martedì 10 luglio 2007

L'Amore negato

« Che significa "Montecchi"? Nulla: non
una mano, non un piede, non un braccio,
non la faccia, né u
n'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Che cosa c'è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. »


(W. Shakespeare, The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet)


Il desiderio di contrarre matrimonio caratterizza storicamente la comunità omosessuale ma da sempre deve scontrarsi con la ferrea opposizione della società.
Già nella Grecia antica il rapporto pederastico tra l'adulto (erastès) e il giovane (eroménos) comportava delle specifiche responsabilità sociali e religiose per i contraenti. Gli storici della Roma Imperiale narrano di matrimoni celebrati tra uomini, segno per loro della decadenza dei costumi propria dei loro tempi.
Il mutato orientamento di vedute, dalla tolleranza greca all'intolleranza romana fu certamente dovuto al diffondersi del Cristianesimo il quale intendeva il matrimonio come orientato ai fini procreativi. L'intolleranza sorta in epoca romana si protrae oltre la caduta dell'Impero e permea l'atteggiamento dell'Europa cristiana medievale, nella quale le persone dello stesso sesso che volevano contrarre matrimonio ricorrevano a due espedienti: o contraffacevano il proprio sesso travestendosi o riproducevano in forma privata, priva di validità giuridica, i riti matrimoniali.
La scoperta delle Americhe pone gli europei ivi giunti di fronte allo scandalo delle società native, nelle quali il matrimonio omosessuale era ammesso a patto che uno dei due contraenti si travestisse con gli abiti del sesso opposto. Fu così che i conquistadores con l'aiuto dei missionari cattolici cominciarono una sanguinosa repressione di tali pratiche. Ancora duecento anni dopo, verso la fine del XVIII secolo il tentativo dei missionari spagnoli di estirpare il vizio tra gli indiani non aveva avuto pieno successo.
Intanto in Europa, in Francia ed Inghilterra soprattutto, in alcuni luoghi d'incontro per omosessuali si celebravano riti matrimoniali simbolici sino ed oltre la prima metà del secolo scorso.
In tempi recenti l'ampio dibattito sulla parità dei diritti tra eterosessuali ed omosessuali ha spinto molti Paesi a dotarsi di una legislazione per riconoscere e garantire i diritti alle forme di convivenza diverse dal matrimonio, definendo il campo delle Unioni Civili,
ossia quelle forme di convivenza fra due persone, legate da vincoli affettivi ed economici, che non accedono volontariamente all'istituto giuridico del matrimonio, o che sono impossibilitate a contrarlo, alle quali gli ordinamenti giuridici attribuiscono rilevanza o alle quali riconoscono uno status giuridico.
Già nel 1994 l'Unione europea ha emanato la Risoluzione per la parità dei diritti degli omosessuali e delle lesbiche nella comunità europea, nella quale si afferma che tutti i cittadini dell'Unione hanno gli stessi diritti, indipendentemente dalla loro origine, nazionalità, condizione sociale, dal loro credo religioso o orientamento sessuale e nella quale si invita la Commissione a porre fine "agli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali ovvero a un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la registrazione delle unioni" e "a qualsiasi limitazione del diritto degli omosessuali di essere genitori ovvero di adottare o avere in affidamento dei bambini". Nel 2003 poi la Corte Europea per i Diritti dell'Uomo ha stabilito che la coabitazione di partner dello stesso sesso ha il medesimo valore della coabitazione non registrata, riconosciuta in alcuni Stati dell'Unione per le coppie eterosessuali. Ma non tutti i Paesi membri hanno aderito alle direttive comunitarie, causando notevoli disagi e disattendendo gli Accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone, in quanto una coppia di fatto legalmente riconosciuta in uno stato potrebbe trovare notevoli difficoltà a trasferirsi in un altro dove la loro unione non ha status giuridico. Ad oggi solo Olanda, Spagna e Belgio hanno aperto il matrimonio alle coppie omosessuali. A parte l'Austria, l'Irlanda e l'Italia (che non prevedono alcuna legislazione per la regolamentazione delle unioni civili) tutti gli altri Paesi membri dell'Unione hanno adottato la forma giuridica delle unioni registrate, che prevedono specifici diritti e doveri anche per coppie dello stesso sesso oltre che alle convivenze formate da uomo e donna (come i tanto citati Pacs, Pacte civil de solidarité, in Francia o il Civil Partnership Act in Inghilterra). I diritti e doveri possono essere identici, lievemente diversi o molto diversi da quelli delle coppie normalmente sposate.
In Italia è indubbio che la forte ingerenza della Chiesa di Roma (non del Cattolicesimo) negli affari di Stato e l'ipocrisia di matrice cattolica (non il Cattolicesimo) propria della nostra classe politica e di larga parte della società civile abbiano frenato e frenino tutt'ora l'adozione di una legislazione che regolamenti le unioni civili.
I primi disegni di legge in proposito furono presentati già nel 1986 e sono divenuti numerosi a partire dagli anni Novanta, in concomitanza con i pressanti inviti da parte del Parlamento Europeo a parificare i diritti delle coppie omo e di quelle etero. Arrivando ad oggi, nel 2002 l'onorevole Franco Grillini presenta alla camera un disegno di legge che richiama i Pacs francesi e si ispira allo stesso tempo alle leggi sul matrimonio di area scandinava; la proposta di Grillini si scontra con il dogmatismo ecclesiale che pone il suo potente veto. Il Governo italiano si trova stretto in una tenaglia: da una parte la Chiesa di Roma ed i manieristi cattolici che si trovano in una posizione di netta maggioranza; dall'altra il tanto declamato europeismo prodiano che non può rimanere sordo agli inviti pressanti dell'Unione in materia di diritti dell'uomo e il movimento omosessuale. Si giunge così, nel Febbraio del 2007, al disegno di legge finalizzato al riconoscimento nell'ordinamento giuridico italiano di taluni diritti e doveri discendenti dai rapporti di convivenza registrati, i cosiddetti DICO, ossia i "Diritti e Doveri delle Persone Stabilmente Conviventi". Ma ancora una volta i manieristi cattolici insorgono e proclamano il 12 Maggio 2007 il Family Day, un milione di famiglie in piazza! Uniti sotto l'egida di Santa Madre Ecclesia per gridare no all'attacco all'istituzione familiare condotto dalla Sinistra e dai froci.
- Ma contro cosa protestate?
Contro i DICO

- Perché?
Perché dobbiamo proteggere le nostre famiglie
- Ma da cosa?
dai DICO
- Ma cosa sono questi DICO?
Un attacco all'istituzione familiare
- Ma perché?
Per dare una risposta a questa domanda occorre sapere cosa sono i DICO, qual è il loro contenuto.
Anzitutto occorre dire che
Il disegno di legge è finalizzato al riconoscimento giuridico alle convivenze che verranno iscritte nei registri anagrafici di ogni comune, intendendosi per conviventi «due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, non legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, affiliazione, tutela». I diritti essenziali sanciti dal disegno di legge riguardano:
  • La possibilità di designare il convivente come proprio rappresentante in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e volere per quanto attiene alle decisioni in materia di salute e, in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie;
  • si consente al convivente straniero che è già legalmente in Italia per altri motivi di ottenere il permesso di soggiorno per ragioni affettive;
  • L'attribuzione di punteggi aggiuntivi per i conviventi per quanto concerne le graduatori di attribuzione degli alloggi di edilizia pubblica;
  • La partecipazione del convivente agli utili di impresa;
  • La diminuzione dall'8% al 5% della tassa di successione;
  • La possibilità in caso di morte di uno dei conviventi, che sia conduttore nel contratto di locazione della comune abitazione, che l'altro convivente possa succedergli nel contratto, purché la convivenza perduri da almeno tre anni ovvero vi siano figli comuni;
  • Agevolazioni inerenti trasferimento o assegnazione di sede dei conviventi, purché la convivenza duri da tre anni;
  • Dopo nove anni di convivenza, fatti salvi i diritti dei cosiddetti legittimari (quelli i cui diritti sono comunque intangibili) al convivente spettano i diritti di abitazione nella casa adibita a residenza della convivenza e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni.
Una volta letto il testo del disegno di legge continuare a sostenere che questo sia un attacco al matrimonio tradizionale pare veramente insostenibile! Nessun diritto enunciato collide con gli interessi propri della famiglia tradizionalmente intesa. Ciò che si è tentato, in modo stentato, di fare appare più come un voler assicurare un minimo di riconoscimento sul versante dello status giuridico a coppie che si amano (e credo che troppe poche volte sia stata tirata in ballo la parola fondamentale alla base di tutto l'affair), ma che per un qualsiasi motivo decidono di o sono impediti a contrarre matrimonio. A ben vedere non si tratta di diritti della coppia, ma più che altro dei singoli componenti la coppia. A ragione le associazioni laiche si sono lamentate della pochezza del provvedimento che ancora una volta disattende in maniera assoluta le risoluzioni comunitarie in materia di diritti dell'uomo.
Ma allora perchè il Family day?
Perché le durissime parole di un rappresentante della Chiesa di Roma (non del Cattolicesimo), Monsignor Bagnasco, che tuona:
« È difficile dire dei no, porre dei paletti in ordine al bene quando viene a cadere un criterio oggettivo per giudicare il bene e il male, il vero e il falso. Se l'unico criterio diventa quello dell'opinione generale perché dire no, oggi a forme di convivenza stabile alternative alla famiglia, ma domani alla legalizzazione dell'incesto o della pedofilia tra persone consenzienti? » ?
Il rifiuto della Chiesa cattolica (non del cattolicesimo) è motivato affermando che l'antropologia cristiana, che è basata sulla Bibbia e sulla tradizione propria della Chiesa, considera conforme alla volontà di Dio solo la tendenza sessuale eterosessuale, e giudica "contro natura" e quindi peccaminosi gli atti omosessuali.
Mi preme avanzare alcune considerazioni.
Anzitutto credo che il compito delle Religioni, ivi incluso il cattolicesimo, e dei suoi rappresentanti, ivi inclusa la Chiesa di Roma, sia quello di dare un sostegno e di fornire una guida al credente nel suo cammino verso Dio, cammino verso che si estrinseca nel quotidiano di ciascuno. La Chiesa non deve e non può intervenire in terreni non di sua competenze. Non può avallare o contrastare una legge, non più! Mi sono sempre chiesto se fosse un caso che il periodo di maggior potere materiale e di maggiore ingerenza della Chiesa corrisponda storicamente all'epoca più buia della storia recente dell'umanità, il Medioevo. Non può sindacare su argomenti di natura sociale, come per l'appunto sulle richieste di riconoscimento dei propri diritti da parte degli omosessuali. Il suo compito è, per sua stessa ammissione, quello di pastore di anime. E senza distinzioni! Senza distinguere tra uomo e donna (cosa che tutt'ora non fa appieno,o meglio fa a livello formale ma non sostanziale), senza distinguere tra buoni e cattivi, santi e peccatori. Non può impedire ad uno Stato libero e laico di legiferare; ciò che la chiesa può fare è non chiedere ai propri fedeli di manifestare il proprio dissenso in sede sociale ma indirizzarli verso una scelta che sia la più vicina alla volontà di Dio ed alla propria dottrina. Può chiedere ai propri fedeli omosessuali di non usufruire di una legge, ma non ad uno Stato laico, lo ribadisco, di non legiferare. Deve lasciare al proprio fedele la possibilità di scegliere, e farlo secondo la propria coscienza!
Poi, caro Monsignor Bagansco, sono secoli che l'unico criterio oggettivo per giudicare il bene ed il male e saper distinguere tra i due è l'opinione pubblica. Anzi millenni, sin da quando l'uomo ha cominciato a vivere in società nella preistoria! Non vi è nulla di più innaturale della società. Ne sono esempi eclatanti la disparità ancora incolmata tra i tempi sociali della maturazione della donna e quelli fisiologici. Se consideriamo l'uomo alla guisa di qualsiasi altra specie presente sulla terra (e non vedo perché non dovremmo farlo dal momento che noi non possiamo affermare la nostra superiorità sulle altre specie finché non riusciremo a comprendere il modo di esperire di proprio di ognuna), una donna entra in età fertile e quindi è pronta alla procreazione già a 11/12 anni e termina il proprio ciclo riproduttivo attorno ai 40 anni. Ma sappiamo che oggi una donna in occidente si sposa attorno ai 30 anni, sottraendo così quasi 20 anni del proprio periodo di fertilità al progetto della natura. A livello di perpetuazione della specie ciò è alquanto illogico! Ma a livello sociale (che noi consideriamo preponderante e quindi artificiosamente naturale) è inconcepibile e deprecabile la pedofilia.
Oppure allo stesso modo nocivo per il progetto di specie è il progresso medico, in quanto consentendo la vita di tutti, anche dei non geneticamente sani, fa si che la specie umana sia sempre più debole in quanto i geni "cattivi" non vengono più soppressi con il processo di selezione naturale. Ma allo stesso modo è inconcepibile per noi lasciare morire un nostro caro senza prestargli il massimo dei soccorsi possibili.
Per queste ed altre ragioni ritengo le frasi di Monsignor Bagnasco fuori da qualsiasi ratio.
Altra considerazione riguarda due categorie sociali coinvolte nella vicenda: i politici ed i giornalisti.
Credo di aver già abbondantemente espresso nel post precedente (I'm beginning to se the light...) il mio pensiero su di essi e sull'imagologia. Mi pare ovvio sostenere che la Chiesa di Roma, per altrettanto ovvie ragioni, è un forte centro di potere imagologico e che dunque politica e giornalismo non siano esenti dai suoi effluvi perversi. Ma a ciò va aggiunta un'altra pecca propria di questi eminenti categorie sociali: l'ipocrisia!
Nonostante alle coppie di fatto non siano riconosciuti gli stessi diritti delle coppie sposate, esistono delle eccezioni per alcune categorie di persone, ed indovinate per quali! Per i giornalisti nella coppia di fatto il partner può usufruire della Cassa mutua sanitaria in uso per la categoria professionale; gli Onorevoli non solo usufruiscono dello stesso diritto dei giornalisti, ma in più possono trasmettere la pensione di reversibilità al partner sopravvissuto. Inoltre, le coppie non sposate di parlamentari, hanno anche il diritto all'adozione di minori. Loro si e gli altri no! Come sempre...Sarà un caso? I diritti di classe o di categoria non dovrebbero più esistere. Non esiste una carta fondamentale dei diritti degli onorevoli o dei giornalisti, esiste invece una Carta Fondamentale dei Diritti dell'Uomo! Ed in questa Carta la parola Uomo deve essere intesa come appartenente al genere umano, senza distinzioni di alcun tipo.
Per concludere vorrei affrontare quello che credo sia il nocciolo del problema.
Gli omosessuali (anche se racchiudere con un unico termine in un'unica categoria un universo vastissimo di personalità individuali e irripetibili lascia il tempo che trova, ma è utile in sede espositiva) sono la parte in causa di questa querelle. E' da loro che è partita la spinta verso il cambiamento. Sono loro che devono lottare per i propri diritti; ma se vogliono avere una possibilità di riuscire nel loro intento secondo me devono imparare una lezione fondamentale: devono portare dalla loro parte la società civile prima ancora di chiedere dei riconoscimenti giuridici; e per farlo devono puntare sulle somiglianze con le famiglie etero, mettendole bene in evidenza. Per natura l'essere umano teme e diffida di ciò che non conosce e di ciò che è diverso. Quante volte abbiamo udito la parola diverso usata come sinonimo di omosessuale! Per questo credo che le carnevalate alla Gay Pride siano controproducenti, ed è questo che il movimento omosessuale dovrebbe capire. Il diritto a manifestare non lo metto in discussione, lungi da me. Ma la stragrande maggioranza della gente non capisce che, a livello di immagine e non di contenuti, il Gay Pride è un pò come la Love Parade di Berlino (ma noi sappiamo che è l'immagine che conta, non il contenuto). La gente che va al Gay Pride vestita in modo estroso, semi-nuda, accentuando volutamente i propri tratti omo fa solo del danno a se stessa! Io, e come me altri, lo so che nella vita di tutti i giorni quella stessa gente vive, si alza la mattina ed ha le stesse preoccupazioni, gli stessi obblighi, le stesse gioie e gli stessi dolori di qualunque altro essere umano e che quelle manifestazioni sono delle carnevalate, per l'appunto, in cui divertirsi e far festa. Ma la famosissima casalinga di Voghera (mi riservo sin d'ora i diritti su questo titolo!) non la pensa come me. Vi guarda e pensa: io non lo farei mai, ho figli e marito! E' questo che dovete capire. Apparire diversi nuoce solo a voi. Sono convinto che sarebbe più assordante e visibile l'ostentazione della vostra somiglianza alla coppia ed alla persona etero che la rimarcazione della vostra diversità. Se agli occhi degli altri apparite diversi non potete pretendere che propri quegli altri vi aiutino o non vi ostacolino nella rivendicazioni dei vostri diritti.
Parafrasando Shakespeare:

Che significa "Omosessuale"? Nulla: non
una mano, non un piede, non un braccio,
non la faccia, né u
n'altra parte qualunque del corpo
di un uomo. Che cosa c'è in un
nome? Ciò che noi
chiamiamo con il
nome di amore, anche se
lo chiamassimo
con un altro nome, serberebbe pur
sempre lo stesso dolce profumo.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Che dire...intervento spendido! Non reuscivo a smettere di leggere.
Hai un modo affascinante di scrivere!
Ci sentiamo presto. Un bacione.