martedì 17 luglio 2007

V - Day


Sosteniamo l'iniziativa di Beppe Grillo, sarebbe già qualcosa vedere facce nuove ogni 14 anni e non avere pregiudicati in Parlamento! L'8 Settembre nelle piazze di Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino, Modena, Catania, Palermo saranno organizzati dai meetup dei banchetti per la raccolta delle firme necessarie a dar forza alla proposta di legge di iniziativa popolare presentata alla Cassazione denominata "Parlamento Pulito". Accorriamo in tanti, per cambiare le regole del gioco a volte basta apporre una firma!

martedì 10 luglio 2007

L'Amore negato

« Che significa "Montecchi"? Nulla: non
una mano, non un piede, non un braccio,
non la faccia, né u
n'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Che cosa c'è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. »


(W. Shakespeare, The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet)


Il desiderio di contrarre matrimonio caratterizza storicamente la comunità omosessuale ma da sempre deve scontrarsi con la ferrea opposizione della società.
Già nella Grecia antica il rapporto pederastico tra l'adulto (erastès) e il giovane (eroménos) comportava delle specifiche responsabilità sociali e religiose per i contraenti. Gli storici della Roma Imperiale narrano di matrimoni celebrati tra uomini, segno per loro della decadenza dei costumi propria dei loro tempi.
Il mutato orientamento di vedute, dalla tolleranza greca all'intolleranza romana fu certamente dovuto al diffondersi del Cristianesimo il quale intendeva il matrimonio come orientato ai fini procreativi. L'intolleranza sorta in epoca romana si protrae oltre la caduta dell'Impero e permea l'atteggiamento dell'Europa cristiana medievale, nella quale le persone dello stesso sesso che volevano contrarre matrimonio ricorrevano a due espedienti: o contraffacevano il proprio sesso travestendosi o riproducevano in forma privata, priva di validità giuridica, i riti matrimoniali.
La scoperta delle Americhe pone gli europei ivi giunti di fronte allo scandalo delle società native, nelle quali il matrimonio omosessuale era ammesso a patto che uno dei due contraenti si travestisse con gli abiti del sesso opposto. Fu così che i conquistadores con l'aiuto dei missionari cattolici cominciarono una sanguinosa repressione di tali pratiche. Ancora duecento anni dopo, verso la fine del XVIII secolo il tentativo dei missionari spagnoli di estirpare il vizio tra gli indiani non aveva avuto pieno successo.
Intanto in Europa, in Francia ed Inghilterra soprattutto, in alcuni luoghi d'incontro per omosessuali si celebravano riti matrimoniali simbolici sino ed oltre la prima metà del secolo scorso.
In tempi recenti l'ampio dibattito sulla parità dei diritti tra eterosessuali ed omosessuali ha spinto molti Paesi a dotarsi di una legislazione per riconoscere e garantire i diritti alle forme di convivenza diverse dal matrimonio, definendo il campo delle Unioni Civili,
ossia quelle forme di convivenza fra due persone, legate da vincoli affettivi ed economici, che non accedono volontariamente all'istituto giuridico del matrimonio, o che sono impossibilitate a contrarlo, alle quali gli ordinamenti giuridici attribuiscono rilevanza o alle quali riconoscono uno status giuridico.
Già nel 1994 l'Unione europea ha emanato la Risoluzione per la parità dei diritti degli omosessuali e delle lesbiche nella comunità europea, nella quale si afferma che tutti i cittadini dell'Unione hanno gli stessi diritti, indipendentemente dalla loro origine, nazionalità, condizione sociale, dal loro credo religioso o orientamento sessuale e nella quale si invita la Commissione a porre fine "agli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali ovvero a un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la registrazione delle unioni" e "a qualsiasi limitazione del diritto degli omosessuali di essere genitori ovvero di adottare o avere in affidamento dei bambini". Nel 2003 poi la Corte Europea per i Diritti dell'Uomo ha stabilito che la coabitazione di partner dello stesso sesso ha il medesimo valore della coabitazione non registrata, riconosciuta in alcuni Stati dell'Unione per le coppie eterosessuali. Ma non tutti i Paesi membri hanno aderito alle direttive comunitarie, causando notevoli disagi e disattendendo gli Accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone, in quanto una coppia di fatto legalmente riconosciuta in uno stato potrebbe trovare notevoli difficoltà a trasferirsi in un altro dove la loro unione non ha status giuridico. Ad oggi solo Olanda, Spagna e Belgio hanno aperto il matrimonio alle coppie omosessuali. A parte l'Austria, l'Irlanda e l'Italia (che non prevedono alcuna legislazione per la regolamentazione delle unioni civili) tutti gli altri Paesi membri dell'Unione hanno adottato la forma giuridica delle unioni registrate, che prevedono specifici diritti e doveri anche per coppie dello stesso sesso oltre che alle convivenze formate da uomo e donna (come i tanto citati Pacs, Pacte civil de solidarité, in Francia o il Civil Partnership Act in Inghilterra). I diritti e doveri possono essere identici, lievemente diversi o molto diversi da quelli delle coppie normalmente sposate.
In Italia è indubbio che la forte ingerenza della Chiesa di Roma (non del Cattolicesimo) negli affari di Stato e l'ipocrisia di matrice cattolica (non il Cattolicesimo) propria della nostra classe politica e di larga parte della società civile abbiano frenato e frenino tutt'ora l'adozione di una legislazione che regolamenti le unioni civili.
I primi disegni di legge in proposito furono presentati già nel 1986 e sono divenuti numerosi a partire dagli anni Novanta, in concomitanza con i pressanti inviti da parte del Parlamento Europeo a parificare i diritti delle coppie omo e di quelle etero. Arrivando ad oggi, nel 2002 l'onorevole Franco Grillini presenta alla camera un disegno di legge che richiama i Pacs francesi e si ispira allo stesso tempo alle leggi sul matrimonio di area scandinava; la proposta di Grillini si scontra con il dogmatismo ecclesiale che pone il suo potente veto. Il Governo italiano si trova stretto in una tenaglia: da una parte la Chiesa di Roma ed i manieristi cattolici che si trovano in una posizione di netta maggioranza; dall'altra il tanto declamato europeismo prodiano che non può rimanere sordo agli inviti pressanti dell'Unione in materia di diritti dell'uomo e il movimento omosessuale. Si giunge così, nel Febbraio del 2007, al disegno di legge finalizzato al riconoscimento nell'ordinamento giuridico italiano di taluni diritti e doveri discendenti dai rapporti di convivenza registrati, i cosiddetti DICO, ossia i "Diritti e Doveri delle Persone Stabilmente Conviventi". Ma ancora una volta i manieristi cattolici insorgono e proclamano il 12 Maggio 2007 il Family Day, un milione di famiglie in piazza! Uniti sotto l'egida di Santa Madre Ecclesia per gridare no all'attacco all'istituzione familiare condotto dalla Sinistra e dai froci.
- Ma contro cosa protestate?
Contro i DICO

- Perché?
Perché dobbiamo proteggere le nostre famiglie
- Ma da cosa?
dai DICO
- Ma cosa sono questi DICO?
Un attacco all'istituzione familiare
- Ma perché?
Per dare una risposta a questa domanda occorre sapere cosa sono i DICO, qual è il loro contenuto.
Anzitutto occorre dire che
Il disegno di legge è finalizzato al riconoscimento giuridico alle convivenze che verranno iscritte nei registri anagrafici di ogni comune, intendendosi per conviventi «due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, non legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, affiliazione, tutela». I diritti essenziali sanciti dal disegno di legge riguardano:
  • La possibilità di designare il convivente come proprio rappresentante in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e volere per quanto attiene alle decisioni in materia di salute e, in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie;
  • si consente al convivente straniero che è già legalmente in Italia per altri motivi di ottenere il permesso di soggiorno per ragioni affettive;
  • L'attribuzione di punteggi aggiuntivi per i conviventi per quanto concerne le graduatori di attribuzione degli alloggi di edilizia pubblica;
  • La partecipazione del convivente agli utili di impresa;
  • La diminuzione dall'8% al 5% della tassa di successione;
  • La possibilità in caso di morte di uno dei conviventi, che sia conduttore nel contratto di locazione della comune abitazione, che l'altro convivente possa succedergli nel contratto, purché la convivenza perduri da almeno tre anni ovvero vi siano figli comuni;
  • Agevolazioni inerenti trasferimento o assegnazione di sede dei conviventi, purché la convivenza duri da tre anni;
  • Dopo nove anni di convivenza, fatti salvi i diritti dei cosiddetti legittimari (quelli i cui diritti sono comunque intangibili) al convivente spettano i diritti di abitazione nella casa adibita a residenza della convivenza e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni.
Una volta letto il testo del disegno di legge continuare a sostenere che questo sia un attacco al matrimonio tradizionale pare veramente insostenibile! Nessun diritto enunciato collide con gli interessi propri della famiglia tradizionalmente intesa. Ciò che si è tentato, in modo stentato, di fare appare più come un voler assicurare un minimo di riconoscimento sul versante dello status giuridico a coppie che si amano (e credo che troppe poche volte sia stata tirata in ballo la parola fondamentale alla base di tutto l'affair), ma che per un qualsiasi motivo decidono di o sono impediti a contrarre matrimonio. A ben vedere non si tratta di diritti della coppia, ma più che altro dei singoli componenti la coppia. A ragione le associazioni laiche si sono lamentate della pochezza del provvedimento che ancora una volta disattende in maniera assoluta le risoluzioni comunitarie in materia di diritti dell'uomo.
Ma allora perchè il Family day?
Perché le durissime parole di un rappresentante della Chiesa di Roma (non del Cattolicesimo), Monsignor Bagnasco, che tuona:
« È difficile dire dei no, porre dei paletti in ordine al bene quando viene a cadere un criterio oggettivo per giudicare il bene e il male, il vero e il falso. Se l'unico criterio diventa quello dell'opinione generale perché dire no, oggi a forme di convivenza stabile alternative alla famiglia, ma domani alla legalizzazione dell'incesto o della pedofilia tra persone consenzienti? » ?
Il rifiuto della Chiesa cattolica (non del cattolicesimo) è motivato affermando che l'antropologia cristiana, che è basata sulla Bibbia e sulla tradizione propria della Chiesa, considera conforme alla volontà di Dio solo la tendenza sessuale eterosessuale, e giudica "contro natura" e quindi peccaminosi gli atti omosessuali.
Mi preme avanzare alcune considerazioni.
Anzitutto credo che il compito delle Religioni, ivi incluso il cattolicesimo, e dei suoi rappresentanti, ivi inclusa la Chiesa di Roma, sia quello di dare un sostegno e di fornire una guida al credente nel suo cammino verso Dio, cammino verso che si estrinseca nel quotidiano di ciascuno. La Chiesa non deve e non può intervenire in terreni non di sua competenze. Non può avallare o contrastare una legge, non più! Mi sono sempre chiesto se fosse un caso che il periodo di maggior potere materiale e di maggiore ingerenza della Chiesa corrisponda storicamente all'epoca più buia della storia recente dell'umanità, il Medioevo. Non può sindacare su argomenti di natura sociale, come per l'appunto sulle richieste di riconoscimento dei propri diritti da parte degli omosessuali. Il suo compito è, per sua stessa ammissione, quello di pastore di anime. E senza distinzioni! Senza distinguere tra uomo e donna (cosa che tutt'ora non fa appieno,o meglio fa a livello formale ma non sostanziale), senza distinguere tra buoni e cattivi, santi e peccatori. Non può impedire ad uno Stato libero e laico di legiferare; ciò che la chiesa può fare è non chiedere ai propri fedeli di manifestare il proprio dissenso in sede sociale ma indirizzarli verso una scelta che sia la più vicina alla volontà di Dio ed alla propria dottrina. Può chiedere ai propri fedeli omosessuali di non usufruire di una legge, ma non ad uno Stato laico, lo ribadisco, di non legiferare. Deve lasciare al proprio fedele la possibilità di scegliere, e farlo secondo la propria coscienza!
Poi, caro Monsignor Bagansco, sono secoli che l'unico criterio oggettivo per giudicare il bene ed il male e saper distinguere tra i due è l'opinione pubblica. Anzi millenni, sin da quando l'uomo ha cominciato a vivere in società nella preistoria! Non vi è nulla di più innaturale della società. Ne sono esempi eclatanti la disparità ancora incolmata tra i tempi sociali della maturazione della donna e quelli fisiologici. Se consideriamo l'uomo alla guisa di qualsiasi altra specie presente sulla terra (e non vedo perché non dovremmo farlo dal momento che noi non possiamo affermare la nostra superiorità sulle altre specie finché non riusciremo a comprendere il modo di esperire di proprio di ognuna), una donna entra in età fertile e quindi è pronta alla procreazione già a 11/12 anni e termina il proprio ciclo riproduttivo attorno ai 40 anni. Ma sappiamo che oggi una donna in occidente si sposa attorno ai 30 anni, sottraendo così quasi 20 anni del proprio periodo di fertilità al progetto della natura. A livello di perpetuazione della specie ciò è alquanto illogico! Ma a livello sociale (che noi consideriamo preponderante e quindi artificiosamente naturale) è inconcepibile e deprecabile la pedofilia.
Oppure allo stesso modo nocivo per il progetto di specie è il progresso medico, in quanto consentendo la vita di tutti, anche dei non geneticamente sani, fa si che la specie umana sia sempre più debole in quanto i geni "cattivi" non vengono più soppressi con il processo di selezione naturale. Ma allo stesso modo è inconcepibile per noi lasciare morire un nostro caro senza prestargli il massimo dei soccorsi possibili.
Per queste ed altre ragioni ritengo le frasi di Monsignor Bagnasco fuori da qualsiasi ratio.
Altra considerazione riguarda due categorie sociali coinvolte nella vicenda: i politici ed i giornalisti.
Credo di aver già abbondantemente espresso nel post precedente (I'm beginning to se the light...) il mio pensiero su di essi e sull'imagologia. Mi pare ovvio sostenere che la Chiesa di Roma, per altrettanto ovvie ragioni, è un forte centro di potere imagologico e che dunque politica e giornalismo non siano esenti dai suoi effluvi perversi. Ma a ciò va aggiunta un'altra pecca propria di questi eminenti categorie sociali: l'ipocrisia!
Nonostante alle coppie di fatto non siano riconosciuti gli stessi diritti delle coppie sposate, esistono delle eccezioni per alcune categorie di persone, ed indovinate per quali! Per i giornalisti nella coppia di fatto il partner può usufruire della Cassa mutua sanitaria in uso per la categoria professionale; gli Onorevoli non solo usufruiscono dello stesso diritto dei giornalisti, ma in più possono trasmettere la pensione di reversibilità al partner sopravvissuto. Inoltre, le coppie non sposate di parlamentari, hanno anche il diritto all'adozione di minori. Loro si e gli altri no! Come sempre...Sarà un caso? I diritti di classe o di categoria non dovrebbero più esistere. Non esiste una carta fondamentale dei diritti degli onorevoli o dei giornalisti, esiste invece una Carta Fondamentale dei Diritti dell'Uomo! Ed in questa Carta la parola Uomo deve essere intesa come appartenente al genere umano, senza distinzioni di alcun tipo.
Per concludere vorrei affrontare quello che credo sia il nocciolo del problema.
Gli omosessuali (anche se racchiudere con un unico termine in un'unica categoria un universo vastissimo di personalità individuali e irripetibili lascia il tempo che trova, ma è utile in sede espositiva) sono la parte in causa di questa querelle. E' da loro che è partita la spinta verso il cambiamento. Sono loro che devono lottare per i propri diritti; ma se vogliono avere una possibilità di riuscire nel loro intento secondo me devono imparare una lezione fondamentale: devono portare dalla loro parte la società civile prima ancora di chiedere dei riconoscimenti giuridici; e per farlo devono puntare sulle somiglianze con le famiglie etero, mettendole bene in evidenza. Per natura l'essere umano teme e diffida di ciò che non conosce e di ciò che è diverso. Quante volte abbiamo udito la parola diverso usata come sinonimo di omosessuale! Per questo credo che le carnevalate alla Gay Pride siano controproducenti, ed è questo che il movimento omosessuale dovrebbe capire. Il diritto a manifestare non lo metto in discussione, lungi da me. Ma la stragrande maggioranza della gente non capisce che, a livello di immagine e non di contenuti, il Gay Pride è un pò come la Love Parade di Berlino (ma noi sappiamo che è l'immagine che conta, non il contenuto). La gente che va al Gay Pride vestita in modo estroso, semi-nuda, accentuando volutamente i propri tratti omo fa solo del danno a se stessa! Io, e come me altri, lo so che nella vita di tutti i giorni quella stessa gente vive, si alza la mattina ed ha le stesse preoccupazioni, gli stessi obblighi, le stesse gioie e gli stessi dolori di qualunque altro essere umano e che quelle manifestazioni sono delle carnevalate, per l'appunto, in cui divertirsi e far festa. Ma la famosissima casalinga di Voghera (mi riservo sin d'ora i diritti su questo titolo!) non la pensa come me. Vi guarda e pensa: io non lo farei mai, ho figli e marito! E' questo che dovete capire. Apparire diversi nuoce solo a voi. Sono convinto che sarebbe più assordante e visibile l'ostentazione della vostra somiglianza alla coppia ed alla persona etero che la rimarcazione della vostra diversità. Se agli occhi degli altri apparite diversi non potete pretendere che propri quegli altri vi aiutino o non vi ostacolino nella rivendicazioni dei vostri diritti.
Parafrasando Shakespeare:

Che significa "Omosessuale"? Nulla: non
una mano, non un piede, non un braccio,
non la faccia, né u
n'altra parte qualunque del corpo
di un uomo. Che cosa c'è in un
nome? Ciò che noi
chiamiamo con il
nome di amore, anche se
lo chiamassimo
con un altro nome, serberebbe pur
sempre lo stesso dolce profumo.

mercoledì 4 luglio 2007

I'm beginning to see the light...

Well I'm beginning to see the light.
Well I'm beginning to see the light.
Some people work very hard,
But still they never get it right.

Il caso, le coincidenze e, nell'accezione errata diventata oramai di uso comune, il fato o il destino (che in realtà nulla hanno a che fare con l'idea del caso in quanto indicano invero una predeterminazione per cui nulla è casuale)...esistono?
La mia personale convinzione mi porta a propendere per il no. Vi faccio un esempio aiutandomi con le parole di Milan Kundera che così si esprime su Aristotele:
<<
L'episodio è un concetto importante della Poetica di Aristotele. Aristotele non ama l'episodio. Tra tutti gli avvenimenti, secondo lui, i peggiori sono gli avvenimenti episodici. L'episodio non è la necessaria conseguenza di ciò che è venuto prima, né la causa di ciò che seguirà; si colloca al di fuori di quella catena causale di avvenimenti che è la storia. E' un semplice caso sterile e può essere eliminato senza che la storia perda il suo chiaro nesso, e che non lascia alcuna traccia duratura nella vita dei personaggi>> (M. Kundera, L'Immoratalità).
Ciò che Aristotele anzitutto non coglie è a mio avviso il fatto che ogni essere vivente è la somma di ogni singolo gesto egli compia, ogni singolo accadimento gli accada, ogni singola scelta egli scelga nel corso della propria vita. Anche un avvenimento episodico può incidere in maniera più o meno significativa sul nostro Io. Potremmo collocare questa obiezione su di un versante ontogenetico, ossia proprio dello sviluppo di ogni singolo individuo. Ma anche da un punto di vista filogenetico, ossia di sviluppo della specie, l'episodio rivela la sua forza.
Non solo. Riprendendo il discorso di Kundera:
<< [...] constatiamo la relatività del concetto di episodio, relatività che Aristotele non riuscì a capire: nessuno infatti può garantire che un avvenimento del tutto episodico non servi in sé una forza che un giorno, inaspettatamente lo farà diventare causa di ulteriori avvenimenti. [...]. Possiamo quindi completare la definizione di Aristotele e dire: nessun episodio è condannato a priori a restare per sempre un episodio, poiché ogni avvenimento, anche il più irrilevante, nasconde in sé la possibilità di diventare prima o poi la causa di altri avvenimenti e trasformarsi così in una storia o in un'avventura>>.
Collocandosi al di fuori di quella catena causale di avvenimenti che è la storia, l'episodio può apparirci come il più immediato esempio di casualità, ma così non è.
Prendiamo ad esempio due persone A e B.
Frequentano lo stesso liceo, diventano amici, giungono alla maturità dopodiché ognuno intraprende la propria strada così da perdersi di vista. Trent'anni dopo A passeggia per strada tenendo al guinzaglio il proprio cane. Una donna chiede ad A di aiutarla a sollevare dal carrello le buste della spesa per riporle nel bagagliaio della propria auto e, nell'aiutare la donna, A perde per un attimo la presa sul guinzaglio, così che il cane sentendosi libero dalla presa del padrone, inizia a correre per la strada e giunto in fondo volta a destra. A si affanna a correre dietro al proprio cane, quando voltato di corsa l'angolo incoccia violentemente contro qualcosa e cade. Si tira su e...sorpresa! Quel qualcosa contro cui ha sbattuto è il suo vecchio amico B.
A prima vista queste poche righe sembrerebbero smentirmi! Concedetevi un paio di minuti prima di proseguire e rileggete quanto sopra.
Quante casualità riuscite a riscontrare? Molte...
Io neanche una! Tutto ciò che accade nel breve racconto citato non ha nulla a che vedere col caso. Tutto e dico tutto è il frutto di singole scelte. Anzitutto il fatto che A e B decidano entrambi di iscriversi allo stesso liceo. Poi il fatto che A decide di portar a spasso il cane. Poi il fatto che la signora decide di farsi aiutare (episodio di Aristotelica memoria). Altra decisione quella presa da A di aiutare la signora. Altra ancora quella del cane che sceglie la destra.
Voi direte..."Ok, ma come la metti con B? Passava li per caso".
Niente affatto!
Anche il fatto che B si trovasse lì in quel preciso istante è il frutto dei singoli episodi e delle singole scelte della sua esistenza. Nulla di ciò che ci accade è legato al caso. Anche la più inverosimile, grottesca o assurda coincidenza è il frutto delle nostre e delle altrui scelte. Tutto è Storia.
Per questa ragione non credo sia un caso se oggi ascolto per la prima volta una canzone scritta oltre trent'anni fa da Lou Reed che recita I'm beginnig to see the light e allo stesso tempo leggo un libro che mi fa sentire meno solo nel mio essere alieno in QUESTA realtà e vengo a conoscenza di una notizia che per me equivale veramente a "cominciare a vedere la luce"!
La notizia è questa:
" Mika Brzezinski, conduttrice della trasmissione Morning Joe della rete Msnbc, ha dimostrato di essere una giornalista. In diretta si è rifiutata di dare come prima notizia la scarcerazione di Paris Hilton. Si è scusata a nome della rete con i tre milioni di telespettatori: “Mi devo scusare per la nostra notizia di apertura. Io odio questa storia. Non credo che dovrebbe essere la nostra apertura.” Ha poi cercato di bruciare con un accendino il foglio con la notizia, non c’è riuscita, allora lo ha inserito nel tritadocumenti " (dal blog di Beppe Grillo).
FINALMENTE!
Finalmente le coscienze cominciano a muoversi. Da anni stanno cercando di assopirci, di deviare la nostra attenzione sul futile, invadendo il privato dei personaggi pubblici e spiattellandocelo in tutte le salse per obnubilare ciò che realmente conta.
Pochi sanno cosa realmente accade nel mondo, non perché per noi non sia importante ma perché loro ci dicono a cosa interessarci!
E quando qualcuno in coscienza si rifiuta di sottostare ai diktat imposti da loro trova pochi consensi e molta diffidenza. Quanti telegiornali italiani hanno dedicato spazio alla notizia? Non capita tutti i giorni di vedere una giornalista prendere una velina e tentare di darle fuoco con un accendino! Eppure...
Eppure Mika è rimasta sola, il suo gesto potrebbe rimanere un episodio, nell'accezione aristotelica, o forse no. Forse un giorno qualcosa cambierà e anche grazie al suo gesto. Premeditato o meno che fosse l'impatto visivo simbolico del gesto della Brzezinski sprigiona una potenza che non può lasciare indifferenti! (potete vedere il video su YouTube)
Più che le sue parole, sono i suoi gesti ad esprimere il disagio e la violenza che scaturiscono dall'inutilità e che contro di essa si volgono. Il tentativo spasmodico di far funzionare l'accendino, la mano che trema e che poi diventa salda e decisa mentre strappa il foglio su cui la notizia è impressa. La giornalista che lascia la sua postazione in studio alla ricerca di un tritacarte in cui gettare la scaletta.
Se ne dovrebbe parlare ovunque! Dove sono gli intellettuali che tanto disprezzano la tv spazzatura, i reality, la non cultura televisiva (la Cultura, sia intesa come Cultura-arte che come substrato comune di un popolo, è qualcosa che viene dal basso, dalla gente e che successivamente, se condivisa, diviene sociale. La televisione è un mezzo! Un mezzo non crea contenuti, li veicola. Noi abbiamo permesso che la trasformassero in un mezzo del potere!)? Non sento le loro voci! E' forse il Sistema a farli tacere? A non farli accedere ai propri canali? Non credo affatto! Più semplicemente anche loro sono vittima del grande male della nostra epoca.
L'indifferenza!
Loro che negli anni '60-'70 del secolo scorso osannavano Marcuse tenendo in alto come una bibbia il suo L'uomo ad una dimensione si sono lasciati soggiogare dal potere.
Ma chi controlla oggi il potere? Chi decide delle nostre vite dicendoci cosa è meglio per noi e cosa no, chi decide del nostro futuro lasciando che il passato cada nell'oblio?
I politici? Non diciamo stronzate! Chi li ascolta più i politici. Anzi, forse qualcuno li ascolterebbe se esistessero ancora. La classe politica è svanita. Si è biodegradata! Si è esposta troppo e troppo lungo ai colpi del potere tanto da rimanerne irrimediabilmente alterata e consunta.
Ma allora, cadute le ideologie (perché questa è Politica, non l'amministrazione della res publica che spetta ai tecnici, quelli che Weber definiva burocrati, bensì la definizione dei fini e degli
scopi propri di un popolo mediata dalla PROPRIA cultura) chi controlla il potere oggi?
Vorrei avvalermi ancora una volta delle parole di Kundera che dedica un paragrafo di un suo libro già citato, L'immortalità, a questo argomento:
<<
Il politico dipende dal giornalista (nel paragrafo precedente aveva osservato come l'immagine che il popolo ha di un politico dipende quasi interamente da quella che di questi veicolano i mezzi d'informazione n.d.r.). Ma da chi dipendono i giornalisti? Da chi li paga. E a pagarli sono le agenzie pubblicitarie, che per la loro pubblicità comprano lo spazio sui giornali e il tempo alla televisione. A tutta prima c'è da credere che esse debbano rivolgersi senza esitare ai giornali che hanno una grande tiratura e che possono quindi incrementare le vendite del prodotto offerto. Ma questa è una visione ingenua della faccenda. La vendita del prodotto c'entra meno di quanto pensiamo. Basta guardare i paesi comunisti: non si può certo affermare che i milioni di ritratti di Lenin appesi ovunque andiate possano aumentare l'amore per Lenin. Le agenzie pubblicitarie del partito comunista (le cosiddette sezioni di agitazione e propaganda) già da tempo hanno dimenticato lo scopo pratico della loro attività (far amare il sistema comunista) e sono diventate esse stesse il proprio scopo: hanno creato una loro lingua, le loro formule, una loro estetica (i direttori di queste agenzie avevano un tempo potere assoluto sull'arte dei loro paesi), un loro stile di vita, che coltivano, diffondono e impongono alle povere nazioni.
Obiettate che pubblicità e propaganda non sono paragonabili, perchè una è al servizio del commercio e l'altra dell'ideologia? Non capite niente. Circa cento anni fa in Russia i marxisti perseguitati iniziarono a riunirsi segretamente in piccoli circoli per studiare il Manifesto di Marx; semplificarono il contenuto di quella semplice ideologia per diffonderla in circoli più
ampi, i cui membri, dopo aver ulteriormente semplificato quella semplificazione del semplice, continuarono a tramandarla e a diffonderla sempre più, finché, quando il marxismo divenne noto e potente in tutto il pianeta, di esso non restava altro che una raccolta di sei o sette slogan, legati tra loro così stentatamente che è difficile chiamarlo ideologia. E proprio perchè ormai da tempo ciò che è rimasto di Marx non costituisce più un sistema logico di idee, bensì unicamente una serie di immagini e di slogan suggestivi (l'operaio che sorride impugnando il martello, il negro, il bianco e il giallo che si tengono fraternamente per mano, la colomba della pace che spicca il volo verso il cielo, eccetera, eccetera), a buon diritto possiamo parlare di una graduale e planetaria trasformazione dell'ideologia in imagologia.
[...]. Importa (invece) che questa parola ci consenta finalmente di riunire sotto lo stesso tetto cose che hanno nomi diversissimi: le agenzie pubblicitarie; gli esperti di immagine al servizio degli uomini di Stato; i designer che progettano la linea delle automobili e l'attrezzatura delle palestre; i creatori di moda; i barbieri; le star dello show business che fissano la norma della bellezza fisica, alla quale ubbidiscono tutti i rami dell'imagologia.
Gli imagologi, naturalmente, esistevano assai prima di creare la loro potente istituzione, così come la conosciamo oggi. Anche Hitler aveva il suo imagologo personale, che pazientemente, in piedi davanti a lui, gli mostrava quali gesti eseguire durante i comizi per affascinare le masse. Ma se quell'imagologo, in un'intervista ai giornali, avesse fatto ai tedeschi un divertente ritratto di Hitler incapace di muovere le mani, non sarebbe sopravvissuto alla sua indiscrezione più di mezza giornata. Oggi invece l'imagologo non solo non nasconde la sua attività, ma addirittura parla spesso lui al posto dei suoi uomini di Stato, e spiega al pubblico che cosa gli ha insegnato a fare e a non fare, in che modo essi metteranno in pratica le sue istruzioni, quali formule utilizzeranno e quale cravatta indosseranno. E non stupiamoci della sua sicurezza: l'imagologia ha riportato negli ultimi decenni una vittoria storica sull'ideologia.
Tutte le ideologie sono state sconfitte: i loro dogmi sono stati infine smascherati come illusioni e la gente ha smesso di prenderli sul serio. I comunisti, ad esempio, credevano che con lo sviluppo del capitalismo il proletariato sarebbe diventato sempre più povero, e quando un giorno fu dimostrato che gli operai di tutta Europa andavano al lavoro in macchina, essi sentirono una gran voglia di gridare che la realtà barava. La realtà era più forte dell'ideologia. E proprio in questo senso l'imagologia l'ha superata: l'imagologia è più forte della realtà, che del resto da molto tempo ha smesso di essere per l'uomo quello che era per mia nonna, la quale viveva in un paese della Moravia e conosceva ancora tutto per esperienza personale: come si cuoce il pane, come si costruisce una casa, come si uccide il maiale, come si fa affumicare la carne, come si imbottiscono i piumini, che cosa pensavano del mondo il parroco e il maestro; ogni giorno incontrava tutto il villaggio e sapeva quanti omicidi erano stati commessi nei dintorni da dieci anni a quella parte; aveva, per così dire, un controllo personale sulla realtà, cosicché nessuno poteva darle a bere che l'agricoltura in Moravia era fiorente se in casa
sua non c'era da mangiare. A Parigi il mio vicino passa il suo tempo in un ufficio, dove siede per otto ore di fronte ad un altro impiegato, poi monta in macchina, torna a casa, accende la televisione e quando l'annunciatore lo informa che secondo un sondaggio d'opinione la maggioranza dei francesi ha deciso che la Francia è il paese più sicuro d'Europa per
la gioia apre una bottiglia di champagne, e non saprà mai che proprio quel giorno nella sua strada sono stati commessi tre furti e due omicidi.
I sondaggi d'opinione sono lo strumento decisivo del potere imagologico, che grazie ad essi vive in assoluta armonia con la gente. L'imagologo bombarda la gente di domande [...] e poiché la realtà per l'uomo d'oggi è una terra sempre meno frequentata, e del resto a buon diritto non amata, i risultati dei sondaggi sono diventati una sorta di realtà superiore, oppure, per dirla diversamente: sono diventati la verità. I sondaggi d'opinione sono un parlamento in seduta permanente che ha il compito di creare la verità, ed è la verità più democratica che sia mai esistita. Poiché non si troverà mai in contrasto con il parlamento della verità, il potere degli imagologi vivrà sempre nella verità, e anche se so che tutto ciò che è umano è mortale, non riesco a immaginare che cosa potrebbe spezzare questo potere.
[...]. Gli imagologi creano sistemi di ideali e anti-ideali, sistemi che hanno breve durata e ognuno dei quali viene rapidamente sostituito da un altro, ma che influenzano il nostro comportamento, le nostre opinioni politiche e il nostro gusto estetico, il colore dei tappeti e la scelta dei libri, con la stessa forza con cui un tempo riuscivano a dominare i sistemi degli ideologi>>.
Mi preme aggiungere una postilla al ragionamento di Kundera.
Gli imagologi oggi (il romanzo è del 1988) si sono spinti oltre. Basta guardare la televisione per comprendere come essi abbiamo imparato dalla Storia una lezione fondamentale, ossia quella di creare una memoria storica. Mi correggo una memoria della storia dell'imagologia!
RAI, Mediaset e La7/Mtv ripropongono sempre più spesso spezzoni di programmi appartenenti ad altre epoche imagologiche, perché non le si dimentichi.
Il gesto di Mika Brzezinski è un attacco all'imagologia scagliato da un suo stesso rappresentante all'interno del suo più potente mezzo di controllo.
E' un avvenimento epocale!
Non lasciamolo cadere nell'oblio. Non permettiamo ancora una volta che gli altri decidano per noi. Abbiamo per le mani un mezzo, internet, che per adesso non permette agli imagologi un totale controllo su di esso; su cui opinioni diverse da quelle dominanti possono circolare e toccare le coscienze assopite strattonandole con violenza nel tentavo di risvegliarle.
Non lasciamo Mika sola!
Cominciamo ad essere dei bambini nel mondo. Quando incontriamo la gente non la scostiamo, non soffermiamoci in conversazioni inutili ma chiediamo del loro mondo, informiamoci della loro vita, del loro quotidiano, discutiamo!
Confrontiamoci con la realtà!
Spegniamo la televisione, lasciamo vagare la nostra mente fuori dalle nostre quattro mura, riappropriamoci della vera verità! O meglio: creiamo noi stessi la nostra verità!
Creiamo comunità, cominciamo a conoscere i nostri vicini, il nostro quartiere, la nostra città.
Creiamo una vera democrazia! Che sorga dal basso, dal confronto con la gente che ci circonda. Non lasciamo che siano gli altri a stabilire i nostri interessi e le nostre priorità. Lasciamole emergere dal confronto con chi ci sta attorno. Cominciamo dalle nostre famiglie. Creiamo un dialogo democratico con i nostri parenti, confrontiamoci con loro civilmente. Apriamoci a ciò che ci sembra diverso, lontano, incomprensibile (a questo proposito consiglierei a tutti i genitori di sintonizzarsi per un'intera giornata su Mtv. Guardate cosa stanno facendo ai vostri figli! Magari non vi sorprenderete più del fatto che tutte le ragazzine si atteggiano a puttane e tutti i ragazzini a gangster). Genitori e figli, italiani e stranieri, insegnanti e alunni, cristiani e musulmani... Abbattiamo queste dicotomie che separano. Anche dalle idee e dalle tesi a noi più lontane possiamo cogliere qualcosa di interessante, di significativo con cui accrescere il nostro bagaglio personale. Il confronto permette di giungere ad una sintesi che sia la somma di quanto di positivo (ma, ahimè, esiste anche il pericolo che sia la somma di quanto di negativo) emerso dalle opinioni espresse da tutti, nessuno escluso.
Impariamo a difendere le nostre convinzioni con forza, ma anche a tacere e ad ascoltare gli altri con attenzione e senza pregiudizi. Ricominciamo a fare quello che abbiamo fatto come specie sin dalla nostra comparsa sulla Terra. Creiamo Cultura! Tutti assieme.
Io riesco ancora a nutrire una speranza quando vedo una Mika Brzezinski bruciare una notizia futile per dare il giusto risalto a cose più importanti, come il dibattito mondiale sulla guerra in Iraq! Nessuno dice che tutti quelli che hanno appoggiato Bush nella sua crociata, da Blair a Aznar, da Schroeder a Berlusconi hanno pagato la loro scelta con la sconfitta politica. Eppure è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno lo vede. Perché? La risposta la potete trovare tra le righe qua sopra.
Ma non perdo la speranza.
Se qualcuno ancora è capace di indignarsi e manifestarlo, se qualcuno continua nonostante il silenzio impostogli ad urlare il suo disgusto, se anche chi dovrebbe essere servo di un potere onnipresente ma invisibile riesce a ribellarsi,
se vedo qualcuno indignato cambiare canale quando si parla di minchiate propinate allo scopo di soggiogarci (non ho nulla contro lo svago, a meno che non sia imposto allo scopo di non pensare così come avviene oggi), se non sono il solo a credere che un cambiamento sia ancora possibile, se leggo un libro e lo trovo lo specchio del mio pensiero, e se tutto questo capita anche ad uno solo di voi,


well i'm beginning to see the light...

Sacra Follia & Spietata Lucidità...

L'isola di Sumatra, in Indonesia, oggi è meta di un indiscriminato, ottuso, insensato, mercificato turismo di massa, ma non è sempre stato così...
Negli anni Sessanta del secolo appena trascorso Sumatra era un luogo saturo di misticismo, proscenio di culti e rituali animisti, regno incontrastato di santoni e folli...un regno dell'anima nel quale ciascuno tentava di raggiungere la pienezza spirituale.
Per tali motivi l'isola divenne meta di antropologi, etnologi, hippy, viaggiatori e di uomini e donne che erano semplicemente alla ricerca della propria anima.
I riti che si praticavano sulle rive del lago Toba erano volti a liberare la mente dai suoi impedimenti materiali, catapultando per mezzo di danze eseguite sullo sfondo di sublimi cacofonie di suoni coloro i quali vi partecipavano in uno stato di trance, caratterizzato da sacra follia e spietata lucidà ...
Sumatra è per molti un luogo non meglio identificato su una cartina geografica o su di un mappamondo, ma per me è soprattutto un luogo che si trova dentro ciascuno di noi...
Un'isola all'interno della nostra razionalità, santuario dell'anima e tempio degli istinti...
In un'epoca dominata dalla razionalità strumentale, come la nostra, è sempre più difficoltoso ritagliare degli spazi all'interno del proprio Ego per tutto ciò che non riguardi l'immediato e l'utile. E' il corpo, nella sua accezzione fenomenologica fisica di Korper, la parte privilegiata dalla cultura occidentale post-bellica: il culto del corpo, o culturismo nel senso lato del termine, ha preso il
posto degli antichi rituali, volti invece a nutrire ciò che fenomenologicamente viene definito Leib, ossia la coscienza.
Al di là delle controculture hippy e new age, delle oramai secolarizzate religioni tradizionali, la nosta cultura sembra aver per lungo tempo dimenticato l'anima; i valori che ci vengono propinati attraverso la socializzazione e le mete che ci vengono proposte risultano spesso asettiche, neutrali sotto il profilo emozionale; ci viene detto che otteremo soddisfazione da un lavoro ben retribuito (che quindi ci permetterà di SPENDERE!), ci viene proposta un'immagine della realizzazione personale satura di BELLE case, BELLE macchine, BELLE donne, BELLE feste...e ci viene detto a gran voce "Ecco amico! Questa è vità!"
Le gioie dell'anima, come il sorriso di vostro figlio, l'abbraccio di vostra moglie, le carezze di vostro nonno, una sera con gli amici...devono essere vissute nel privato, al riparo dall'occhio indiscreto del mondo. Un manager che lascia di corsa una riunione aziendale per assistere ai primi passi del proprio bambino sarebbe poco professionale (...e molto probabilmente un uomo senza più un lavoro!); un operaio che bacia la moglie in fabbrica verrebbe richiamato severamente...
Ciò ovviamente non avveniva prima dell'industrializzazione, in quanto la casa era sia il luogo degli affetti che quello di produzione.
Con l'avvento dell'industrializzazione di massa il lavoro si sposta all'esterno, e il focolare diviene il luogo esclusivo degli affetti, del privato.
Pubblico e privato, ci è stato insegnato, devono rimanere separati...
L'uomo moderno sembra aver risposto a questa netta separazione in maniera altrettanto netta: ha imparato a separare il proprio Io in molteplici role-set, alcuni dei quali idonei alla sfera pubblica, altri a quella privata. Ma...
Un'operazione tanto complessa non poteva che essere fonte di tensione interna all'individuo. Spesso, a causa della non-congruità dei tempi e degli spazi pubblici e privati, ruoli privati e pubblici entrano in conflitto, generando insanabili contraddizioni.
E' nella sfera pubblica che la società occidenttale contemporanea assegna status, prestigio e potere; e la sfera pubblica è il luogo del corpo.
L'anima viene così ignorata, peggio ancora denigrata; rilegata nella sfera del privato e spinta ancora e sempre più verso i meandri della propria soggettività. Racchiusa in uno scrigno, oggetto preziosissimo cui prestare cure e attenzioni, ma silenziosamente e lontano da occhi indiscreti...
La strada verso il recupero di una visione olistica dell'uomo, che consideri e quindi assegni eguale imporatanza e dignità al soggetto persona nella sua interezza composta da corpo e anima, pur se da più parti tracciata, appare impervia se non impraticabile, soprattutto in quanto il recupero viene tentato attraverso i valori e per mezzo di categorie proprie di una società palesemente
spostata verso uno dei due poli, il corpo appunto.
Non bisogna dimenticare mai, anche se la società usa tutti i propri mezzi e spende molitissime delle prorpie forze proprio a tale scopo, che è l'insieme delle soggettività, dei singoli individui che compone il mare magnum che definisce il termine società.
Come ogni singola goccia contribuisce a formare un'oceano, così ogni uomo contribuisce a formare la società. Quindi è nel proprio quotidiano che ciascuno di noi deve tentare il recupero di quei valori dell'anima che la società ha espulso e relegato nel privato, per poi lasciarli esplodere con forza all'interno dello spazio pubblico.
Ecco allora riemergere come lava troppo a lungo trattenuta dal vulcano quella sacra follia e spietata lucidità che caratterizzano l'anima.

Sumatra

Non esiste un metodo nella follia, contrariamente a quanto asserito da Shakespeare nel King Lear, o almeno non un metodo univoco e universale, valido per tutti indistintamente. Ciascuno di noi deve trovare il proprio, procedendo per prove ed errori.
Ciò che conta è la volontà: la volontà di riaffermare l'importanza dell'anima, senza commettere però l'errore inverso commesso dalla razionalizzazione moderna, senza cioè escludere il corpo.

Sumatra

Io ho trovato la mia strada, faticosamente e dopo lunghi perigli, per accedere al tempio della mia anima. Ma la società tenta incessantemente di deviare il mio cammino...
L'importante, quando la Bestia attacca, è non perdersi d'animo e aggrapparsi con forza alle colonne del proprio tempio, resistendo al suo soffio mefitico...

Abbiamo sconfitto la mafia (?)

Da tempo un pensiero mi arrovella la mente...

Innanzitutto intendo ringraziare il nostro ex Presidente del Consiglio dei Ministri, che grazie alla sua assidua presenza televisiva delle settimane che hanno preceduto la tornata elettorale dello scorso anno, mi ha fornito con i suoi interventi l'input necessario ad attivare il mio cervello. Lo so che sembra incredibile, ma vi giuro che è così!
Il Presidente Berlusconi è "sceso in campo" per illustrarci i risultati ottenuti dal suo Governo: ci ha parlato delle grandi opere, della riforma della giustizia, della riforma del welfare propinandoci dati, tabelle, grafici a sostegno delle sue tesi, insomma dimostrandoci in maniera oggettiva ed inconfutabile i meriti del suo Gabinetto. Ma su una cosa incredibilmente Berlusconi ha taciuto, ed è stata questa inspiegabile umiltà che mi ha concesso di vedere la luce.
Non è possibile, mi sono detto, tacere sul dato che rende questo Governo e questa Legislatura tutta ( perchè è ovvio che, e non me ne voglia l'ex Premier, i meriti di un risultato così eclatante sono da attribuire a tutti membri del parlamento, anche all'allora opposizione!) il miglior Governo di sempre dall'unità ad oggi! Non si può infatti non elencare la più grande vittoria dello Stato Italiano: essere riusciti in pochi anni a sconfiggere la mafia!
Questo è il grande merito della nostra classe politica, ed il fatto che una persona tutt'altro che modesta come Berlusconi non abbia messo questo risultato in cima alla lista delle cose fatte dal suo Governo mi ha dapprima insospettito. Ma poi mi sono detto:
<<Che scemo! E' ovvio che non lo abbia fatto>>.
E' ovvio perchè altrimenti tutta la fatica fatta in questi anni sarebbe andata sprecata, e adesso vi spiego il perchè.
Siamo riusciti a risolvere il problema mafia nel modo più semplice ed intuitivo possibile, ignorandola! Ce ne siamo dimenticati a tal punto che la mafia non esiste più, non fa più parte della nostra agenda politico-sociale.
Cerco di essere più chiaro: un problema è tale nel momento in cui investe il nostro mondo della vita, ossia il nostro quotidiano.
Quanti più mondi della vita vengono investiti dal medesimo problema, tanto più quel problema acquista un peso sociale e spinge per imporsi come problema di una comunità definita o dell'intera società.
In questo processo di costruzione sociale del problema un ruolo determinante lo giocano gli opinion leader (ossia quelle persone che per meriti, capacità o autorevolezza vengono riconosciuti dagli altri come persone qualificate ad occuparsi di un dato problema), i mezzi di comunicazioni di massa, che fungono da cassa di risononza ampliando la conoscenza circa lo stato del problema e ovviamente le istituzioni, che in quanto delegate al controllo societario hanno il compito di recepire il problema e tentare di porvi rimedio.
Dal momento che nonostante tutto l'impegno profuso nei decenni passati la mafia continuava ad invadere e molestare il nostro quotidiano, si è pensato bene negli ultimi anni di bloccare gli anelli della catena che rendevano il problema-mafia un problema sempre in cima alla nostra agenda politica.

TUTTI

opinion leader, media, istituzioni e società civile abbiamo più o meno tacitamente convenuto di non parlare più della mafia, di dimenticarcene, di lasciare che il problema degradasse lentamente nell'ordine della nostra agenda sia politica che sociale, sino a farlo scomparire del tutto.
Non è che la mafia non esiste più, semplicemente la ignoriamo. Ci sono cose più importanti a cui pensare: tanto per cominciare ci sono i problemi materiali da risolvere, occorre arrivare alla fine del mese! E poi abbiamo tantissime preoccupazioni di ordine spirituale e morale cui prestare attenzione che tengono occupate le nostre coscienze: la Franzoni è colpevole o no? Corona è innocente o vittima del sistema? Chi parteciperà alla prossima edizione de L'Isola dei Famosi? E' ovvio che con tutte queste cose ormai di primaria importanza per noi ebeti mediatici non è semplice prestare attenzione ai problemi reali! Il focus della nostra attenzione è continuamente deviato su questioni che i media ci propinano come di primaria importanza. E' più semplice, forse perchè meno dispendioso da un punto di vista soggettivo, prestare attenzione a ciò che avviene fuori dai nostri confini che ai problemi di casa nostra (effetto perverso della globalizzazione!). E se per caso qualcuno osa alzare la voce per cercare di risvegliare le coscienze (ad esempio la puntata di Report, programma di RaiTre, dedicata alla Sicilia) succede un pandemonio! Si insorge da Destra e da Sinistra contro chi osa "insultare" lo splendore e l'onorabilità di una terra senza eguali, si fa credere all'opinione pubblica che nel programma sia stata messo in discussione il valore di una intera popolazione; insomma si fa di tutto per far apparire la realtà per ciò che non è, ribaltandola a proprio favore.
Ora è ovvio che in tutto ciò la mafia ci sguazzi!
Da sempre uno dei pilastri su cui il potere mafioso si regge è l'omertà. Si è passati da una omertà di tipo micro, l'omertà del singolo che ad esempio assiste ad un agguato e non parla, per interderci, ad una forma di omertà ben più grave e pericolosa, di tipo macro.
Un'omertà mediatica, una omertà istituzionale vergognosamente imbarazzante. Dopo la stagione del Maxiprocesso di Palermo e quella delle stragi, dopo la veemente protesta civile ad essa seguita, le nostre coscienze si sono come assopite.
La mafia dal canto suo è stata furba. Ha fatto sperare in qualche eclatante vittoria, come con l'arresto di Totò Riina o di Bernardo Provenzano, ma soprattutto è diventata silenziosa!
Per molti versi ci troviamo nella situazione di un non vedente, nel senso che anche se lo percepiamo, non riusciamo a vedere il pericolo in quanto non produce alcun rumore! Prima o poi però ci sbatteremo contro ed allora saranno dolori.
Prima che ciò avvenga è necessario che qualcuno ci avvisi, ci renda consapevoli del pericolo. E non vogliamo una fiction sulla mafia, non vogliamo un talk show con la De Filippi; vogliamo che di mafia si torni a parlare e lo si faccia a gran voce e senza censure!
Vogliamo delle istituzioni forti ma soprattutto credibili e autorevoli, che non tacciano sui problemi reali del Paese.
Occorre che tutti prendiamo coscienza del fatto che la mafia ancora esiste e ogni giorno succhia energia, passione, amore, speranza, vita alla nostra terra. Vogliamo che il sacrificio di uomini come

GIOVANNI FALCONE

PAOLO BORSELLINO

CARLO DALLA CHIESA

PEPPINO IMPASTATO

e di tanti altri uomini e donne noti e meno noti, non sia vano!
Giovanni Falcone disse:<< Io credo nello Stato, e credo che sia proprio la mancanza di senso dello Stato, di stato come valore vivo nelle coscienze, a generare le distorsioni presenti nell'animo siciliano. La mafia, a pensare bene, non è altro che espressione di un bisogno di ordine e quindi di stato>>.
E' evidente anche nelle parole di uno degli uomini che più di ogni altro ha dedicato la propria vita a combattere la mafia, come la latitanza delle istituzioni sia intollerabile, in quanto genera un humus fertilissimo per la mafia.
E' necessario però che la domanda di legalità parta da noi, dalla società civile. Dobbiamo urlare la nostra voglia di legalità, dobbiamo reagire a questo stato di apatia e non-curanza che caratterizza il nostro agire e il nostro pensare.
Già Plotino (filosofo neoplatonico vissuto nel duecento dopo Cristo) asseriva che "Il dominio di gente trista è dovuto unicamente alla viltà di chi si lascia soggiogare" e ancora milleseicento anni dopo, nel 1800, Victor Hugo scriveva che "L'oppresso che accetta l'oppressione finisce per farsene complice; c'è una certa solidarietà e un'infamia condivisa tra il governo che fa il male e il popolo che lo lascia fare. Soffrire è una cosa venerabile; subire è una cosa disprezzabile".
Dal vortice del passato, dalla necessità del presente e dalla speranza nel futuro dunque ci arrivano accorati appelli a ridestare le nostre coscienze, ad alzare la testa e ri-aprire gli occhi.
Ci accorgeremo subito di esserci svegliati, perchè quando tutti avremo aperto gli occhi, non potremo non udire il grido disperato di chi, come noi, per troppo tempo ha volto lo sguardo da un'altra parte!
Per concludere, sperando di non avervi annoiato, vorrei postarvi una poesia di Bertolt Brecht,

Di nulla sia detto: è naturale

E - vi preghiamo - quello che succede ogni giorno

non trovate naturale

Di nulla sia detto: è naturale

in questo tempo di anarchia e di sangue,

di ordinario disordine, di meditato arbitrio,

di umanità disumanata,

così che nulla valga

come cosa immutabile