venerdì 14 settembre 2007

La scuola "non ci arriva"...


Far quadrare i conti dello Stato è una necessità improrogabile. Occorre rimpinguare le vuote casse del Bel Paese affinché la vita di tutti noi migliori. Le ricette per guarire la nostra am(m)a(la)ta nazione esistono e hanno dei nomi: lotta all'evasione fiscale, progressività delle imposte in base al reddito, lotta agli sprechi nelle pubbliche amministrazioni, una seria riforma della giustizia che assicuri maggiore autonomia e poteri alle autorità giudiziarie e che fornisca loro strumenti giuridici adeguati e norme chiare e incontrovertibili, una sana educazione civica.
Eppure a ben vedere tutti i rimedi sopra elencati appaiono da decenni con regolarità nei programmi elettorali di tutti gli schieramenti politici che nel corso della storia della nostra Repubblica si sono succeduti, dall'unità ad oggi. Com'è possibile allora che avendo individuato da tempo le contromisure necessarie a cambiare questo stato di cose, la situazione non sia mutata ma vada anzi sempre più peggiorando? Sarà forse perché le "promesse elettorali" altro non sono che specchi per le allodole, atte ad accaparrare voti e nulla più? E come è possibile che ciò avvenga da decenni? Siamo talmente tanto stupidi come popolo da non saper farci valere e mandare a casa chi non rispetta gli impegni presi?
Il voto, la preferenza elettorale o comunque lo vogliate chiamare è una cosa seria! Di più. Rappresenta la base dell'attuale sistema democratico. Il voto è uno scambio. Io ti concedo la mia preferenza in cambio di una seria rappresentanza dei miei bisogni in parlamento. Quando tu apri bocca in quella sede lo fai in mia vece. Il programma elettorale è la forma con cui si stipula il moderno contratto sociale di rousseauniana memoria (che trova dei precedenti illustri con Sofocle
nell'antica Grecia, Seneca nella Roma imperiale, Sant'Agostino nel Medioevo e una intesa di vedute con i contemporanei Locke e Hobbes). Quanti di voi percepiscono la nostra classe politica come rappresentante della propria volontà? (se siete banchieri, furbetti del quartierino, petrolieri, uomini di alta finanza e simili le vostre risposte non contano, altrimenti il sondaggio sarebbe falsato!).
Se la vostra risposta, come credo, è negativa perché non abbiamo mai fatto nulla per riprenderci ciò che è nostro e che ingiustamente ci è stato tolto? La nostra indifferenza e la nostra disaffezione verso la res publica hanno permesso che sussistesse e permettono che sussista ancora questo inganno.
Da quando ci hanno tolto la possibilità di sceglierci da noi gli uomini che dovrebbero rappresentarci, il programma elettorale ha acquisito una valenza ancora maggiore: è in base ad esso che assegniamo le nostre preferenze. E quando, passate le elezioni, gli impegni presi non vengono rispettati i contratti sono da considerarsi giuridicamente nulli! Non so se sia prevista dalla nostra Costituzione la possibilità per il popolo di ricorrere alla Corte Costituzionale per chiedere la delegittimazione di un Parlamento che non rispetti gli impegni elettorali. Non credo, ma dovrebbe essere un cardine di una VERA democrazia rappresentativa!
Le soluzioni esistono, occorre solo metterle in pratica con decisione e costanza, senza distinzioni.
E invece...
E invece chi ci governa trova più conveniente (per sé? per i propri amici? sicuramente, ma di certo non per noi) ricorrere alla scappatoia dell'insostenibilità della Spesa Pubblica, in particolar modo di una precisa voce del diario di spesa dello Stato: il welfare.
Da decenni si discute in sede istituzionale ed in sede accademica della sempre più pressante ed insostenibile situazione economica dei moderni stati occidentali e dei loro sistemi di sicurezza sociale. I pareri e le voci sono discordanti: chi si schiera a favore di, chi contro, chi assume posizioni intermedie puntando sull'iniziativa privata del terzo settore e sul no-profit.
A mio avviso il problema riguarda squisitamente l'evoluzione storica dei sistemi di welfare, un'evoluzione storica che ad oggi latita. Tali sistemi sono nati in un periodo storico preciso che coincide con l'industrializzazione, periodo nel quale la situazione della stragrande maggioranza dei popoli delle varie nazioni viveva in maniera simile, o, per usare un'espressione cara alla moderna politologia, apparteneva alla stessa classe, il proletariato o classe operaia. Oggi i confini tra classi e ceti sono sempre più indistinti, parlare di classe anzi non trova pressoché più alcun riscontro nelle moderne società occidentali. I sistemi di welfare nati come supporto per una vastissima fetta della popolazione che si trovava in stato di indigenza sono insostenibili per uno stato moderno in cui i veri poveri rappresentano una percentuale minima, ma non per questo meno importante, della popolazione. Occorrerebbe una revisione dei sistemi di assistenza pubblica, in tutti i campi (sanitario, scolastico, della previdenza), in senso di una maggiore equità sociale. Chi non ha non paghi, ma chi ha paghi e lo faccia in proporzione al proprio reddito, ma in maniera seria e con una progressività reale e non per fasce di reddito. Solo così il welfare non costituirà più un problema per le casse dello Stato. Sembra una soluzione semplice ed intuitiva, a cui chiunque potrebbe arrivare. Vi chiedete perché allora non sia stata ancora adottata? Riflettete un attimo.
Con questo sistema d'imposta a pagare di più sarebbe chi ha di più, e per loro questo è inconcepibile ovviamente. E siccome chi ha di più, come diceva il buon vecchio Marx (non i marxisti o i comunisti che poco o nulla di Marx hanno inteso), detiene quote notevoli di potere è impensabile una riforma sensata del welfare e del sistema delle imposte fintanto che classe politica e gruppi di interesse che detengono il potere saranno in combutta, procedendo a braccetto calpestandoci.
E così a pagare le conseguenza dei loro giochi di potere siamo noi e ancor di più coloro i quali necessitano di un reale aiuto per vivere dignitosamente, quale che sia il loro handicap: sia esso di natura psico-fisica che economica o di sostegno sociale. I tagli alla spesa pubblica, invece di colpire chi ha, gettano nello sconforto e nella disperazione chi avrebbe bisogno di un aiuto invero maggiore. E così via i soldi alle scuole (quelle pubbliche ovviamente, non quelle private in cui paghi una retta ma lo Stato ti aiuta non temere!), via i soldi alla sanità (tanto chi ha può sempre rivolgersi alle cliniche private, e anche lì lo Stato ti aiuta!), via i soldi alla previdenza (tanto se hai guadagnato miliardi l'anno per decenni lo Stato la pensione te la da lo stesso, e che pensione!).
Succede così che il Governo vara l'ennesima Legge Finanziaria e a piangere siano coloro che stentano a lacrimare a causa delle lacrime già versate. E' di oggi l'ennesima testimonianza di una cittadina italiana che con garbo e rispetto chiede ai suoi rappresentanti di non dimenticare chi realmente ha bisogno.

"Attraverso Repubblica.it mi rivolgo al Ministro della Pubblica Istruzione.


Ill. mo dott. Fioroni, chi le scrive non è una delle venti donne più potenti della Terra. Chi Le scrive è soltanto una mamma, la mamma di Luca. Un bambino che - senza mascherarsi dietro il politically correct - è un bambino ritardato. Proprio così: Luca è bello, fisicamente perfetto ma "non ci arriva".
Finché ha frequentato la Scuola Materna, tutto era come velato. "Si farà", mi dicevano le sue insegnanti. Ed io un po' ci ho creduto. Quando poi è giunto il momento di iniziare la scuola Elementare, la neuropsichiatra che lo ha in cura da qualche anno, mi ha consigliato di presentare domanda per un insegnante di sostegno. E così lo scorso anno scolastico a Luca e alla sua classe è stato assegnato un insegnante in più che ha svolto un ottimo lavoro: Luca alla fine dell'anno sapeva distinguere le lettere dell'alfabeto e scriverle in stampatello.
Tutto insomma sembrava procedere bene finché io e gli altri genitori del GLH, ossia Gruppo Lavoro Handicap, siamo stati informati degli imminenti tagli della Finanziaria alla scuola e in particolare alle ore per gli insegnanti di sostegno. Attoniti, abbiamo chiesto spiegazioni alla Dirigente: i nostri figli non riceveranno più la stessa copertura dell'anno scorso, nei dettagli ancora non si sapeva. Ci ha consigliato di attendere luglio per eventuali sviluppi, e noi abbiamo diligentemente aspettato. Poi a luglio ci ha consigliato di attendere settembre e noi abbiamo atteso. Finché il 10 settembre, primo giorno di scuola, mi viene confermato che le ore di sostegno per Luca sono state ridotte del 50%.
Gent. mo Ministro, Le faccio ora il classico conto della serva: Luca frequenta la scuola per quaranta ore settimanali, ma verrà seguito in modo particolare soltanto per undici. Nelle restanti ore verrà preso in carica dalle insegnanti di classe che hanno già ventidue bambini. Ormai è palese per tutti gli italiani: nell'odierna società non c'è destra né sinistra che tenga: contano solo potere e denaro. Ma io che non sono né ricca né potente e che con dignità voglio permettere a mio figlio di studiare senza incatenarmi al cancello della scuola, che cosa posso fare per offrirgli un futuro se non posso neppure garantirgli l'istruzione elementare?

Io che sono solo una mamma, la mamma di Luca."
Ivana Leone
Milano

Togliere alla scuola, disinvestire sul nostro futuro (e la mia non è demagogia contrariamente a chi dice ma non fa o addirittura disfa) è già di per se un fatto gravissimo. Ma togliere a chi all'interno della scuola ha bisogno di un sostegno maggiore degli altri per non rimanere escluso e alieno dalla società di cui di diritto fa parte è VERGOGNOSO!

MINISTRO FIORONI SI VERGOGNI!

Io ho avuto il piacere e l'onore di lavorare per un anno intero con bambini e ragazzi con disagio, e da allora ho capito che chi "non ce la fa" siamo noi, non sono loro. Siamo noi i ritardati che pur potendo fare preferiamo mettere le mani in tasca piuttosto che tenderle verso chi ne ha bisogno. Vada caro Ministro in giro per l'Italia, entri nelle scuole e osservi i bambini e i ragazzi e chi lavora con loro e per loro. Poi mi contatti e mi dica se riesce ancora a guardarsi allo specchio senza vergognarsi.
Ivana e Luca e tutti quelli che come loro chiedono di poter vivere e di poterlo fare in maniera dignitosa hanno tutta la nostra solidarietà e qualora ne avessero bisogno il nostro concreto appoggio.

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