma che sarà comunque lì prima, dopo e durante.
Dieci giorni fa ricorreva il quattordicesimo anniversario della morte di un Uomo che ha saputo con la semplice rettitudine del suo vivere trasformare la propria vita e la propria morte in un esempio. Un esempio di Amore innanzitutto. Un amore incondizionato, un amore che ama la vita, un amore che comprende, un amore che aiuta, che si protende con forza verso il prossimo, un amore che lotta per insegnare l'amore. Un esempio di lotta. Una lotta che combatte l'odio, la povertà, l'emarginazione. Una lotta che affronta senza altre armi che l'Amore un nemico potente, crudele, sanguinario. Un nemico vile, che si inserisce soprattutto in quegli interstizi di inedia e povertà che caratterizzano vaste aree del nostro Paese.
Padre Pino Puglisi, o 3P come lo chiamano i suoi amici, combatteva la Mafia. E lo faceva quotidianamente nel modo più intelligente: creava terra bruciata attorno ad essa, porgendo il suo sostegno ed il suo aiuto a coloro ai quali la mafia si rivolgeva per reclutare manovalanza, spargendo su di loro il suo Amore. Figlio del quartiere palermitano di Brancaccio, dopo una carriera ecclesiale ricca di soddisfazioni e costellata da numerosi incarichi di responsabilità, nel 1990 Padre Puglisi torna a casa e subito rivolge la sua attenzione a quegli adolescenti e a quei giovani già reclutati dalla criminalità mafiosa, diventando per tutti "Zio Pino".
Potrà apparire strano a taluni che proprio io che non esito mai a scagliarmi contro la Chiesa di Roma (non il Cattolicesimo!) parli adesso di un suo rappresentante e lo faccia con amore. Ma già la mia puntualizzazione circa il fatto che non è il Cattolicesimo ma la sua istituzione terrena che critico dovrebbe essere sufficiente. Vorrei tuttavia aggiungere che anche se sono agnostico rispetto e comprendo chi ha fede, quando questa fede non si risolve però nel solito manierismo cattolico ma guida il concreto quotidiano agire del credente sulla via dell'amore. Per questo parlo di Zio Pino e lo faccio con ammirazione e rispetto. Perché la sua vita è stata una testimonianza dell'incarnazione dei valori cristiani. Come il Cristo egli non si è barricato dietro l'abito talare ma si è rimboccato le maniche ed è sceso in strada per aiutare chi aveva bisogno. Ha teso le mani, ha abbracciato, ha ascoltato, ha consolato, ha consigliato, ha regalato sorrisi, ha amato. Non era un eroe, era un Uomo! Un uomo con le sue debolezze, i suoi momenti di sconforto, di rabbia, di amarezza e delusione. Ma sempre capace di rialzare il capo e ricominciare con vigore la propria missione. Un uomo che ha messo la sua intelligenza, la sua cultura, la sua fede e la sua forza al servizio degli ultimi. Un uomo che quando qualcuno, per rispetto, chiamava Monsignore rispondeva pronto "Tò Patri!" (per i non siciliani, "Monsignore sarà tuo padre!"). Un uomo per il quale non esistevano padroni o signori, ma solo fratelli. Un uomo che ha voluto ricordare alla sua gente che tutti nasciamo liberi, senza padroni né signori. Un uomo scomodo che la Mafia ha deciso, il 15 Settembre 1993, di ammazzare con un colpo alla nuca il giorno del suo 56° compleanno.
Zio Pino.
Hanno ucciso l'uomo, ma non sono riusciti a spegnere l'eco del suo amore. La comunità fondata a Brancaccio da Padre Puglisi continua la sua opera, portandola avanti seguendo gli stessi principi. E purtroppo nello stesso clima di isolamento. Le istituzioni locali e regionali ancora una volta latitano. Dall'anno della sua fondazione, il 1992, il Centro "Padre Nostro" è stato vittima di numerosi attentati e i suoi volontari oggetto di numerose e dure intimidazioni da parte di esponenti mafiosi. Intimidazioni e attentati che hanno subito una brusca escalation proprio nel corso dell'estate appena trascorsa. Il 6 Luglio scorso il coordinatore del Centro, Maurizio Artale era stato vittima di una intimidazione telefonica in cui veniva minacciato di morte. Poi sono seguiti i danneggiamenti alla struttura del centro, al pulmino e agli altri mezzi; infine i terreni con alberi segati e recinzioni divelte. E ancora lo sterco disseminato sul campetto di calcio e poi dato alle fiamme e gli atti di vandalismo alla scuola che di Padre Puglisi porta il nome. “Siamo stati abbandonati dalle istituzioni. Siamo in trincea a combattere una guerra. Ma contro chi dobbiamo combattere? Dobbiamo fare i conti con i ritardi burocratici. Le istituzioni non mantengono le promesse. Il centro polivalente lo devono costruire da otto anni e quello per anziani era e rimane solo una promessa. La verità è che ogni giorno dobbiamo fare i conti con una burocrazia fetente che non ha e non dà priorità” tuona con sdegno Padre Mario Golesano, successore di Padre Puglisi.
Nonostante tutto i 150 volontari della struttura ( che comprende 3 case famiglia, 2 centri per gli anziani e 3 per i minori e che consente di aiutare oltre 600 famiglie nei quartieri Brancaccio e Zen) continuano a lavorare convinti che, come asseriva Zio Pino,
“Il bambino può cogliere nel Centro un modello di comportamento diverso, anche solo guardando due adulti che si trattano con gentilezza e rispetto, e verificando che ci sono regole da seguire. Per i giovani è molto importante poter contare sul consenso del gruppo, della società. È quello che la mafia chiama onorabilità”. Un modello alternativo a quello familiare, dove spesso il codice mafioso affonda le sue radici, esaltando chi bara e chi è più furbo. I responsabili dell'isolamento in cui i volontari del Centro sono costretti ad operare hanno dei nomi. Sono anzitutto Diego Cammarata, sindaco di Palermo e Don Totò Cuffaro, Presidente della Regione. Io non sono mai stato a Brancaccio ma posso capire lo stato emotivo in cui operano quei ragazzi e quelle ragazze in quanto la situazione a Catania non è affatto dissimile. Ci sono quartieri come Librino e San Cristoforo nei quali parole come legalità e giustizia non hanno alcun senso. Quartieri in cui intere famiglie abbandonate dalle istituzioni sono costrette per sopravvivere ad affiliarsi alla mafia e a vivere di spaccio. Non è la repressione, che comunque manca a Catania, la soluzione del problema. Occorre, sotto la guida dell'esempio di vita che Zio Pino ci ha offerto, educare. Proporre modelli relazionali alternativi a quelli mafiosi che sono imperanti in quelle zone. Occorre che le amministrazioni locali sostengano adeguatamente queste famiglie, fornendo loro un lavoro dignitoso. Non abbandonandole a se stesse come invece accade.
Mi senti Scapagnini?
La gente ha bisogno di aiuto! Esiste un'arma che si chiama Amore. Esiste un mezzo non dispendioso per insediare sul territorio una forte presenza istituzionale che si chiama Servizio Civile Volontario. Perché non reclutare migliaia di volontari, tra i quali assistenti sociali, sociologi, psicologi, futuri medici ma anche ragazzi e ragazze senza titolo ma che abbiano veramente voglia di fare qualcosa e mandarli per le strade, assicurando loro una seria interazione e collaborazione con le forze dell'ordine, nelle scuole e perché no anche dentro le case. Avete un assessorato ai servizi sociali che potrebbe coordinare il tutto, studiare e fornire dei piani d'azione. E praticamente senza spendere un euro. La soluzione non consiste nel trarre in arresto ragazzi e ragazzini che spacciano, ma dotarli di modelli comportamentali e di una sicurezza sociale tali per cui non avranno più la necessità di spacciare per le strade per portare il pane a casa. Non potete chiedere alla gente di emarginare la Mafia se non assicurate loro una forte presenza istituzionale. Non avvertiamo lo Stato, men che meno lo avverte chi vive nei quartieri poveri. L'unica istituzione che assicura loro lavoro e che gli consente di sopravvivere è la Mafia!
Perché dovrebbero rinnegarla?


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