mercoledì 4 luglio 2007

Sacra Follia & Spietata Lucidità...

L'isola di Sumatra, in Indonesia, oggi è meta di un indiscriminato, ottuso, insensato, mercificato turismo di massa, ma non è sempre stato così...
Negli anni Sessanta del secolo appena trascorso Sumatra era un luogo saturo di misticismo, proscenio di culti e rituali animisti, regno incontrastato di santoni e folli...un regno dell'anima nel quale ciascuno tentava di raggiungere la pienezza spirituale.
Per tali motivi l'isola divenne meta di antropologi, etnologi, hippy, viaggiatori e di uomini e donne che erano semplicemente alla ricerca della propria anima.
I riti che si praticavano sulle rive del lago Toba erano volti a liberare la mente dai suoi impedimenti materiali, catapultando per mezzo di danze eseguite sullo sfondo di sublimi cacofonie di suoni coloro i quali vi partecipavano in uno stato di trance, caratterizzato da sacra follia e spietata lucidà ...
Sumatra è per molti un luogo non meglio identificato su una cartina geografica o su di un mappamondo, ma per me è soprattutto un luogo che si trova dentro ciascuno di noi...
Un'isola all'interno della nostra razionalità, santuario dell'anima e tempio degli istinti...
In un'epoca dominata dalla razionalità strumentale, come la nostra, è sempre più difficoltoso ritagliare degli spazi all'interno del proprio Ego per tutto ciò che non riguardi l'immediato e l'utile. E' il corpo, nella sua accezzione fenomenologica fisica di Korper, la parte privilegiata dalla cultura occidentale post-bellica: il culto del corpo, o culturismo nel senso lato del termine, ha preso il
posto degli antichi rituali, volti invece a nutrire ciò che fenomenologicamente viene definito Leib, ossia la coscienza.
Al di là delle controculture hippy e new age, delle oramai secolarizzate religioni tradizionali, la nosta cultura sembra aver per lungo tempo dimenticato l'anima; i valori che ci vengono propinati attraverso la socializzazione e le mete che ci vengono proposte risultano spesso asettiche, neutrali sotto il profilo emozionale; ci viene detto che otteremo soddisfazione da un lavoro ben retribuito (che quindi ci permetterà di SPENDERE!), ci viene proposta un'immagine della realizzazione personale satura di BELLE case, BELLE macchine, BELLE donne, BELLE feste...e ci viene detto a gran voce "Ecco amico! Questa è vità!"
Le gioie dell'anima, come il sorriso di vostro figlio, l'abbraccio di vostra moglie, le carezze di vostro nonno, una sera con gli amici...devono essere vissute nel privato, al riparo dall'occhio indiscreto del mondo. Un manager che lascia di corsa una riunione aziendale per assistere ai primi passi del proprio bambino sarebbe poco professionale (...e molto probabilmente un uomo senza più un lavoro!); un operaio che bacia la moglie in fabbrica verrebbe richiamato severamente...
Ciò ovviamente non avveniva prima dell'industrializzazione, in quanto la casa era sia il luogo degli affetti che quello di produzione.
Con l'avvento dell'industrializzazione di massa il lavoro si sposta all'esterno, e il focolare diviene il luogo esclusivo degli affetti, del privato.
Pubblico e privato, ci è stato insegnato, devono rimanere separati...
L'uomo moderno sembra aver risposto a questa netta separazione in maniera altrettanto netta: ha imparato a separare il proprio Io in molteplici role-set, alcuni dei quali idonei alla sfera pubblica, altri a quella privata. Ma...
Un'operazione tanto complessa non poteva che essere fonte di tensione interna all'individuo. Spesso, a causa della non-congruità dei tempi e degli spazi pubblici e privati, ruoli privati e pubblici entrano in conflitto, generando insanabili contraddizioni.
E' nella sfera pubblica che la società occidenttale contemporanea assegna status, prestigio e potere; e la sfera pubblica è il luogo del corpo.
L'anima viene così ignorata, peggio ancora denigrata; rilegata nella sfera del privato e spinta ancora e sempre più verso i meandri della propria soggettività. Racchiusa in uno scrigno, oggetto preziosissimo cui prestare cure e attenzioni, ma silenziosamente e lontano da occhi indiscreti...
La strada verso il recupero di una visione olistica dell'uomo, che consideri e quindi assegni eguale imporatanza e dignità al soggetto persona nella sua interezza composta da corpo e anima, pur se da più parti tracciata, appare impervia se non impraticabile, soprattutto in quanto il recupero viene tentato attraverso i valori e per mezzo di categorie proprie di una società palesemente
spostata verso uno dei due poli, il corpo appunto.
Non bisogna dimenticare mai, anche se la società usa tutti i propri mezzi e spende molitissime delle prorpie forze proprio a tale scopo, che è l'insieme delle soggettività, dei singoli individui che compone il mare magnum che definisce il termine società.
Come ogni singola goccia contribuisce a formare un'oceano, così ogni uomo contribuisce a formare la società. Quindi è nel proprio quotidiano che ciascuno di noi deve tentare il recupero di quei valori dell'anima che la società ha espulso e relegato nel privato, per poi lasciarli esplodere con forza all'interno dello spazio pubblico.
Ecco allora riemergere come lava troppo a lungo trattenuta dal vulcano quella sacra follia e spietata lucidità che caratterizzano l'anima.

Sumatra

Non esiste un metodo nella follia, contrariamente a quanto asserito da Shakespeare nel King Lear, o almeno non un metodo univoco e universale, valido per tutti indistintamente. Ciascuno di noi deve trovare il proprio, procedendo per prove ed errori.
Ciò che conta è la volontà: la volontà di riaffermare l'importanza dell'anima, senza commettere però l'errore inverso commesso dalla razionalizzazione moderna, senza cioè escludere il corpo.

Sumatra

Io ho trovato la mia strada, faticosamente e dopo lunghi perigli, per accedere al tempio della mia anima. Ma la società tenta incessantemente di deviare il mio cammino...
L'importante, quando la Bestia attacca, è non perdersi d'animo e aggrapparsi con forza alle colonne del proprio tempio, resistendo al suo soffio mefitico...

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