Parlare di privacy al giorno d'oggi non è per nulla semplice. Accingendosi a farlo si corre il rischio di smarrirsi tra le pieghe di un concetto il cui campo di applicazione è divenuto talmente vasto da investire una moltitudine di campi d'applicazione differenti. Privacy e sanità. Privacy e giornalismo. Privacy e internet. Più in generale, qualsiasi ambito della vita pubblica pone dei problemi riguardanti la privacy dei soggetti che su tale proscenio agiscono. E possibile tuttavia scegliere dei criteri guida ed operare delle distinzioni che permettano di analizzare in modo sintetico e quanto più possibile completo uno degli aspetti del problema. Ovviamente la scelta di cui sopra è una scelta personale, mediata dai propri interessi e dalle proprie convinzioni. Si sceglie di dare rilevanza ad uno dei molteplici aspetti che costituisco l'oggetto privacy e su quello si lavora, così da non perdersi all'interno della vastità del concetto.Dal momento che a tutt'oggi il più grande mezzo di comunicazione di massa è e rimane la televisione, in secundis la carta stampata, è sul tema del rapporto tra privacy e libertà di stampa che intendo concentrarmi. So che parlare di libertà di stampa nel nostro Paese può sembrare, ai più informati, paradossale dal momento che nella classifica stilata dalla Freedom House l'Italia nel 2006 si trova al 79° posto assieme al Botswana, ma mi riferisco alla libertà di stampa come concetto idealtipico, non alle sue concrete manifestazioni.
E' divenuto impossibile oramai accendere la televisione o aprire un giornale o una rivista senza invadere gli ambiti di vita privata di qualcuno. Programmi e riviste specializzate in gossip, telegiornali e giornali dominati da fatti di cronaca minuziosamente e ossessivamente spulciati sino al ridicolo, vite private confezionate e spesso anche masticate e digerite nel format-fiction. Il tutto accompagnato e condito da nuove tecniche dell'informazione. Basti pensare alle musiche di sottofondo che accompagnano i servizi dei telegiornali e alle tecniche di ripresa di stampo cinematografico che contribuiscono a "romanzare" i fatti. Non basta più accanirsi sulla cronaca. Occorre renderla accattivante, creare pathos, veicolare sentimenti. E noi tutti li, inebetiti come dei cobra affascinati dalle note profuse da questi moderni incantatori di serpenti.
Ci si nasconde dietro il diritto all'informazione per accrescere il profitto. Più audience un programma riesce ad accaparrarsi, maggiore sarà il valore delle fasce pubblicitarie che lo precedono e lo seguono (nel caso dei giornali e delle riviste a crescere con l'aumentare delle tirature è il valore degli spazi pubblicitari). Questa logica del profitto non vale solo, come si potrebbe erroneamente pensare, per i programmi, le fictions, i films e le riviste di gossip ma anche per i telegiornali e i giornali cosiddetti d'informazione. E' per questo che si punta sul sensazionalismo, perché è col sensazionalismo che si conquista il pubblico e chi detiene la quota maggiore di pubblico accresce le proprie rendite derivanti dalla pubblicità, quindi realizza un maggior profitto che porta ad una quota maggiore di Potere.
Trovo scandaloso e indegno di una società che si autodefinisce civile ( mai come in questo caso trovo opportuno decontestualizzare e citare i versi di manzoniana memoria ai posteri l'ardua sentenza ) un simile atteggiamento. Trovo scandaloso e mi indegno quando per giorni e giorni il mio schermo e le mie pagine sono invase da ogni sorta di elucubrazione circa il fatto di cronaca del momento. Trovo scandaloso e mi indegno quando vedo cittadini come me fuori dalle procure a gridare assassino all'indiziato (indiziato, badate bene, non condannato!) di tal fatto o di tal altro. Mi intristisce la morbosa curiosità di chi invece che spegnere lo schermo o accartocciare le pagine stufo di simili atteggiamenti rimane li incollato in attesa di nuovi sviluppi. E mi vergogno profondamente per loro.
Quello della libertà di stampa è un concetto serio. La libertà di stampa è una delle garanzie fondamentali che un governo democratico deve garantire ai suoi cittadini. Di più, essa è una necessità per ogni società democratica. Non si può giocare con essa e non la si può usare come specchietto per le allodole per velare ciò che invece andrebbe chiamato col suo vero nome: logica del profitto al servizio della lotta per il Potere. Il concetto di privacy ha una rilevanza non inferiore. La privacy è il diritto alla riservatezza delle informazioni personali e della propria vita privata. Teorizzata in origine nel lontano 1890 dai giuristi statunitensi Louis Brandies e Samuel Warren come the right to be let alone, ossia come la non intromissione nella sfera privata dell'individuo, essa ha assunto nell'accezione odierna un significato più ampio giungendo a porsi come fondante strumento di salvaguardia della libera e piena autodeterminazione dell'individuo.
Diritto alla privacy e libertà di stampa. Un conflitto a tutt'oggi sostanzialmente irrisolto che coinvolge due diritti fondamentali dell'uomo moderno. Le fonti legislative in materia sono numerosissime e spaziano dalle Leggi Costituzionali italiane (artt. 2, 14, 15 e 21) alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (art. 8 "Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano. Tali dati devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge. Ogni individuo ha il diritto di accedere ai dati raccolti che lo riguardano e di ottenerne la rettifica") , dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo ( art. 8 "non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell'esercizio di tale diritto [alla privacy, ndr] a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del paese, per la difesa dell'ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui") sino alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo ("Chiunque ha il diritto alla libertà di opinione ed espressione; questo diritto include libertà a sostenere personali opinioni senza interferenze ed a cercare, ricevere, ed insegnare informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo informativo indipendentemente dal fatto che esso attraversi le frontiere"). Occorrerebbe trovare una giusta sintesi, o meglio, la sintesi più adeguata al nostro contesto politico-sociale.
Ma...che sbadato che sono! La sintesi è già stata trovata. Quando?
L'8 Luglio 1993 il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti e Federazione nazionale della Stampa approvavano la Carta dei doveri dei giornalisti italiani. Il documento, oltre a tutelare la libertà di informazione in quanto diritto della collettività, vieta nella parte concernente i diritti alla persona qualsiasi tipo di discriminazione e afferma che non si possono pubblicare notizie sulla vita privata della persone. Viene inoltre stabilito il principio di rendere non identificabili le vittime di violenze sessuali, i membri delle forze di pubblica sicurezza e dell'autorità giudiziaria e i congiunti di persone coinvolti in fatti di cronaca. Da dove comincio? L'unico punto rispettato è quello inerente la non identificabilità delle vittime di reati sessuali. Partiamo dalla discriminazione. Già il fatto che la parola extracomunitario sia diventata per tutti noi sinonimo di "persona proveniente da un Paese povero" credo sia indicativo della continua inosservanza da parte della stampa di quanto da essa stessa auspicato. Extracomunitario significa in realtà cittadino di un Paese non membro della Comunità europea. Quante volte avete sentito tale lemma utilizzato per indicare un cittadino statunitense, canadese, giapponese o australiano? Io mai! E poi giocano a fare i politically correct...Passiamo oltre. Non si possono pubblicare notizie sulla vita privata delle persone. Bene, allora chiudiamo tutti i giornaletti di gossip e aboliamo le trasmissioni televisive incentrate su queste pseudo-notizie! Sorvolando sulla non identificabilità dei rappresentanti delle forze dell'ordine e delle autorità giudiziarie che in alcuni casi è necessaria, ad esempio nel caso di campagne di sensibilizzazione promosse da tali istituzioni (che in realtà scarseggiano quando invece se ne avverte un bisogno impellente per recuperare quel senso dello Stato che nella nostra società civile latita), vogliamo parlare dei congiunti di persone coinvolti in fatti di cronaca? L'esempio è in questi giorni sotto gli occhi di tutti, basta accendere la televisione o aprire un giornale per ricostruire l'intero albero genealogico delle famiglie coinvolte nel caso del delitto di Garlasco.
Una considerazione personale. E' bene che di cronaca si parli; il diritto all'informazione è alla base del concetto stesso di democrazia. Però sin tanto che i processi non sono conclusi, non si dovrebbe poter (stra)parlare dei fatti, come avvenuto per il delitto di Cogne prima o come avviene con quello di Garlasco adesso. Per svariati motivi. Oltre a quelli già citati mi preme sottolineare come un'attenzione mediatica pressante sia deleteria per l'operato investigativo delle forze dell'ordine e della magistratura. In un duplice senso. Anzitutto lavorare sotto pressione continua genera stress ed è fonte di distrazione, il che potrebbe causare errori in fase investigativa che potrebbero risultare decisivi in sede istruttoria. Poi perché esiste il rischio che l'opinione pubblica influenzi la direzione verso la quale gli sforzi investigativi si concentrano. E' bene informare circa l'accadimento di un fatto, ma poi basta! Almeno sino alla conclusione del processo. Unico caso a parte dovrebbe essere invece quello riguardante i politici e più in generale i pubblici amministratori. In quel caso anche taluni aspetti della vita privata dell'individuo devono interessarmi, in quanto io sono chiamato a concedergli in delega la mia rappresentanza, e per farlo consapevolmente devo conoscere quanto più possibile l'uomo a cui concedo un simile onere/onore. Altro che immunità parlamentare! E non tiratemi in ballo il "rischio" di ingerenze da parte di certa magistratura nella vita politica del Paese per favore. Ma proseguiamo.
Potreste obiettare che questo documento, la Carta dei doveri dei giornalisti italiani, altro non è che un insieme di linee guida interno all'ordine dei giornalisti che non ha alcuna valenza giuridica. Giusto! Passiamo allora oltre, alla Legge n. 675/1996 o Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali. L'articolo 25 si intitola Trattamento di dati particolari nell'esercizio della professione giornalistica, e vieta di trattare senza consenso dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale dei cittadini. La Legge istituisce inoltre un organo preposto al rispetto della normativa, il Garante per la protezione dei dati personali, per assicurare la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali ed il rispetto della dignità nel trattamento dei dati personali. Di più! Assegna al Garante il compito di promuovere l'adozione, da parte del Consiglio nazionale dell'Ordine, di un codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali. L'Ordine dei giornalisti impiega ben due anni a promulgare quanto richiesto dalla Legge ma partorisce infine nel 1998 il Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica. Tredici semplici articoli in cui si ribadisce fondamentalmente quanto già esposto nella Carta del 1993. Con la sostanziale differenza che il Codice ha valore giuridico. E a leggerlo si rimane sbigottiti! Non per i suoi contenuti, che invero a mio parere sono quanto di più adeguato si potesse auspicare per raggiungere un opportuno equilibrio tra diritto alla privacy e libertà d'informazione. Piuttosto ciò che lascia allibiti è il fatto che, tolti i primi due articoli di carattere generale e tecnico, nessuno degli articoli che vanno dal tre al tredici trova un reale riscontro nell'attività giornalistica del nostro Paese.
E' il solito discorso "all'italiana". Si fanno le leggi, ma poi non le si fanno rispettare. Esistono dei codici deontologici (validi!), esistono delle leggi di tutela sia della privacy sia della libertà di stampa (valide!), esiste un organismo preposto a vigilare e far rispettare le regole che, come al solito, non compie il suo dovere. Se fossimo ingenui saremmo qui a chiederci il perché, ma conosciamo sin troppo bene le ragioni di simili inefficienze.
La lotta per il Potere imperat! Tutto il resto non conta.



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