mercoledì 10 dicembre 2008



Da mesi non scrivevo più nulla su questo spazio di libera espressione del mio pensiero, per vari motivi. Anzitutto in seguito alla delusione seguita al risultato delle ultime consultazioni elettorali che ancora una volta, dopo quattordici anni di rovinosa empasse politico-sociale, ha visto trionfare Silvio Berlusconi; non tanto per la vittoria dell'imprenditore lombardo, quanto piuttosto per aver constatato come ancora una volta il Popolo italiano si sia lasciato gabbare dalle promesse di quella banda di imbonitori che vorrebbero spacciarsi per politici piuttosto che presentarsi alle urne per annullare la propria scheda in segno di sdegno verso una classe dirigente (???) inetta, lontana dai reali bisogni del Paese, dedita ai propri malaffari, a gettare fumo negli occhi dei propri elettori, a screditare le altre istituzioni del nostro Stato.
Ma poi mi sono detto che è proprio questo che giova loro, il silenzio per inerzia di chi la pensa diversamente e quindi...rieccomi qui. Lo spunto per ricominciare a far sentire la mia voce mi è giunto dal sud della Sicilia, e precisamente da una mail inviatami dal Comitato NO TRIV circa il problema affrontato in questo stesso spazio poco più di un anno fa e che riguarda le trivellazioni gas-petrolifere nel Val di Noto.


IL TAR SICILIA BLOCCA LE TRIVELLAZIONI GAS-PETROLIFERE SU RICORSO DEL COMUNE DI VITTORIA

Il Comitato per le energie rinnovabili e contro le trivellazioni gas/petrolifere in Sicilia esprime grande soddisfazione per la sentenza del TAR di Catania che dà piena ragione al Comune di Vittoria per quanto riguarda la questione delle perforazioni per idrocarburi di Sciannacaporale dove insistono le sorgenti d' acqua che servono appunto la città di Vittoria.
Si tratta di una SENTENZA DI MERITO che di fatto annulla le autorizzazioni che la Regione Sicilia, a suo tempo, concesse alla società. La concessione riguarda 747 km. quadrati nei territori di molti comuni tra cui Avola, Noto, Rosolini, Modica, Vittoria, Ragusa, ecc. Nella sentenza l' ARPA e la Panther debbono pagare tutte le spese di lite della Consulenza Tecnica d' Ufficio (C.T.U.) e viene riconosciuto il rischio per le risorse idriche.
Viene decretato anche che la V.I.A. ( Valutazione d'Impatto Ambientale ) deve essere propedeutica a qualsiasi iniziativa e si deve acquisire il parere vincolante del Comune dove insiste l'intervento (nel caso in specie
Vittoria), dell' ASL e del Genio Civile, pertanto deve essere rifatto da parte della società tutto l' iter precedente.
Riteniamo questa SENTENZA, STORICA (è un precedente importante): per la prima volta si riconosce che il FUTURO ed il modello di sviluppo debbono essere decisi dalle comunità e non imposti dall' alto e pertanto sono salvaguardate le risorse pubbliche del territorio rispetto ad interessi privati.
In sostanza:

- i beni comuni come l' acqua, il paesaggio, l' ambiente debbono essere tutelati;
- non si può insistere ancora nelle risorse energetiche derivate da combustibili fossili, ma bisogna puntare alle
energie rinnovabili, sicure, pulite ed al risparmio energetico;
- vi è bisogno di un' economia durevole, sostenibile, in armonia con la natura.

Comitato per le energie rinnovabili e contro le trivellazioni gas/petrolifere in Sicilia (sinteticamente COMITATO NO TRIV). http://www.notriv.it/

giovedì 28 febbraio 2008

Com'è profondo il mare...



Ci nascondiamo di notte

Per paura degli automobilisti
Degli inotipisti
Siamo i gatti neri
Siamo i pessimisti
Siamo i cattivi pensieri
E non abbiamo da mangiare
Com'è profondo il mare
Com'è profondo il mare

Babbo, che eri un gran cacciatore
Di quaglie e di fagiani
Caccia via queste mosche
Che non mi fanno dormire
Che mi fanno arrabbiare
Com'è profondo il mare
Com'è profondo il mare

E' inutile
Non c'è più lavoro

Non c'è più decoro

Dio o chi per lui
Sta cercando di dividerci
Di farci del male

Di farci annegare

Com'è profondo il mare
Com'è profondo il mare

Con la forza di un ricatto
L'uomo diventò qualcuno

Resuscitò anche i morti
Spalancò prigioni
Bloccò sei treni
Con relativi vagoni
Innalzò per un attimo il povero
Ad un ruolo difficile da mantenere
Poi lo lasciò cadere
A piangere e a urlare

Solo in mezzo al mare

Com'è profondo il mare

Poi da solo l'urlo
Diventò un tamburo
E il povero come un lampo
Nel cielo sicuro
Cominciò una guerra
Per conquistare

Quello scherzo di terra

Che il suo grande cuore

Doveva coltivare

Com'è profondo il mare
Com'è profondo il mare

Ma la terra
Gli fu portata via

Compresa quella rimasta addosso
Fu scaraventato
In un palazzo,in un fosso
Non ricordo bene

Poi una storia di catene

Bastonate
E chirurgia sperimentale
Com'è profondo il mare
Com'è profondo il mare

Intanto un mistico
Forse un aviatore
Inventò la commozione
E rimise d'accordo tutti
I belli con i brutti
Con qualche danno per i brutti
Che si videro consegnare
Un pezzo di specchio
Così da potersi guardare
Com'è profondo il mare
Com'è profondo il mare

Frattanto i pesci
Dai quali discendiamo tutti

Assistettero curiosi

Al dramma collettivo

Di questo mondo

Che a loro indubbiamente

Doveva sembrar cattivo

E cominciarono a pensare

Nel loro grande mare
Com'è profondo il mare
Nel loro grande mare
Com'è profondo il mare

E' chiaro
Che il pensiero dà fastidio

Anche se chi pensa

E' muto come un pesce

Anzi un pesce

E come pesce è difficile da bloccare

Perché lo protegge il mare
Com'è profondo il mare

Certo
Chi comanda

Non è disposto a fare distinzioni poetiche

Il pensiero come l'oceano

Non lo puoi bloccare
Non lo puoi recintare
Così stanno bruciando il mare

Così stanno uccidendo il mare
Così stanno umiliando il mare
Così stanno piegando il mare


video

martedì 13 novembre 2007

Il lavoro di Dio

"Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto"

Genesi 2:2, 2:3


Sin dalla sua comparsa su questa Terra, l'uomo ha distinto i fenomeni osservabili in due categorie: la sfera del Profano, regno delle attività quotidiane di tipo utilitaristico, dalla sfera del Sacro, che riguarda invece il soprannaturale, l'eccezionale e lo straordinario. Allorché egli ha cominciato, per sopravvivere, a riunirsi in piccoli gruppi e a fondare comunità ha avvertito la necessità di amministrare queste due sfere del proprio scibile così da permettere la coesione e la sopravvivenza stessa del gruppo. Da questo bisogno di coesione sociale sono dunque nate la Politica, ossia quell'insieme di istituzioni preposte alla gestione del Profano, e la Religione, istituzionalizzata in Chiese atte a gestire il Sacro. Mentre dunque Sacro e Profano sono attributi in base ai quali l'individuo distingue i fenomeni che osserva, Politica e Religione sono dei fatti eminentemente sociali, in quanto vengono a configurarsi come dei sistemi condivisi di credenze che uniscono in un'unica comunità coloro che vi aderiscono.
I riti religiosi agiscono sull'individuo in un duplice senso: se da una parte infatti consentono a livello personale di gestire il Sacro, rivelano altresì tutta la loro forza sociale in quanto le religioni si pongono come regola per mantenere insieme la società alimentando la credenza che esista una tavola di valori metasociali sui quali si pone l'ordine delle cose esistenti. Ciò comporta che manifestandosi essa nel contesto sociale attraverso i riti religiosi, gli uomini in realtà celebrino a loro insaputa il potere della società.
Partendo da questa breve analisi è possibile spiegarsi la variegata proliferazione di culti differenti non solo nel tempo, dalle origini dell'uomo ad oggi, ma anche nello spazio, ossia è possibile comprendere come la gestione del Sacro assuma connotati differenti a seconda della cultura di volta in volta presa in considerazione. Di più. Partendo da questo presupposto è anche possibile
leggere l'evoluzione storico-sociale di ogni singolo culto, anche stavolta sia temporalmente che spazialmente.
Le Religioni sono dunque degli insiemi di credenze istituzionalizzate e socialmente condivise preposte alla gestione del Sacro. In Occidente la razionalizzazione di matrice greco-romana ha prodotto un'organizzazione sociale complessa che ha condotto verso una personificazione antropomorfica del Sacro, identificato di volta in volta con questo o quel dio (l'Olimpo greco, gli dei romani) e successivamente all'avvento del Cristo con un unico dio (Dio, Allah). Così come non va dimenticato che già società complesse come quelle degli egizi, dei babilonesi, dei maya, degli aztechi avevano prodotto sistemi di credenze molto simili. In Oriente invece il diverso percorso storico-evolutivo ha condotto verso religioni più spiritualistiche, in cui manca la figura del dio (cosa spesso inconcepibile per noi occidentali) ma che piuttosto insegnano all'individuo a gestire personalmente il proprio rapporto con il Sacro in maniera più diretta, anche se pur sempre mediata da istituzioni religiose.
Il Sacro dunque può essere identificato, come già accennato, al soprannaturale, allo straordinario e all'eccezionale. Per antonomasia possiamo asserire che l'atto della Creazione sia quanto di più straordinario ed eccezionale si possa immaginare. Non a caso tutte le religioni propongono la loro versione dell'Atto Creativo Divino e la pongono come pilastro della propria esistenza stessa e come fondamento dei propri precetti. Il primo libro della Bibbia, solo per fare un esempio che sia comprensibile ai più, è non a caso la Genesi.
Sacro e Profano tuttavia non sono delle caratteristiche proprie dei fenomeni e delle cose, quanto piuttosto degli attributi che la nostra mente associa ad essi. Accade così che i due concetti si evolvano nel corso del tempo e che le istituzioni religiose entrino in crisi, in quanto necessitano di altro tempo per assimilare, elaborare ed accomodare tali evoluzioni all'interno del proprio sistema di credenze. Se vi riescono sopravvivono mutando non più di quanto occorra però per mantenere la propria identità. In caso contrario periscono lentamente. Sono questi i due possibili risultati della tanto decantata
secolarizzazione.
La storia del genere umano è costellata di queste evoluzioni concettuali. Basti pensare al fuoco, elemento soprannaturale ed inspiegabile per i primi uomini che noi oggi dominiamo razionalmente senza patemi e che dalla sfera del Sacro è migrato in quella del Profano. O hai fulmini, manifestazione dell'ira divina sino a poco tempo fa, che oggi sappiamo essere dei fenomeni atmosferici generati dall'incontro di cariche elettriche.
Tuttavia con l'avvento del moderno sistema scientifico i confini del Sacro si stanno sgretolando ad un ritmo sconosciuto ai nostri avi. L'uomo si avvia a rapidi passi verso la sua meta ultima: essere Dio.
Il dominio della Ragione porta con se la fine del Sacro, o meglio conduce ad una sua ridefinizione.
Oggi è la scienza che spiega. E lo fa in maniera così vasta, toccando tutti i campi della conoscenza, da rendere sempre più superfluo il ricorso alla sacralità. Di più, essa stessa assume quei connotati sacri prima attribuiti all'Ente Divino.
Il passo decisivo è avvenuto nel 1973, troppo di recente per avvertirne oggi la vera portata. In quell'anno la scienza ha infatti abbattuto l'ultimo tabù che impediva una piena identificazione tra uomo e dio; è riuscita a compiere i primi passi per riprodurre artificialmente la vita, caratteristica questa sino ad allora ascrivibile soltanto agli dei. La biotecnologia ha consentito di giungere alla creazione di organismi geneticamente modificati (OGM), ossia di organismi sottoposti a modificazione di tratti della catena genomica. Si è cominciato clonando un singolo gene all'interno di un batterio e da li si è proseguito verso la creazione artificiale di un intero essere, pianta o animale. La possibilità di ricreare la vita in vitro e di modificare a piacimento dei tratti propri di ciascun essere vivente ha degli indubbi vantaggi: in campo medico permetterà di risolvere in un primo momento il problema della sostituzione di organi mal funzionanti, abbattendo le liste di attesa per i trapianti in quanto consentirà di riprodurre in laboratorio l'organo necessario; successivamente lo eliminerà del tutto permettendo di intervenire sull'embrione prevenendo le anomalie genetiche responsabili dell'insorgere delle malattie. In campo agroalimentare consente già di creare delle piante le cui caratteristiche nutrizionali vengono modificate tramite l'introduzione di geni propri di altre piante, ma non solo. Si modifica in laboratorio l'adattività della pianta ad un determinato ambiente, consentendo di impiantare colture proprie di determinati contesti in altri meno adatti. Non solo. Si modificano le proprietà proprie delle piante per, ad esempio, permettere agli alberi di assorbire dal terreno gli scarti industriali e riconvertirli. Stessi procedimenti cui vengono sottoposti gli animali, soprattutto quelli da allevamento.
Ma occorre, prima di proseguire troppo oltre e raggiungere il fatidico punto di non ritorno, porsi delle domande.
Anzitutto credo sia però necessario liberare il campo da un fraintendimento.
Quelli che la biotecnologia pone sono si dei problemi etici, ma quest'etica non è assimilabile a ciò che Weber intendeva con l'espressione
etica dell'intenzione, che consiste nell'agire in maniera retta secondo i dettami politico-religiosi, quanto piuttosto al concetto di etica della responsabilità, che invece impone di valutare i risultati della propria azione prima ancora che essa venga posta in essere. E ancora ponendosi sul versante dell'etica della responsabilità è bene definire il campo di tale responsabilità. Non bisogna rifugiarsi nell'egoismo di specie che ci caratterizza, occorre comprendere che anzitutto questa responsabilità non si estrinseca verso noi stessi, quanto piuttosto verso l'ecosistema di cui siamo solo una parte.
La vera dicotomia che dovrebbe essere imperante all'interno del dibattito etico odierno non è quella Sacro
vs Profano, quanto piuttosto quella che distingue Società vs Natura.
Sin dalla nascita dei primi aggregati umani, l'animale uomo ha perso progressivamente il contatto con la realtà naturale, indomabile e per molti versi inesplicabile, costruendone una sociale, artificiosa e per questo dominabile con la ragione. Nel corso dell'evoluzione sociale egli ha però perso di vista il fondamento della vita stessa, ossia l'equilibrio naturale delle cose, necessario alla sopravvivenza del pianeta Terra. L'uomo ha cominciato a comportarsi da parassita. Ha disboscato causando desertificazione, ha coltivato e allevato modificando gli ecosistemi che non hanno retto all'impatto delle sue attività, ha saccheggiato il sottosuolo causando certamente danni irreparabili nella crosta terrestre che prima o poi si riverseranno con furia catastrofica su di noi, ha inquinato alterando addirittura, e forse in modo irreparabile, la composizione chimica dei vari strati della nostra atmosfera. E adesso come se non bastasse aver alterato gli ecosistemi in maniera comunque pur sempre "naturale" immette nel pianeta organismi ricombinati geneticamente in maniera artificiale.
I rischi sono notevoli.
Anzitutto immettendo in natura ogm si devasteranno in maniera spropositatamente rapida gli equilibri dei vari ecosistemi. Si corre il rischio di vedere estinti da un giorno all'altro intere specie di esseri viventi, animali e vegetali, che non riusciranno più a competere con le super-specie prodotte in laboratorio. Poi ci saranno sicuramente delle conseguenze preoccupanti all'interno della catena alimentare, sia in generale per quanto riguarda l'ecosistema, sia in particolare per ciò che concerne ogni singola specie. Chi assicura infatti che un super pomodoro geneticamente modificato venga digerito correttamente dall'organismo che se ne nutre? E' vero che tutti gli organismi si evolvono geneticamente secondo il principio della selezione naturale, ma la selezione è un processo lento che si dipana nel corso dei millenni, motivo per cui al variare delle condizioni ambientali o di uno dei suoi cibi l'organismo si adatta lentamente a tali modificazioni. Cosa accadrà invece immettendo negli ecosistemi esseri le cui modificazioni sono di natura drasticamente a-temporale? E poi come se non bastasse, il rischio più grave è proprio quello di interferire con la selezione naturale, cosa che già la moderna medicina fa. Ma la biotecnologia consente di spingersi oltre; in futuro la medicina non sarà più necessaria in quanto si interverrà sul codice genetico degli individui prima ancora che essi nascano o addirittura vengano concepiti per modificarlo a seconda della moda (moda inteso in senso statistico, non di come sinonimo di costume) del momento.
Occorre una svolta nel senso di un ritorno verso la convivenza con il nostro ecosistema, che ci porti ad abbandonare i nostri modi predatorii che stanno irrimediabilmente distruggendo non tanto noi stessi, la qual cosa non sarebbe poi questo grave danno come ci danno da credere, quanto piuttosto e soprattutto il pianeta di cui siamo ospiti e tutte le specie che assieme a noi convivono su di esso. Un'utopia forse, ma già solo muovendo alcuni passi verso di essa è possibile migliorare le cose almeno in parte. Come al solito occorre iniziare nel nostro quotidiano, dalle nostre scelte di consumo e di vita. La rivoluzione, quella vera, parte dal basso.
Fino al 15 Novembre è possibile firmare una petizione promossa dalla Coalizione ItaliaEuropa Liberi da OGM che chiede uno sviluppo agroalimentare sano e una moratoria sugli organismi geneticamente modificati. Dato che non siamo ingenui va detto tuttavia che tale coalizione è formata da grossi gruppi imprenditoriali italiani ed europei che evidentemente promuovono l'iniziativa per salvaguardare i propri interessi economici. Ciò comunque non impedisce a noi cittadini di sfruttare un canale offertoci da chi ci sfrutta per far sentire la nostra voce.

lunedì 22 ottobre 2007

Imbavagliamo la magistratura? Why Not!

La separazione dei poteri è uno dei principi fondamentali di uno stato di diritto. Già Aristotele distingueva tre momenti dell'attività dello Stato: quello in cui lo Stato detta le norme e le regole di condotta (momento primario); quello in cui lo Stato assicura l'osservanza delle norme attraverso la risoluzione delle controversie e l'attuazione coattiva; quello in cui lo Stato soddisfa bisogni collettivi attuando le norme da esso stesso poste.
In epoca relativamente moderna, il concetto di separazione dei poteri è stato formulato, nel XVIII secolo, da Montesquieu. Montesquieu inserisce il principio della separazione dei poteri come una caratteristica indispensabile di una forma di governo, per la realizzazione di uno Stato che garantisca la libertà dei singoli. L'idea alla base di questa separazione è di impedire che tutti i poteri dello Stato siano concentrati nelle mani di una sola persona o di un gruppo ristretto di persone. Questo metterebbe infatti a rischio il rispetto dei diritti dei cittadini. In tal modo, si cerca di attuare una costituzione in cui gli organi titolari delle tre funzioni si condizionino e si limitino a vicenda. Il principio della separazione dei poteri consiste nell'individuazione di tre funzioni pubbliche: legislazione, amministrazione e giurisdizione; e nell'attribuzione delle stesse a tre distinti poteri dello stato, intesi come organi o complessi di organi dello stato indipendenti dagli altri poteri: il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. In particolare nelle moderne democrazie: la funzione legislativa è attribuita al Parlamento, nonchè eventualmente ai parlamenti degli stati federati o agli analoghi organi di altri enti territoriali dotati di autonomia legislativa, che costituiscono il potere legislativo; la funzione amministrativa è attribuita agli organi che compongono il governo e, alle dipendenze di questo, la pubblica amministrazione, i quali costituiscono il potere esecutivo; la funzione giurisdizionale è attribuita ai giudici, che costituiscono il potere giudiziario.
Nella pratica, la separazione dei poteri non è mai totale. Nelle costituzioni in cui il Governo è di derivazione indiretta (viene eletto o approvato dal Parlamento, non dal popolo, come accade in Italia) il Parlamento deve avere una certa prevalenza, il che ha dato vita a meccanismi, a partire dalle costituzioni emanate nel primo dopoguerra, che rafforzano il rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo, legame istituzionale necessario per l'esercizio del potere esecutivo.
La moderna teoria della separazione dei poteri nasce dunque come risposta teorica al problema di una libertà politica sempre più minacciata dal processo di concentrazione del potere in uno Stato centralizzato. Da Aristotele ai pensatori di epoca medievale Schmitt e McIllwain, da Montesquieu, Rousseau, Locke sino ai contemporanei Ackerman e Habermas la lezione che la politologia ci insegna consiste nella necessità di una indipendenza sostanziale dei tre poteri dello Stato pur se tuttavia all'interno di una virtuosa interdipendenza organica volta a garantire l'indissolubile unità dello Stato stesso.
Nel nostro Paese tuttavia è in corso oramai da decenni una serrata lotta che vede come protagonisti potere legislativo ed esecutivo da una parte versus magistratura dall'altra. Una lotta il cui fine ultimo è quello auspicato dalla P2 di Licio Gelli, ossia di assoggettare la magistratura al controllo del Parlamento, condotta da Bettino Craxi prima, portata avanti da Silvio Berlusconi poi e proseguita oggi da Clemente Mastella. A dire il vero sarebbe riduttivo additare i tre di cui sopra come unici fautori di questa battaglia, che sta logorando il Paese provocando lo sdegno della società civile e paralizzando la normale dialettica democratica che, in uno stato di diritto come l'Italia è, dovrebbe essere il cardine della vita pubblica della nostra nazione. Da dopo Tangentopoli infatti la lotta alla magistratura non ha conosciuto distinzioni di appartenenza politica. Il Parlamento si è dimostrato compatto nell'ostacolare, denigrare, diffamare l'operato dei giudici. Ancora una volta tutti uniti contro chi sfiora i loro interessi. Ma sempre divisi quando sul banco delle trattative vengono poste questioni che riguardano invece l'interesse di noi cittadini. Quando a governare è il centro-destra lo spauracchio assume il nome di "toghe rosse", quella magistratura di sinistra, secondo chi accusa, che tenta con le sue inchieste di sovvertire le preferenze elettorali espresse dai cittadini. Un'accusa gravissima che ha un nome ed un cognome: golpe di Stato da parte della magistratura. Un'accusa che se fosse stata vera avrebbe da tempo causato un terremoto di portata sconosciuta nella storia della nostra Repubblica, ma che non ha mai trovato riscontri nella realtà dei fatti. Quando a governare è il centro-sinistra la tattica di controllo della magistratura è più fine e sottile, non per sagacia politica ma per necessità di facciata, e si traduce in mancate riforme di riordino del sistema giudiziario verso una maggiore autonomia prima promesse e mai attuate se non quando nella rimozione dagli incarichi di quei giudici considerati scomodi. L'esempio di questo atteggiamento è da mesi sotto gli occhi dell'opinione pubblica e riguarda il pm della procura di Catanzaro Luigi De Magistris.
Nel 2005 De Magistris comincia ad indagare sull'utilizzo di finanziamenti pubblici e comunitari in Calabria. L’operazione è denominata Why Not, dal nome di una società di lavoro interinale con sede a Lamezia Terme che presta lavoratori alla Regione per servizi di gestione banche dati e altri servizi informatici. Proprio una lavoratrice della Why Not, la cui identità viene tenuta segreta, avrebbe dato il via alle indagini di De Magistris, che ha individuato un gruppo di potere trasversale, tenuto insieme da una loggia massonica coperta, la San Marino, usata come collante per l’attuazione del disegno criminoso. A questa loggia, una vera e propria lobby sospettata di aver influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’assegnazione di appalti, sarebbe iscritta una parte degli indagati. La loggia di San Marino ha rappresentato il collante che avrebbe unito gli indagati creando tra loro un vincolo che era la premessa per l’ attuazione del disegno criminoso su cui avrebbe fatto luce l’inchiesta. Il ruolo svolto dalla loggia, costituita in violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, sarebbe stato quello di una vera e propria lobby che ha influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l’utilizzo di finanziamenti e l’ assegnazione di appalti. I carabinieri hanno notificato informazioni di garanzia, emesse dal sostituto procuratore Luigi De Magistris, in cui si ipotizzano, a vario titolo, reati che vanno dall’associazione per delinquere, alla truffa, alla corruzione, alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete al finanziamento illecito dei partiti. Perquisizione dei carabinieri sono state svolte negli uffici del Consiglio Regionale della Calabria effettuata in alcuni degli uffici privati dei consiglieri e degli assessori regionali, disposta dalla Procura di Catanzaro. Anche il generale Paolo Poletti, della Guardia di Finanza, di 51 anni, attuale capo di Stato Maggiore delle Fiamme Gialle,
ha subito una perquisizione. Poletti è accusato di avere fatto parte all’epoca dei fatti in questione (cioè dal 2001 in avanti) di un presunto gruppo di potere che avrebbe gestito affari con truffe basate sull’utilizzo di finanziamenti pubblici, statali e comunitari. Secondo l’accusa sarebbe stato il punto di riferimento dell’imprenditore calabrese Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, le cui attività rappresentano uno dei filoni principali dell’inchiesta.
L'inchiesta procede: vengono scoperchiate magagne, messi in luce legami tra massoneria, servizi segreti, politica e imprenditoria. Poi la scorsa estate scoppia la prima bomba. Il 13 Luglio trapela dalla procura di Catanzaro la notizia che il Premier Romano Prodi è iscritto nel registro degli indagati. L'ipotesi di reato nei confronti del Presidente del Consiglio è di abuso d'ufficio in concorso con altri. Il pm De Magistris vuole accertare se il presidente del consiglio Prodi, fosse a conoscenza delle operazioni finanziarie e degli interventi per procurarsi finanziamenti della comunità europea da parte di alcuni suoi più stretti collaboratori, in particolare Pietro Scalpellini e l'ex presidente della Compagnia delle Opere del sud Italia, Antonino Saladino. A questo punto della vicenda entra in scena il Ministro della Giustizia (va bene, ridete pure!) Clemente Mastella che inizia una battaglia istituzionale e mediatica contro De Magistris. Già in Maggio il Guardasigilli spediva negli uffici della procura di Catanzaro i suoi (che poi dovrebbero essere i nostri!) ispettori che, a conclusione delle loro indagini,
avrebbero rilevato "gravi anomalie" nella gestione del fascicolo, contestando a De Magistris il suo rifiuto a riferire gli sviluppi dell'inchiesta al procuratore capo Lombardi. Il 20 di Settembre Mastella chiede al Consiglio Superiore della Magistratura il trasferimento cautelare d'ufficio di De Magistris. Ma l'8 Ottobre il CSM, vista l'ingente mole di carte procedurali e la rilevanza del caso decide di prendere tempo e stabilisce nel giorno 17 Dicembre la data utile per discutere della richiesta del Ministro, in quanto lo stesso Mastella, che aveva motivato l’azione disciplinare decisa il 20 Settembre documentando le sue accuse in riferimento solo alla gestione dell’inchiesta sulle Toghe lucane di De Magistris, il 4 Ottobre comunica di aver esercitato l’azione disciplinare per nuovi fatti che riguardano altre due inchieste iniziate dal pm: la Poseidone (che poi gli è stata sottratta da Lombardi) e la Why Not. Il 20 Ottobre scoppia la seconda bomba: trapela dalla procura catanzarese la notizia che Clemente Mastella risulta indagato nell'ambito dell'inchiesta Why Not per i reati di abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti, truffa all’Unione europea e allo Stato italiano. A questo punto le pressioni di Mastella aumentano d'intensità e il 22 Ottobre la procura generale del Tribunale di Catanzaro notifica al procuratore capo della repubblica catanzarese, Mariano Lombardi, il provvedimento con il quale è stato deciso di avocare l'inchiesta Why Not. La doverosità dell'iniziativa, secondo gli stessi ambienti, è stata motivata dai profili di incompatibilità emersi nei confronti del pm De Magistris dopo l'iscrizione nel registro degli indagati del ministro Mastella. Con l'iscrizione del ministro, infatti, si è determinato un conflitto di interessi da parte del pm in relazione alla richiesta del guardasigilli al Csm di disporre il trasferimento cautelare d'ufficio nei confronti del magistrato. Il primo atto della procura generale di Catanzaro, dopo l'avocazione dell'inchiesta Why Not, sarà quello di verificare se la competenza a procedere è del Tribunale dei ministri. La questione da accertare è se il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il ministro della Giustizia, che sono entrambi indagati nell'inchiesta, avrebbero commesso i reati ipotizzati nei loro confronti nella qualità di componenti del Governo. In tale caso, scatterebbe la competenza del Tribunale per i reati ministeriali, altrimenti sarebbe la Procura generale a portare avanti l'inchiesta.
Nel frattempo si è saputo che il pm De Magistris, per tutelarsi, sta tenendo aggiornato un memoriale (già di circa 400 pagine) in cui annota le pressioni che starebbe subendo da quando ha iniziato, nel 2005, a indagare su presunte lobby affaristiche calabresi e su politici. Parte del materiale è già stato consegnato alle autorità competenti, oltre che, “per sicurezza”, ad amici e consulenti.
Nel dossier il pm descrive le presunte ingerenze, che in alcuni casi considera “penalmente rilevanti”, da parte dei suoi superiori, e l’”isolamento istituzionale” che lo avrebbe colpito da quando ha iniziato a indagare sui poteri forti in Calabria. Proprio in quel periodo sarebbero iniziate le ispezioni alla procura di Catanzaro e numerosi colleghi (che sarebbero pronti a testimoniare) avrebbero segnalato a De Magistris che gli ispettori, nonostante il mandato generico, chiedevano, fuori verbale, informazioni su di lui. Per meglio spiegare il clima in cui ha dovuto lavorare per tre anni, De Magistris cita alcuni episodi: per esempio ricorda che prima delle perquisizioni al presidente della Regione Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Mariano Lombardi, e altri magistrati gli avrebbero consigliato di evitare quel provvedimento visto che Chiaravalloti lo considerava un pm ostile. In un altro capitolo De Magistris si sofferma sull’inchiesta Poseidone che aveva al centro presunti sprechi nella gestione dei fondi Ue per la costruzione di depuratori. Per il magistrato, quando lui e la collega Isabella De Angelis entrano nel vivo dell’indagine, Lombardi e l’aggiunto Salvatore Murone si sarebbero coassegnati il fascicolo, affiancando i due sostituti. Un caso? Per De Magistris, no.
Luigi De Magistris rilancia. Dopo l’avocazione della sua inchiesta da parte della Procura generale, il magistrato si dice fiducioso e asserisce che utilizzerà tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento giuridico affinchè il provvedimento di avocazione dell’inchiesta venga rivisto. Riporto integralmente un'intervista al pm De Magistris apparsa sul Corriere della Sera il 21 Ottobre scorso, a firma di Carlo Vulpio:

Allora, dottor de Magistris, c’è una strategia in ciò che sta accadendo?
«È evidente. C’è una strategia in atto. Una strategia ben nota all’Italia. Si chiama strategia della tensione».

Come fa a dirlo? «Le intimidazioni istituzionali, le pallottole, la richiesta di trasferimento da parte del ministro, e da ultimo l’avocazione di un’altra mia indagine e la fuga di notizie sull’iscrizione del ministro tra gli indagati, tutto questo è opera di una manina particolarmente raffinata».

Quale manina? «Poteri occulti. Massoneria, soprattutto. Coadiuvati da pezzi della magistratura, non solo calabrese, che in questa vicenda hanno svolto un ruolo fondamentale»

L’ultimo gol, secondo questo ragionamento, lo hanno fatto segnare al procuratore generale Favi? «Beh, è un dato di fatto che il dottor Favi, soprattutto negli ultimi mesi, sembra che abbia svolto soltanto un ruolo: una intensa attività epistolare in cui si è occupato di me, come magistrato e come persona fisica. Voleva togliermi anche l’inchiesta Toghe lucane. Finora non c’è riuscito, ma non è detto che non abbia già pensato di concludere il lavoro».

Per quali ragioni lei teme che si voglia spingere il Paese in un clima da anni di piombo? «Perché con questa avocazione, me lo lasci dire, torniamo alla magistratura fascista, forte con i deboli e debole con i forti. Davanti alla legge, i potenti non sono uguali come tutti gli altri. Questo è il messaggio. E il pericolo è che si apra la strada a un periodo buio: ognuno stia al suo posto e non si immischi, perché rischia ».

Lei rischia? «Certo. E non solo io. Anche tutti gli altri che si sono occupati di queste vicende. E tutti i cittadini».

Cosa si rischia? «Dopo un’avocazione di un’inchiesta del genere, distrutto lo Stato di diritto, rischi le pallottole e il tritolo».

Come le pallottole inviate a lei e al gip di Milano, Clementina Forleo, firmate Brigate rosse? «Ma quali Brigate rosse! Per fortuna, oggi siamo in un momento storico diverso, non c’è il terreno di coltura dell’ideologismo fanatico degli anni ’70 e c’è una grande attenzione al tema dei diritti. No, non c’è il rischio di iniziative violente da parte di improbabili sigle terroristiche vecchie e nuove. Quei proiettili inviati a me e alla collega Forleo provengono da settori deviati di apparati dello Stato, che già in passato hanno messo in pericolo le istituzioni e oggi cercano di riprodurre quel clima».

Dica la verità, lei ritiene che sia in atto un golpe giudiziario?«La parola golpe la usa lei. Certo è che è accaduta una cosa senza precedenti, della quale non so ancora ufficialmente nulla, poiché nulla mi è stato notificato. L’ho appreso dall’Ansa. No, non mi pare ci siano più le condizioni per fare il magistrato, specie in Calabria, avendo come punto di riferimento l’articolo 3 della Costituzione (principio di uguaglianza di tutti i cittadini, ndr) ».

Da quand’è che si trova sotto tiro?«Da quando ho cominciato a indagare sui finanziamenti pubblici europei. Da allora, è scattata la strategia delle manine massoniche. Questo di oggi è solo l’ultimo atto. Staremo a vedere quali saranno i prossimi, visto che ormai sono considerato un elemento "socialmente pericoloso"».

La accusano di aver iscritto Mastella nel registro degli indagati per ritorsione, per la storia del trasferimento. «Falso. Le indagini, come tutti sanno, avevano un loro corso, che non poteva essere intralciato da attività esterne. Nemmeno da una richiesta di trasferimento, che appunto è da considerarsi un’attività esterna. La domanda da fare è un’altra».

La faccia. «Mi chiedo: chi e perché ha fatto venir fuori la notizia dell’iscrizione di Mastella? E come mai è stata fatta pubblicare una cosa non vera, e cioè che Mastella fosse indagato anche per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete? ».

E che cosa si risponde?«Che è opera della stessa manina raffinata. Suggerisce qualcosa il fatto che prima ancora che le agenzie lanciassero la notizia, Mastella abbia dichiarato che con le associazioni massoniche lui non ha nulla a che fare?».

In questo scenario, le misure di sicurezza per lei sono state rafforzate? «Non ne so nulla. So che continuo a mettere di tasca mia la benzina a un’auto blindata che è un baraccone, tanto che non può spostarsi nemmeno fuori Catanzaro».

E la riunione di giovedì scorso del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica? «Come no. Mi hanno detto che vi ha preso parte anche il procuratore aggiunto Salvatore Murone (sul quale indaga la procura di Salerno, per fatti relativi a inchieste del pm de Magistris, ndr). La cosa un po’ mi inquieta, poiché ritengo che proprio Murone sia uno dei principali responsabili del mio isolamento istituzionale, oltre che uno degli autori dell’attività di contrasto nei miei confronti all’interno dell’ufficio giudiziario».

Allora è vero che quella di Catanzaro è un’altra «procura dei veleni»? «No. Non è così. Con la gran parte dei colleghi io ho un rapporto ottimo. Ma quando arrivo in Procura mi guardo lo stesso alle spalle. C’è nei miei confronti, e le vicende degli ultimi tre anni lo dimostrano, una precisa attività di contrasto, messa in atto verso ben precise indagini e svolta da parte di ben individuati soggetti».

Cosa pensa della telefonata dell’altro giorno tra i suoi indagati Prodi e Mastella che il premier ha definito «cordiale»? «Non parlo delle indagini in corso, lo sa». Dopo questa intervista, non l’accuseranno di aver avuto un «disinvolto rapporto » con la stampa? «Questo è davvero paradossale. Sono io che ho subito i danni creati dalle fughe di notizie. E poi, adesso basta. Il momento è troppo grave. E quindi ritengo di potermi svincolare dal dovere di riservatezza che mi ero imposto, mentre tutti gli altri facevano con me il tiro al bersaglio ».

Pensa che debbano intervenire capo dello Stato e Csm?«Sì. Lo spero. Non so perché il presidente Napolitano non sia ancora intervenuto. Confido che lo faccia il Csm, a tutela dell’autonomia e indipendenza di tutti i magistrati. Anche di quelli che lavorano in Calabria».

Alla luce di quanto esposto credo che ciascuno di voi potrà trarre da se le dovute conclusioni. Non mi sono occupato sino ad oggi della vicenda perché come molti di voi attendevo, prima di difendere De Magistris di conoscere i fatti, i capi d'accusa mossi contro di lui dagli ispettori del Ministero della Giustizia. Ma ad oggi appare evidente, come si evince facilmente dall'atteggiamento del CSM che in caso di gravi responsabilità del pm non avrebbe esitato a trasferirlo senza attendere mesi prima di prendere una decisione, che le accuse rivolte a De Magistris non hanno peso. Che ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi non differisce affatto da quanto accaduto al pool di Mani Pulite all'indomani di Tangentopoli. La differenza comunque è sostanziale in quanto l'isolamento dei pm di Milano è avvenuto a giochi fatti, oggi invece si stronca sul nascere qualunque tentativo di ridare dignità al nostro Paese, un Paese dove l'illegalità e diventata la legge dello Stato.




domenica 21 ottobre 2007

Enzo Rossi o sul contatto con la realtà

Accade ogni tanto che in questa Italia marcia, corrosa dagli interessi dei potenti, dalla nostra indifferenza, dall'imperativo del profitto ad ogni costo, giungano barlumi di speranza, esempi di virtù imprenditoriale ed umana che dovrebbero questi si essere inseriti nei testi di management.
Enzo Rossi, il signore nella foto, ha 42 anni. Vive in un paese di 1.700 anime, Campofilone, in provincia di Ascoli Piceno e di mestiere fa l'imprenditore, settore agroalimentare. Il signor Rossi è uno che viene dal nulla o quasi ma che non ha dimenticato le proprie radici e che soprattutto non ha dimenticato cosa significa vivere con poco. Nel 1993, nonostante fosse già un piccolo imprenditore, dovette ricorrere a dei prestiti per sostenere la propria famiglia e l'arrivo delle due figlie. Oggi la sua azienda
"La Campofilone", che produce pasta all'uovo, conta 19 dipendenti e un fatturato che nel 2007 è cresciuto del 30-40% giungendo a 1,8 milioni di euro, con investimenti in Europa, Stati Uniti ed Asia. Un'azienda locale quindi, che nell'era della globalizzazione è riuscita a sfruttare la rete per espandersi nel mondo, far conoscere i propri prodotti di qualità e al contempo mantenere un metodo di produzione tradizionale. Un raro esempio di valorizzazione della cultura e delle tradizioni locali in campo imprenditoriale.
Oltre ad essere un esempio imprenditoriale di successo, il signor Enzo Rossi è anche e soprattutto un uomo che ha mantenuto il contatto con la realtà. Una realtà che oramai per lui è altra, in quanto a buon diritto l'imprenditore marchigiano naviga da anni in ottime acque, ma che comunque per lui non ha perso di senso, tutt'altro! Il signor Rossi ha deciso un bel giorno di guardare a chi non fa parte, se non marginalmente, del suo mondo, ai suoi dipendenti e ciò che ha visto lo ha lasciato allibito. Di più! Avendo due figlie da buon padre ha deciso che fosse giusto che anche le sue figlie, per non rischiare di crescere senza conoscere il significato di privazioni e sofferenze, capissero cosa volesse dire vivere di stenti e imparassero a superare le difficoltà che l'indigenza economica provoca all'interno di un nucleo familiare, per far capire loro come vivono la maggior parte delle loro amiche. Per questo Enzo Rossi ha provato con tutta la famiglia a vivere per un intero mese con uno stipendio pari a quello percepito dai suoi dipendenti, 1.000 al mese lui 1.000 euro la moglie. In totale 2.000 euro, lo stipendio medio di una famiglia composta da quattro persone. Ha messo da parte i soldi per il mutuo, la rata della macchina, le bollette ed ha utilizzato il resto per le spese quotidiane. Risultato. Dopo 20 giorni il signor Rossi si è ritrovato senza il becco di un quattrino (come dicono nei western che guarda mio padre). Interrogato da una giornalista di Repubblica Rossi ha detto: <<
Mi sono vergognato, anche se ero stato attento a ogni spesa. Sa cosa vuol dire questo? Che in un anno intero io sarei rimasto senza soldi per 120 giorni, e questa non è solo povertà, è disperazione >>. E allora cosa fa il buon Rossi? Spulcia le stime Istat e scopre che il costo della vita è aumentato di 150 euro/mese e decide che da Gennaio in poi i suoi dipendenti troveranno in busta paga un aumento pari a 200 euro, accompagnando il suo gesto con una frase a là Robin Hood "è giusto togliere ai ricchi per dare ai poveri". Contrariamente a quanto si potrebbe pensare Enzo Rossi non è un marxista di sinistra, anzi. E' un ex di destra, come egli stesso dichiara, ex perché secondo lui quelli per cui ha votato non sono nemmeno in grado di fare l'opposizione. E' semplicemente un uomo che ha avuto il coraggio di non chiudere gli occhi e tapparsi il naso di fronte al sudiciume generalizzato che imperversa nel nostro Bel Paese, e che ha tentato con successo di recuperare il contatto con la realtà che lo circonda. << Stiamo tornando all'800, quando nella mia terra c'erano i conti e i baroni da una parte ed i mezzadri dall'altra, e si diceva che i maiali nascevano senza coscia perché i prosciutti dovevano essere portati ai padroni. Negli ultimi decenni il livello di vita dei lavoratori era cresciuto e la differenza con gli altri ceti era diminuita. Adesso si sta tornando indietro, e allora bisogna rimediare >>.
L'esempio che Enzo Rossi ci ha fornito dovrebbe divenire paradigmatico. Occorrerebbe che uomini di coscienza come il signor Rossi ne seguissero l'esempio. Occorrerebbe che i nostri parlamentari compissero lo sforzo di recuperare il contatto con la nostra realtà, come un vero regime democratico impone! L'Italia non è quella raffigurata nei sondaggi. L'Italia non è Roma, Milano, Torino. L'Italia è Poggibonsi, è Zagarolo, è Casal Pusterlengo, è l'Italia dei comuni con meno di 15.000 abitanti. Questa è la vera Italia! E' li che si dovrebbero fare interviste, sondaggi d'opinione, ricerche di economia demografica, perché la nostra realtà è questa! Il divario tra chi sta bene e chi vive in uno stato che non è solo povertà, ma disperazione sta aumentando paurosamente. Siamo l'Italia dei 7.500.000 di poveri e di almeno il doppio della popolazione che vive alle soglie della povertà. E' questa la priorità del Paese! Non il MOSE, non il Ponte sullo Stretto. Occorre passare ad una politica attiva, la cui agenda sia redatta tenendo conto dei veri bisogni della popolazione. Occorre che chi ci governa riacquisti il contatto con la realtà che ci è propria. Ma aspettare che le cose seguano il loro corso e cambino progressivamente è solo un'illusione che ha accompagnato le generazioni che ci hanno preceduto. Dobbiamo essere noi ad urlare il nostro disgusto, ad imporre che si parli dei nostri bisogni. Dobbiamo smetterla di essere elettorato e cominciare ad essere cittadini. Informiamoci, impariamo la legge, non lasciamoci mettere i piedi in testa, cominciamo dal nostro quotidiano, impariamo a partecipare attivamente e portiamo i nostri bisogni, le nostre proposte, le nostre soluzioni alla ribalta.
Educhiamoci alla democrazia, sarebbe anche ora!

mercoledì 17 ottobre 2007

Il Fatto #5

Come ogni settimana ritorna l'appuntamento con "Il Fatto(ne)", l'evento che con la sua carica ha smosso le acque della settimana passata. Archiviato del tutto oramai il mio buon proposito di non concentrarmi su di un'unica categoria, quella politica, mi vedo costretto ad ammettere che il "meglio" del nostro essere italiani viene quotidianamente estrinsecato dai nostri onorevoli rappresentanti, che non perdono occasione per dar prova della loro supremazia intellettuale.
A differenza delle volte precedenti, questa settimana non c'è stata lotta. Non ho dovuto nemmeno sforzarmi di vagliare e scegliere tra diversi avvenimenti e diversi protagonisti, in quanto a fugare ogni mia possibile perplessità è intervenuto il senatore Francesco Storace, leader de La Destra. Ma veniamo al Fatto!
Mercoledì 3 Ottobre in Senato si vota sul caso Visco. Una seduta importante in quanto la sfiducia a Visco potrebbe portare al crollo del Governo Prodi. Data la risicata maggioranza della coalizione di centro-sinistra al Senato determinante, ancora una volta, risulta il voto dei senatori a vita. L'indomani sul suo blog, Francesco Storace sferra il suo primo attacco contro i senatori a vita, riservando un particolare riguardo al premio Nobel per la medicina del 1986 Rita Levi Montalcini, asserendo che: <<
Il voto dei senatori a vita di ieri al Senato sul caso Visco è stato semplicemente vergognoso.[...] Noi non siamo più disponibili a tollerare che il governo si regga per il voto di chi sta al Senato nel disprezzo assoluto della volontà popolare. Come italiani abbiamo avuto molta ammirazione per la ricercatrice Rita Levi Montalcini, come italiani proviamo un pò di pena per la senatrice Rita Levi Montalcini>>. Le accorate parole di Storace risvegliano la creatività dei giovani di La Destra che, guidati dal braccio destro dell'ex ministro ed ex Presidente della Regione Lazio, Fabio Sabbatini Schiuma, inscenano una protesta simbolica avvertendo di voler inviare a domicilio delle stampelle ai senatori a vita, prima fra tutti la Montalcini. Nelle intenzioni di queste simpatiche canaglie le stampelle rivestono un duplice significato: servono a sostenere gli anziani che con i loro voti sostengono il, e quindi fanno da stampelle al, governo Prodi. Forte del sostegno ricevuto via mail sul suo blog, interrogato l'8 Ottobre sul fatto Storace attacca: <<Che si vadano a leggere le mail che arrivano al mio sito la gente non ne può più di questo governo tenuto in piedi dai novantenni>> e all'intervistatore che lo punzecchia, additando la trovata come di chiara matrice fascista, risponde: <<Ma quale fascista, è un'idea goliardica, so´ragazzi. Io, comunque, non ce l'ho con la Levi Montalcini scienziata, anzi, da connazionale, ne sono orgoglioso. Provo pena, invece, per la sua attività al Senato. E´ intollerabile che questi votino tutto, non solo la fiducia al governo, ma anche le mozioni e gli ordini del giorno, com'è successo con il caso Visco>>.
La risposta della Montalcini non tarda ad arrivare. L'indomani giunge a Repubblica una lettera aperta della senatrice a vita, che riporto integralmente:

<< Caro direttore,
ho letto su Repubblica di ieri che Storace vorrebbe consegnarmi, portandomele direttamente a casa, un paio di stampelle. Vorrei esporre alcune considerazioni in merito. Io sottoscritta, , in pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, continuo la mia attività scientifica e sociale del tutto indifferente agli ignobili attacchi rivoltimi da alcuni settori del Parlamento italiano. In qualità di senatore a vita e in base all’articolo 59 della Costituzione Italiana espleterò le mie funzioni di voto fino a che il Parlamento non deciderà di apporre relative modifiche. Pertanto esercito tale diritto secondo la mia piena coscienza e coerenza.
Mi rivolgo a chi ha lanciato l’idea di farmi pervenire le stampelle per sostenere la mia “deambulazione” e quella dell’attuale Governo, per precisare che non vi è alcun bisogno. Desidero inoltre fare presente che non possiedo “i miliardi”, dato che ho sempre destinato le mie modeste risorse a favore, non soltanto delle persone bisognose, ma anche per sostenere cause sociali di prioritaria importanza.
A quanti hanno dimostrato di non possedere le mie stesse “facoltà”, mentali e di comportamento, esprimo il più profondo sdegno non per gli attacchi personali, ma perché le loro manifestazioni riconducono a sistemi totalitari di triste memoria >>.

Pubblicando la lettera della scienziata sul suo blog, e siamo al 10 Ottobre, Storace non si lascia sfuggire l'occasione per rincarare la dose: <<Non pretendiamo che alla nobile e veneranda età di 98 anni ci sia capacità di ironia, pur se nel pieno delle facoltà mentali, come rivendica oggi Rita Levi Montalcini, chiamata da Repubblica a difendersi da stampelle inesistenti. Questa gagliarda signora non è solo la ricercatrice che abbiamo conosciuto, bensì si è trasformata nello strumento micidiale di sostegno del governo Prodi, diventando, così, persona di parte. Perciò, anche lei dovrà tenersi tutte le critiche più dure. Tra i privilegi dei senatori a vita non è prevista l’immunità per essersi schierati pregiudizialmente da una parte>>. Qualche giorno dopo, il 12 Ottobre, in occasione di un impegno istituzionale cui partecipava anche la Montalcini, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano si schiera a difesa della senatrice:
<<
Mancare di rispetto, infastidire, tentare di intimidire la senatrice Rita Levi Montalcini, una donna dall’alto sentire democratico, che ha fatto e fa onore all’Italia, è semplicemente indegno>>. Storace mal digerisce il richiamo del capo dello Stato e imperterrito continua a testa bassa: <<Non so se devo temere l’arrivo dei corazzieri a difesa di Villa Arzilla, ma una cosa è certa: Giorgio Napolitano non ha alcun titolo per distribuire patenti etiche. Per disdicevole storia personale, per palese e nepotistica condizione familiare, per evidente faziosità istituzionale. E’ indegno di una carica usurpata a maggioranza>>. Da questo momento in poi la polemica invade il campo della giurisprudenza ed il 15 Ottobre la Procura della Repubblica di Roma chiede al ministro della Giustizia (lo so che fa ridere, ma così è!) Clemente Mastella l'autorizzazione a procedere nei confronti di Francesco Storace indagato per il reato di offesa all'onore e al prestigio del Presidente della Repubblica, autorizzazione concessa due giorni dopo. Da parte sua Storace non si scompone commentando che: <<Non avevo dubbi che il regime autorizzasse un processo a un parlamentare dell'opposizione. Mastella tutela solo il presidente del Consiglio, cacciando De Magistris>>.
Ripercorrendo la vicenda una domanda mi arrovella la mente. Perché?
Non vi è alcun dubbio che il primo a strumentalizzare la vicenda sia proprio Storace che ha sfruttato l'occasione per farsi un bel pò di pubblicità a pochi giorni dalla costituente del suo nuovo partito, La Destra. Solo così si spiega l'uso di determinati toni, questi si populisti, per intervenire su una vicenda di notevole portata politica. Infatti scandalizzerà i più, ma epurate le frasi di Storace dal populismo di destra che le hanno contraddistinte, mi vedo costretto a professare il mio accordo circa il vero nocciolo della questione, ossia circa la deriva democratica che porta oggi il governo italiano a sorreggersi sui voti dei senatori a vita. Il vero problema intendiamoci non sono i senatori a vita, il cui diritto al voto e sancito dall'art. 59 della nostra Costituzione, né è rappresentato dal Presidente Napolitano, che esprimendo la sua solidarietà alla professoressa Montalcini ha non smesso la veste di arbitro super partes come asserito da Storace, quanto piuttosto espresso la solidarietà di un intero popolo ad una sua autorevole rappresentante.
Il vero problema si chiama legge 270/2005.
Dopo quasi mezzo secolo di sistema proporzionale la legge elettorale venne modificata nel 1993 a seguito di un referendum popolare dalla legge Mattarella, che aveva istituito un sistema elettorale di tipo misto. Nel Dicembre 2005 il governo Berlusconi, sempre attento nel monitoraggio dell'elettorato, decide di prevenire una possibile sconfitta elettorale modificando le regole, cancellando il volere popolare espresso nel 1993 e ristabilendo il sistema proporzionale, ma con dei premi di maggioranza assegnati solo a determinate condizioni. E qui giungiamo al nocciolo della questione.
Va notato infatti che al Senato non è assicurata la maggioranza dei seggi alla coalizione che ha ottenuto più voti, poiché i singoli premi regionali potrebbero neutralizzarsi a vicenda e può sia lasciare uguale, sia aumentare che diminuire il numero dei seggi ottenuti da una certa coalizione. Non è nemmeno garantito, quindi, che nei due rami del Parlamento si formi la stessa maggioranza. Infatti, nel caso del senato, il premio di maggioranza rende il risultato dipendente da un elevato numero di fattori variabili che lo rendono di fatto imprevedibile, seppur deterministico. Alla luce dei risultati delle ultime consultazioni politiche, qualsiasi coalizione avesse vinto si sarebbe trovata nella condizione nella quale si trova adesso il governo Prodi. Appare palese dunque come la responsabilità non debba essere attribuita ai senatori a vita, che ad ogni modo a mio avviso sostenendo una maggioranza votata dal popolo stanno espletando il loro dovere, quanto piuttosto a chi ha deciso di modificare le regole del gioco per propri interessi personali, facendo il male del Paese. Storace è un uomo furbo. Cavalca, a suo modo, l'onda di indignazione popolare sfociata con veemenza dalla società civile e attacca delle istituzioni che, come lui sa bene, non godono della simpatia e del sostegno della gente. Storace sa che l'aspetto fondamentale del problema è la legge elettorale 270/2005, non è uno sprovveduto, ma sa anche che a battere su questo chiodo non si racimolano consensi e voti. Questa è la ragione che ha spinto il senatore verso una strada più affollata, la strada del mercato nel quale ciascuno mostra la propria mercanzia al proprio pubblico suscitando la curiosità degli astanti e, da bravo imbonitore, utilizza il linguaggio del pubblico che intende conquistare. E' questa la politica contro la quale abbiamo espresso il nostro disagio. Una politica che ha perso di vista la sua ragion d'essere e che si è ridotta ad essere il teatro all'interno del quale viene quotidianamente rappresentato il dramma di quanto di peggio caratterizza la nostra italianità.

martedì 16 ottobre 2007

Peace Keapers: che la pace sia con voi

Il ruolo delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale ha subito una profonda evoluzione nel corso del decennio successivo alla fine della guerra fredda, in seguito al cambiamento di una serie di fattori legati alla politica estera delle maggiori potenze. Durante la guerra fredda il Consiglio di Sicurezza è stato spesso teatro di duri confronti ideologici tra le due superpotenze, americana e russa, che non hanno esitato ad usare lo strumento del veto per impedire la creazione di operazioni in zone ritenute strategiche o particolarmente rilevanti nell’ambito dello scontro geopolitico. Le operazioni di peacekeeping sono lo strumento che più ha beneficiato dei cambiamenti della situazione internazionale, essendo aumentati sia il numero delle missioni istituite che il loro ruolo strategico. Le operazioni di peacekeeping tradizionali sono caratterizzate da alcuni elementi, rimasti sostanzialmente invariati nel tempo, quali l’istituzione da parte del Consiglio di Sicurezza, il ruolo del Segretario Generale nel reperimento delle forze da impiegare e nel coordinamento, il fine pacifico dell’operazione e il consenso dello stato nel cui territorio devono operare le forze delle Nazioni Unite.
L’istituzione delle operazioni da parte del Consiglio avviene sempre mediante l’approvazione di una risoluzione nella quale vengono indicati, in maniera più o meno dettagliata i compiti che la missione è chiamata a svolgere. In alcuni casi le divisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza hanno determinato la messa a punto di mandati estremamente ridotti, fondati su un accordo, che riducono l’efficacia delle operazioni. A ciò va aggiunta, in alcuni casi, l’impossibilità per il Consiglio di modificare il mandato in un secondo momento per rispondere ai cambiamenti avvenuti sul campo e per dotare le operazioni di strumenti più flessibili per la risoluzione dei problemi, dovuta all’opposizione di uno o più membri permanenti. Stabilito il contenuto e la durata del mandato, interviene il Segretario Generale al quale spetta il compito di concludere accordi con gli stati membri delle Nazioni Unite relativi alle forze che dovranno prendere parte alle operazioni.
Dal punto di vista operativo le forze partecipanti alle operazioni di peacekeeping possono ricorrere all’uso della forza solo per legittima difesa, ovvero per tutelare l’incolumità personale dei partecipanti alla missione o impedire che azioni violente siano d’ostacolo all’adempimento del mandato. Va segnalato che le capacità di reazione delle forze di peacekeeping sono state limitate sia dall’inadeguatezza delle armi a disposizione che dall’impossibilità per i comandanti militari di prendere decisioni operative in maniera tempestiva ed efficace. Dal punto di vista storico il concetto di legittima difesa delle prime operazioni era strettamente limitato alla risposta ad attacchi armati rivolti contro le forze internazionali e solo in seguito si è affermata le legittimità di azioni prese in difesa del mandato della missione. Nel caso in cui l’azione armata delle forze internazionali ecceda i limiti dell’autodifesa non si parla più di peacekeeping, ma di peace-enforcement, per sottolineare il ruolo "attivo" finalizzato al ristabilimento della pace. L’evoluzione determinata dalla fine della guerra fredda, a cui si accennava in precedenza, ha condotto ad un ampliamento delle funzioni delle missioni di pace tale da rendere insufficiente il modello di peacekeeping tradizionale. Le operazioni della nuova generazione sono state definite multifunzionali e sono stati sviluppati concetti quali peace making e peace building, più adatti a descrivere le funzioni attribuite alle missioni di pace. La suddivisione delle operazioni in tre generazioni, operata dalla dottrina, fa rientrare le operazioni tradizionali nella prima generazione, quelle multifunzionali nella seconda e quelle che hanno previsto un ricorso all’uso della forza oltre il limite della legittima difesa nella terza.
Una delle prime caratteristiche che emerge dall’analisi delle operazioni multifunzionali è il ruolo determinante che in esse viene svolto dalle forze di polizia civile.
Questo genere di intervento di forze di polizia internazionali è di carattere transitorio, limitato cioè al periodo di tempo necessario per la ricostituzione di autorità nazionali legittime e ha sollevato alcune questioni relative alla sovranità dello stato e alla giurisdizione domestica. L’intervento della comunità internazionale in un settore così strettamente legato al concetto di sovranità, qual è il mantenimento dell’ordine pubblico, è stato giustificato dalla crescente esigenza di tutelare in maniera più efficace i diritti delle popolazioni coinvolte nei conflitti, minacciate da pericolose situazioni di anarchia. Legata al tema della polizia civile vi è la questione della separazione sempre più frequente nelle operazioni multifunzionali tra forze militari appartenenti ai paesi membri di un’organizzazione regionali e la componente civile. Oltre che in funzioni amministrative le componenti civili delle operazioni di pace sono state sempre più coinvolte in altri settori quali il monitoraggio elettorale, il sostegno allo sviluppo della democrazia, l’assistenza umanitaria, la ricostruzione economica, il monitoraggio e la protezione dei diritti umani.
E' possibile individuare alcuni fattori che hanno reso le operazioni di pace più rischiose rispetto al passato. Gli interventi sono stati a volte imposti alle parti di un conflitto prima della fine degli scontri militari come risultato della pressione internazionale e ciò ha indebolito il sostegno alla presenza delle forze di pace. Il furto di aiuti umanitari, insieme con i traffici illeciti di stupefacenti, pietre preziose e altri beni di valore, rappresenta una delle fonti di finanziamento per i gruppi coinvolti in conflitti locali e le missioni internazionali sono state impegnate in azioni di forza per arginare tali fenomeni che destabilizzano l’ambiente in cui la missione stessa si trova ad operare. Infine vanno considerate altre variabili in grado di condizionare il successo dell’attuazione degli accordi di pace, ovvero le cause del conflitto, il numero delle parti in lotta e delle vittime e l’entità delle distruzioni provocate dalla guerra. Le guerre determinate da fattori etnici e religiosi rendono più difficili i negoziati di pace, rispetto a quelle motivate da obiettivi economici o politici e, come è facilmente intuibile, più elevato è il numero di parti coinvolte in un conflitto e i danni da esso causati, più la riconciliazione richiede tempo e maggiori sforzi da parte delle presenze internazionali. Accade però che all'interno del Consiglio di Sicurezza vi siano Paesi, in particolare alcuni di quelli aderenti alla NATO, che spinti dall'atteggiamento tenuto dalle amministrazioni USA chiedano di mantenere il controllo delle missioni di peace keeping sotto il comando NATO, delegando all'ONU il controllo della componente civile delle operazioni multifunzionali. In tal modo i comandi militari operanti nelle situazioni di crisi internazionali ottengono una maggiore libertà d'azione di quella di cui disporrebbero sotto il controllo dell'ONU, trasformando le missioni di peace keeping in vere e proprie guerre. E' accaduto nel 1991 in Iraq, con la guerra del Golfo, è accaduto tra il 1994 e il 2000 nei Balcani e continua ad accadere oggi in Afghanistan.
Al di là delle mie considerazioni personali circa la necessità, finita la guerra fredda, o meno di tenere ancora in piedi il Patto Atlantico e la NATO piuttosto che rafforzare il campo d'influenza ed i poteri dell'ONU così da istituire un vero governo mondiale, ciò che credo sia importante mettere in evidenza è il fatto che la realtà storica ci sbatte con violenza in faccia le nostre responsabilità. Gli interventi nelle crisi internazionali degli ultimi decenni, volendo considerare quelli non predisposti dall'ONU, si sono in realtà risolti in guerre d'interessi. E nel corso di queste guerre chi ufficialmente avrebbe dovuto portare la pace si è invece macchiato di crimini contro l'umanità, il più grave dei quali ritengo sia l'uso di armi ad uranio impoverito.
La vicenda dell'uranio impoverito è nota ai più grazie alle testimonianze dei nostri militari impegnati nelle missioni all'estero. Molti ragazzi partiti in missione per credo ideologico, o per necessità economiche, o in vista di un avanzamento di grado sono rientrati in patria contaminati dall'uso, da parte degli eserciti impegnati nelle missioni di peace keeping, dell'uranio impoverito. Nel corso di un'audizione davanti alla commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito del Senato, tenutasi all'inizio di questo mese, il ministro della Difesa Arturo Parisi ha spiegato che, secondo i dati della Direzione di sanità militare, tra i militari impegnati in Iraq, in Afghanistan, nei Balcani ed in Libano tra il 1996 ed il 2006 solo 225 hanno contratto malattie tumorali e di questi 37 sono morti. Il ministro asserisce che il nostro esercito non ha mai fatto uso di armi all'uranio impoverito e che inoltre non risulta ai nostri comandi militari che nelle zone in cui i nostri militari sono stati impegnati siano state utilizzate da altri simili armi <<[...] a meno di dichiarazioni mendaci degli utilizzatori stranieri, che non voglio neppure ipotizzare>>, puntualizza il buon Parisi. Ma...L'Osservatorio militare, un'associazione che assiste gli appartenenti alle forze armate e le loro famiglie e che in questi anni si è battuta con forza per non far cadere nel silenzio il caso uranio impoverito, replica che secondo gli stessi dati ufficiali della Difesa i malati di cancro nello stesso periodo siano non 225 bensì 2.500 e che i morti non sarebbero 37 ma almeno 150. Migliaia di soldati, uomini e donne, partiti per portare la pace in regioni devastate dai conflitti sono rientrati in Patria chi dentro i bara, i più fortunati, chi con la vita rovinata per sempre. E i responsabili di questo crimine sono i nostri stessi alleati! La situazione è esplosa a livello mondiale, in quanto ciò che è accaduto ai nostri militari è successo anche ai soldati di tutti gli eserciti delle nazioni impegnate nelle missioni.
Questo è solo un aspetto del problema, quello che da un punto di vista morale ed etico è di minore rilevanza. Ovviamente la solidarietà e l'appoggio a chi subisce le conseguenze della contaminazione da uranio impoverito per aver indossato una divisa ed essere partito fucile in spalla è incondizionata, senza se e senza ma. Parliamo di uomini e donne, ragazzi e ragazze, padri, madri, fratelli, sorelle e delle loro famiglie che vivono quotidianamente l'incubo delle malattie tumorali. Questo però non deve farci dimenticare che un militare che va in guerra (perché le missioni di pace si svolgono su territori martoriati dalla guerra) conosce i rischi cui va incontro e li accetta. Ciò non equivale a liquidare l'accaduto con un "te la sei cercata", ma è indispensabile per giungere al vero nocciolo del problema, a quel crimine contro l'umanità che coincide con la contaminazione della popolazione civile e del territorio in cui queste armi vengono utilizzate.
I soldati di qualunque nazionalità, sia quelli che hanno subito la contaminazione da uranio impoverito che quelli che ne sono usciti immuni, erano stranieri in terra straniera, rimanevano nelle zone contaminate per pochi mesi e poi tornavano a casa e per di più godevano di coperture sanitarie adeguate o comunque non paragonabili a quelle per lo più inesistenti di cui invece potevano usufruire le popolazioni locali. I nostri militari e loro famiglie devono essere rimborsati del danno subito e sostenuti nel loro quotidiano da chi ne ha causato la contaminazione.
Ma chi risarcirà e sosterrà le popolazioni autoctone contaminate e le future generazioni?
I principali indiziati di un simile orrendo crimine sono le amministrazioni degli Stati Uniti d'America. E a porli sul bando degli accusati sono alcuni dei loro stessi dipendenti, tra i quali il prof. Major Doug Rocke.
Ufficiale medico e specialista di fisica nucleare dell'esercito US, Rocke ha preso parte alla guerra del Golfo del 1991 col compito di ripulire Arabia Saudita e Kuwait dall'uranio impoverito.
Dal marzo al giugno 1991 ha stilato un elenco di armamenti e attrezzature contaminate sul campo di battaglia, rispedito parte di esse negli USA e diretto l’interramento di altre ancora nel deserto dell’Arabia Saudita. È stato il capo del progetto sull’uranio impoverito al Pentagono tra l’Agosto 1994 e il Novembre 1995.
Le munizioni all’uranio uccidono e distruggono tutto quello con cui vengono a contatto. Tornando alla guerra del Golfo e anche prima, il Pentagono ha deciso di utilizzare degli armamenti che sono assolutamente efficaci in battaglia. Alla fine della guerra del Golfo, quando gli fu assegnato il compito specifico di ripulire il casino fatto dall’uranio, il prof. Rocke ricevette una nota scritta da un colonnello dei laboratori nazionali di Los Alamos in New Mexico. In questa nota era scritto: “ Nonostante sappiamo che ci siano degli effetti sulla salute e l’ambiente, deve fare in modo che noi possiamo sempre usare munizioni all’uranio in battaglia, perché sono molto efficaci. Quindi deve mentire sugli effetti che l’uso dell’uranio ha sulla salute e sull’ambiente”.
Il motivo per cui si chiede di mentire è di evitare ogni responsabilità per l’uso deliberato di munizioni all’uranio in Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, nei Balcani e nelle varie basi degli Stati Uniti. Di nuovo, lo scopo della guerra è uccidere e distruggere. Le munizioni all’uranio sono assolutamente distruttive. Ma cosa è accaduto agli abitanti di Kuwait, Iraq e Arabia Saudita a causa della dispersione di 400 tonnellate di polvere di uranio? Gli effetti riscontrati in donne, bambini ed altri abitanti della regione sono dovuti almeno in parte alla contaminazione da uranio che vi è stata lasciata. Rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, scienziati e personalità indipendenti di tutto il mondo si sono recati in zona, hanno verificato il livello di contaminazione e constatato che essa non era stata rimossa come previsto dalle direttive del Dipartimento della Difesa. Il Professor Harry Shalimer, uno dei maggiori esperti mondiali sull'argomento, ha detto che almeno 100.000 abitanti di Bassora sono stati colpiti dal cancro a partire dal 1991. Secondo il professor Rocke << l’uso delle munizioni all’uranio durante la guerra è un crimine contro Dio, un crimine contro l’umanità, e dovrebbe essere considerato crimine di guerra. Non si possono prendere delle scorie radioattive di uranio, gettarle nel cortile di qualcuno, rifiutarsi di prestare le cure mediche e di completare la bonifica ambientale necessaria per non mettere a repentaglio la salute e la sicurezza dei cittadini del mondo >>. Le Nazioni Unite hanno deciso il 10 settembre 2001 che le munizioni all’uranio vanno considerate armi di distruzione di massa. Il Parlamento Europeo ha proclamato che le munizioni all’uranio dovrebbero essere vietate in tutto il mondo. L’uso che gli USA fanno dell’uranio impoverito non si limita alla distruzione totale degli obiettivi, ma si estende dunque alla distruzione dell’ambiente e della vita in generale nelle regioni colpite. In queste regioni l’uomo non potrà abitare per milioni di anni. Il problema fondamentale consiste nel determinare come effettuare la bonifica. Per ogni singolo veicolo colpito da una munizione all’uranio occorre prendere l'intero veicolo e rimuoverlo fisicamente. Poi una ruspa deve scavare 10 cm di terreno per almeno 100 metri e rimuovere il tutto per rendere l’area di nuovo sicura, e questo per ogni singolo veicolo. La contaminazione rimarrà nella zona, a meno che non venga fisicamente e completamente rimossa, per 4,5 miliardi di anni e oltre. Uno dei problemi fondamentali è che il Dipartimento della Difesa USA non ha identificato tutte le zone dove sono state usate munizioni all’uranio.
Le malattie sviluppatesi nel sud dell’Iraq e le deformità dei neonati porteranno ulteriori complicazioni per le generazioni future. Quando degli individui vengono esposti all’uranio i cambiamenti nell’RNA e nel DNA, i cambiamenti genetici che avvengono, sono la causa di questi effetti sui neonati.
Il problema non riguarda solo l'Iraq.
Degli studi hanno concluso che, dalle aree contaminate dei Balcani, la polvere di uranio ha viaggiato più di 1000 km e ha raggiunto svariate capitali europee. Ricordate come ebbe inizio l'attuale guerra in Iraq, all'indomani dell'attentato alle Twin Towers dell'11 Settembre 2001? Una relazione degli osservatori statunitensi in Iraq, poi dimostratasi del tutto falsa, confermava la presenza nel territorio iracheno di armi chimiche e biologiche di distruzione di massa. Fu per prevenire e debellare questa possibile minaccia che venne deciso l'intervento militare in Iraq. E per impedire appunto che le nostre democrazie potessero essere minacciate da un attacco chimico si è deciso di contaminare il territorio "nemico" e la sua popolazione con l'uranio impoverito, di cui i maggiori produttori mondiali sono Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Quando verranno attribuite le responsabilità ai veri criminali? La Storia prima o poi pretenderà una risposta.